Maledetta Lady GaGa! :D

Ieri avevo voglia di ascoltare un po’ di musica nuova, non guardando la tv, non ho più MTV che mi tiene compagnia aggiornandomi sulle ultime hit. Così quando ho voglia di un po’ di musica nuova utilizzo un grande mezzo, più grande ormai della tv stessa: YouTube.

Di solito su una pagina tengo aperto il sito di BillBoard e in un’altra YouTube, così prendo ispirazione dalle classifiche del sito americano e al resto ci pensano i link e i collegamenti del “grande tubo”.

Son partita dalla prima in classifica, Lady Gaga. Cavolo che look che ha questa! Sempre e comunque, sembra uscita direttamente da un manga, che sia un video o una premiazione, finzione o vita reale, se reale si può definire la sua vita. Perché è così convinta del suo “essere” che se la incontrassi per strada con i suoi abiti assurdi e le sue parrucche indescrivibili, non penserei “guarda quella pazza” ma mi convincerei di essere io l’anormale.

Passo alla seconda posizione, tale Nicki Minaj, una formosa ragazza di colore, nuova icona dello scenario black statunitense. La guardo e, in riferimento alla tizia di cui sopra, penso “Ecco, la LadyGaga del rap” anche lei avvolta in costumi al limite tra l’alta moda e un film di fantascienza e parrucche dai colori decisamente poco naturali e anche lei senza distinzione tra video e realtà.

E allora scorrendo il resto della classifica noto che è un pullulare di parrucche colorate, trucco eccessivo, tonalità fluo, glitter, un look a metà tra una drag queen e una tipica cafona delle mie zone. E oltre il look e le canzoni orecchiabili (o quasi) vogliamo parlare dei video?

Katy Perry prova attrazione sessuale per un robottino alieno, Rihanna afferma di impazzire per il sadomaso, Keisha bacia un essere a metà tra uomo e cavallo, Lady Gaga è innamorata di Giuda e forse la più normale è la rapper Nicki Minaj che chiama “puttana” la sua fata madrina.

Cioè, parliamone.

Sono la prima a “spararmi” S&M a tutto volume nelle mie Beats, sono la prima che segue la massa, ma nel seguirla rallento il passo e osservo da lontano.

Lady Gaga ha dato il via a una sorta di “legalizzazione” dell’eccesso? Sta forse costruendo una strana idea di libertà che abbatte tutte le frontiere delle comunicazione?

In ogni epoca la libertà ha avuto uno stato evolutivo, prima era “Faccio tutto quello che mi pare” poi “Faccio tutto quello che mi pare e non m’importa la gente cosa dice” ora è “Faccio tutto quello che mi pare e se la gente non ne parla, è bene che sia io stessa ad informarla”.

Prima si andava alla ricerca dello scandalo, i paparazzi si appostavano ora e ore alla ricerca dello scatto “scabroso” ora sono gli scandali a cercare i fotografi “Parazzo?! Ciao, sono Lady Gaga, sto per uscire di casa con un vestito fatto con cinquanta fette di carne cruda, vieni a farti un giro?”

Ma mi sorge un dubbio, l’ennesimo: tutto questo è veramente lo sfogo di personalità libere e lontane dalla massa o solo l’ennesimo modo per fare soldi, ovviamente levandoli dalle tasche di questa benedetta massa?

E in entrambi i casi, è questo che la gente vuole? Idolatrare qualcuno che altro non fa che prendersi quello che c’è di più naturale? La libertà di essere se stessi? Oddio, e perché noi non lo facciamo se ammiriamo chi lo fa? Forse perché se lo facessimo, se fossimo noi stessi, non saremmo più parte della massa?

E dire che volevo solo ascoltare un po’ di musica, maledetta Lady Gaga!!!


 

 

 

 

Amore precario…

Quando lavori dalla mattina alla sera sudandoti lo stipendio a fine mese, sai benissimo qual è il reale valore dei  soldi e degli oggetti che quei soldi compreranno. Quando poi fai anche parte della ormai sempre più popolosa casta dei precari, sai benissimo che una mattina compri Chanel n.5 e la mattina dopo sei fortunata sei t’è rimasto un po’ di deodorante Dove.
Così dopo le prime esperienze ho iniziato ad essere cauta, cioè, ad agire in modo strano, comprando con la paura di utilizzare, di consumare, di rompere, perché poi “chissà se potrò ricomprarlo”, e così è stato, perso il lavoro, perso il divertimento. Narciso Rodriguez viene utilizzato solo in occasioni speciali, così come Yve Saint Laurent viene interpellato solo nelle uscite ufficiali! E così sarà fino al prossimo stipendio.

E pensavo “ e se fossi così in tutto?”

Perché pensavo all’amore. Ascoltavo  un po’ di musica, come al solito, e ti ritrovi senza nemmeno rendertene conto, ad ascoltare una di quelle canzoni d’amore dove lei/lui non può vivere senza di lui/lei e pensavo che, nonostante non le senta da parecchio, per ora non mi mancano quelle sensazioni e la cosa è già strana, insomma, sono single da sette mesi e la voglia di un po’ di sano sentimento è pari a zero, come il totale del mio estratto conto.

Forse è così? Ci penso. Avevo un lavoro a tempo pieno contratto a tempo indeterminato, e potevo permettermi tutto l’amore che volevo, non badavo a spese e non mettevo nulla da parte. Poi l’azienda è fallita, lasciata…oops…licenziata, senza nemmeno il mese di preavviso che mi spettava da contratto.

E ora che l’estratto conto dei miei sentimenti è quasi in rosso ho paura di consumare quel poco che mi resta? Ho paura di sprecare quel poco d’amore che m’è avanzato dal mio ultimo “Impiego”, la mia “liquidazione”  fino a che non sarò sicura di avere di nuovo uno stipendio fisso, la mia dose d’amore mensile sicura, senza accontentarmi.

Forse è così. L’unica cosa certa è che è passato così tanto tempo dall’ultima volta che quando tornerò a “fare shopping”, a spendere amore, lo so, sarà come se fosse la prima volta.

Fantasma

“Ferma la macchina!” urlò dal sediolino posteriore.

Mi voltai verso di lei incredulo, il tono della sua voce era stranamente nervoso. La guardai, si era messa sulle ginocchia e mi dava le spalle fissando attraverso il lunotto della macchina quella moto che avevamo appena superato.
“Cazzo, t’ho detto di fermarti!” mi ripetè
Mi venne da ridere mentre lentamente accostavo l’auto al muretto che costeggiava la strada e la separava dallo strapiombo sul mare. Nadia sembrava impazzita, mi venne da pensare che quel ragazzo in moto dovesse essere uno per cui s’era presa una bella cotta
“Chi è? Qualche tuo amichetto motociclista?” le chiesi. Ma lei non mi rispose. Aprì lo sportello che dava sulla strada non curante delle auto che passavano. Sara stava seduta davanti dal lato passeggero, il suo sportello era bloccato dal muro, anche lei sembrava agitata, “complicità tra amiche” pensai, ma fu un pensiero che durò solo pochi attimi, i suoi occhi erano preoccupati mentre  guardava l’amica correre verso quella moto, illuminata solo dal faro di quest’ultima.

“Vai da lei!” mi gridò
“Perchè dovrei? Dal modo in cui gli corre incontro mi sa che vuole salutarlo da sola”
“C’è qualcosa che non mi quadra, per favore, va da lei”
“Non conosci quel ragazzo?” le chiesi
“Assolutamente no e ho una strana sensazione, per favore va da lei”

Scesi dall’auto e improvvisamente la strada si fece deserta, buia, illuminata solo da qualche vecchio lampione e il faro di quella moto che sembrava ancora più lontana. Non c’erano più auto, non c’erano più rumori, anche i passi di Nadia sembravano lontani e silenziosi.
La vidi avvicinarsi al ragazzo che era seduto in sella, in effetti c’era qualcosa di strano e l’aria si fece fredda nonostante l’estate fosse alle porte.

Con un piede teneva su la moto, l’altro invece era poggiato alla pedana della sua Suzuki, indossava stivali e tuta di pelle i cui colori richiamavano quelli della moto bianca e blu, con un tocco di arancio che, nonostante il buio, sembrava riflettesse luce da tutto intorno. Anche il casco aveva gli stessi colori e la visiera scura sembrava sigillata, dava l’impressione che quasi non passasse aria e un brivido mi attraversò la schiena mentre Nadia gli si avvicinava. Dal profondo avrei voluto gridare, dirle di fermarsi, ma la voce aveva paura di uscire e rimase incastrata tra le corde vocali.

Nadia si fermò di fianco alla moto poggiando la mano sinistra sul serbatoio. Chiese qualcosa al motociclista, ma io non riuscivo a sentire, nemmeno a leggerle le labbra. Il motociclista girò la testa, la fissava da sotto il casco, i suoi occhi erano nascosti dalla visiera, ma era possibile percepire il suo sguardo. Nadia continuava a parlare, sembrava chiamarlo per nome, lui teneva le braccia incrociate. e per quanto io potessi camminare veloce, mi sembravano sempre più lontani. Iniziai ad avere sul serio paura, di cosa non so, ma avevo paura, quel ragazzo in moto sembrava non reale, immobile, perché non alzava la visiera? Perché non le parlava? Temevo che da un momento all’altro sarebbe saltato giu dalla sella e le avrebbe fatto del male.

Ma invece continuava a fissarla senza muoversi, poi improvvisamente si chinò in avanti e mise in moto, con la mano avvolta in un guanto di pelle le prese la mano, le accarezzò le dita, le rivolse lo sguardo per l’ultima volta e senza dire nulla, andò via, investendomi quasi. Il ruggito della moto sparì improvvisamente, in modo non naturale, non graduale, ma ci feci caso solo dopo.

Nadia era in piedi e tremava fissando la mano che lui aveva accarezzato.

Mi misi di fronte a lei

“ehi, ehi” chiamavo, ma lei era assente con lo sguardo perso nella sua mano, pensavo stesse scherzando, come faceva di solito, ma non riuscivo a levarmi da dosso quella strana sensazione, non avevo sentito il vento quando quella moto mi era sfrecciata a pochi centimetri di distanza . Le presi le spalle e iniziare a urlare il suo nome, alzò gli occhi, erano pieni di lacrime

“Ma chi cazzo era? Nadia! Cosa t’ha detto?”

Intanto Sara era scesa dalla macchina e ci aveva raggiunti e anche i suoi occhi erano rossi e pronti ad esplodere

“Ragazze, ditemi cosa cazzo sta succedendo!!” implorai

Sara si avvicinò a Nadia, le mise una mano sulla spalla, quasi in apnea per non piangere

“Non poteva essere lui” le disse e io non capivo

Nadia bisbigliò

“Era lui”

“E’ impossibile”

“Spiegatemi” chiesi, ma non mi ascoltavano

Nadia tremava, si portò le mani alla testa come per contenere i pensieri

“Sentivo il suo profumo” disse

“E’ impossibile” ripetè Sara

“Non sono pazza! NON SONO PAZZA”

I pensieri le scivolarono dalle le dita, le lacrime dagli occhi e io che non capivo non potevo far altro che abbracciarla e stringerla al petto, volevo proteggerla, volevo farle scudo con il mio corpo, ma il dolore le veniva da dentro e non sapevo come gestirlo.

“NON ERA LUI” le gridò Sara con la voce persa tra le lacrime “E’ impossibile” lo ripeteva, cercava di convincersi

Nadia si liberò dal mio abbraccio e fissandola negli occhi glielo disse di nuovo

“Non sono pazza” aprì il palmo della mano che aveva fissato con tanta insistenza mostrando un piccolo ciondolo a forma di scorpione “Non sono pazza” di nuovo

Sara poggiò la fronte a quella di Nadia accarezzando con le dita quel ciondolo

“Non poteva essere lui” sussurrò, ma ormai non ci credeva più “Lui è morto” disse

E allora capì.

Black Out

Chissà per quale oscura ragione i miei stasera sn usciti di casa e io invece non ho nulla in programma se un un intenso desiderio di birra ghiacciata. Io non impazzisco per la birra, ma ne avevo proprio voglia, una bella bottiglia di Corona presa direttamente dal freezer tutta gocciolante.

Loro escono, io mi infilo la tuta e vado al supermercato, ho dieci minuti prima che chiuda. Corro, bancone delle birre, ma niente Corona, cazzo, io voglio una Corona, la pretendo! Compro una confezione di Bud per sicurezza e mi teletrasporto in un altro supermercato dove per la salvezza del mio unico neurone, trovo la Corona.

Torno a casa, mi metto comoda, attacco la playlist “Summer evening” con Bob Marley  e i suoi tre piccoli uccellini, infilo le birre in freezer e intanto che si freddano sfamo i gatti e cerco qualcosa per sfamare anche me stessa. Sono le 20:30, il sole è quasi sparito dietro l’orizzonte. Sono indecisa se poggiare il mio di dietro sulla sedia a sdraio sul terrazzino o sul dondolo in giardino quando sento la voce di Bob venire meno, e dopo la sua voce le luci e tutto si fa buio mentre iniziano a scattare tutti gli allarmi del vicinato. Cazzo, è mancata la corrente….cazzo, mi si scongelano  le birre!!!

Penso ad una cosa temporanea, di pochi minuti e invece si prosegue. Inizio ad accendere candele e ogni candela è un vaff. Ogni candela è un “guardo un film? No! Faccio na telefonata? No! Ascolto musica? No” Prendo la birra mezza fredda dal freezer spento illuminandomi con una torcia, mi sento molto Fox Mulder, ma invece degli alieni sto cercando un apribottiglie. Sempre con l’aiuto della torcia apro il frigo e cerco un limone, niente limone. Mi ritrovo in una casa illuminata da candele, privata di ogni mezzo tecnologico, isolata dal mondo a cogliere limoni dagli alberi per la mia Corona. La cosa non mi è dispiaciuta, ricordo che quando ero piccola capitava spesso che mancasse la corrente per lunghi periodi, ricordo che mia madre spolverava i vecchi giochi di società e così passavamo il tempo. Ora sono sola, penso che la carne in freezer si sta scongelando (insieme alla mia birra), l’essere sola un po’ mi spaventa, il mio modo per sorvolare la cosa è parlare con il gatto, Mucca.

Poi è tornata la corrente, lo stereo si è riacceso, Bob ha ripreso a cantare, il frigo a congelare, il telefono a ricaricarsi, il modem ha fatto due bip, facebook è tornato online, ma io le candele non le ho spente, e finito di scrivere mi farò altri dieci minuti all’età della pietra, ci stavo prendendo gusto.

Unica regola: non ci sono regole!

 

Ormai ho capito come funziona, quali sono le regole, ho giocato, ho vinto e ho perso per arrivare ad un’unica conclusione: questo gioco non mi piace. Le regole non mi piacciono.
Non sono regole giuste, sono solo dettate dalla paura, la paura di perdere più di quanto abbiamo messo in gioco.
Se dico lui pensa, se faccio lui dice.
Cazzo ragazze, siate voi stesse, seguite i vostri istinti, non abbiate paura di restare sole. La solitudine è uno stato mentale che non esiste, noi abbiamo noi stesse e comunque, diciamo la verità, quanto tempo passa tra un uomo perso e un nuovo appuntamento? Nemmeno il tempo di renderci conto che siamo state lasciate.
Come quasi in tutto, l’unica regola è che non ci sono regole e un uomo che ci costringe a seguirle è un uomo che non ci vuole per come siamo, ma per come lui vuole che sia una donna.
Avete voglia di chiamarlo la seconda volta in un giorno, ma temete che vi reputi un’ossessione per averlo fatto? Fatelo e se sul serio lo penserà risparmiate i soldi della prossima telefonata!
Le regole vi annullano, vi sviano, vi allontanano dalla vostra strada. oppure vi ci tengono su, ma è una strada ghiacciata e voi montate gomme da corsa.
Volete delle regole? Non tradite mai il vostro orgoglio, seguite solo ed unicamente le vostre regole, è un gioco che si segue in due e per fortuna nessuno ha ancora pensato di metterci un arbitro!

Discorsi da palestra

Adoro andare in palestra, ci vai la prima volta e poi diventa una droga. Adoro i muscoli indolenziti del giorno dopo, adoro il bip del cardiofrequenzimetro e l’acido lattico che con forza grida la sua presenza, adoro la fame chimica del post- allenamento che ti verrebbe da mangiare un  bue intero e adoro quella forza di volontà che ti costringe invece ad accontentarti di una fettina di carne con insalata, in attesa dello “sgarro settimanale” ben conquistato. Adoro che quando un uomo mi tocca, insieme alle mie borbidezze, ci sia anche la finezza di un muscolo allenato. Adoro sentirmi in forma.
Quello che odio sono i discorsi da palestra e, ovviamente, i personaggi da palestra.
Ero seduta sulla panca, nel minuto di pausa che intercorre tra la prima e la seconda serie di addominali, ed eccole lì, nei loro pantacollant inesistenti, tirate come un lenzuolo a una piazza su un letto matrimoniale:

A: Hai visto B?

C: No, è una vita che non viene in palestra

A: Io l’ho incontrata l’altra settimana, è dimagrita tantissimo

C: Ci provava da anni, avrà smesso di mangiare

A: Sicuramente, è l’unico modo!

C: Comunque ora sarà sicuramente più bella

A: Si, ma ha sacrificato il seno, non ne ha più

C: E che ti frega! Io me lo sono rifatto, non hai notato?

A: WOW! pensavo fosse un qualche ultimo modello di pushup!

C: Ma che pushup, ormai non lo porto proprio più il reggiseno!

Stavo per vomitare la galletta di riso ingerita prima del mio arrivo. Ma la palestra è così, a meno che non inizi a frequentare il corso di corpo libero per pensionati, la maggior parte dei “palestrandi” si allena per sfoggiarne i risultati, per essere magre/i, belle/i e toniche/ci.

Ottimo direi, un campo in cui la cura del nostro aspetto esteriore si occupa anche della nostra salute fisica…ma di certo non di quella mentale.

Quand’è che diventa un ossessione? Quand’è che magro è bello?

Ogni volta che perdo peso, il novanta per cento degli uomini che incontro mi dice:

“Basta Ondì, non dimagrire più, stai una favola così, adoro le tue curve, odio le tavole da surf etc etc”

Sono io a conoscere solo uomini a cui piacciono le curve o è il pensiero generale dalla maggior parte degli uomini a livello mondiale?

E se è così perchè quelle tavole da surf vengono pagate miliardi per indossare vestiti e biancheria? Chi ha stabilito quel modello di bellezza? E perchè una donna con qualche chilo di troppo deve sentirsi a disagio di fronte a qualche giraffa stecchina?

E’ un mondo superficiale che bada solo all’espetto delle cose, è fatto noto, ma chi ha deciso quale dev’essere questo aspetto?

La società moderna.

Ok,ma  la società moderna siamo noi! Noi abbiamo deciso che bello è difficile, perchè essere magre è difficile, comporta sacrifici, rinunce, sforzi…sembra quasi l’undicesimo comandamento:

Non uccidete

Non rubate

Non siate grasse

E il mondo a cui puntiamo, l’esempio che vogliamo seguire è così falsamente “photoshoppato” che pur di imitarlo e renderlo reale modifichiamo la realtà stessa, la natura, e tutto diventa surreale, anche il nostro bellissimo aspetto fisico.

Adoro andare in palestra, adoro sentirmi in forma, e alla fine adoro anche i discorsi da palestra perchè più li ascolto e più, con mia somma gioia, sono felice di non codividerli!

Appunti dal W Hotel…

Questo non è il BlanCafè e non sto sorseggiando un the al peperoncino. Nel mio bicchiere da Martini c’è una miscela alcolica nota come Cosmopolitan. Il suo sapore non è molto differente dall’ultimo che ho preso in un bar a San Pasquale, ma ha comunque una nota diversa, forse per il posto dove sono, seduta su uno dei divanetti del bar dell’albergo, o magari perchè il barista è molto figo.
Nonostante sia dall’altra parte del mondo infondo mi sento a casa, io vivo sempre così, ma questa volta non ho gli occhi di tutti addosso, qui è più o meno normale vedere una persona sola in un bar a scrivere e bere. Qui è più o meno normale tutto.
Vorrei che l’Italia fosse così, è un posto così bello, se solo smettessimo di fingere di essere “mentalmente liberi”.
Gli Americani sono stupidi a volte, o magari sono dei geni, bisogna essere liberi per essere stupidi, o magari bisogna essere davvero stupidi per non riconoscere di essere stupidi.
Li invidio in entrambi i casi!
In Italia non siamo abbastanza liberi per essere stupidi, ma a volte siamo sul serio idioti da non renderci conto di esserlo.

Perdente a chi?

Si dice che quello che non ci uccide ci rende più forti. E’ vero, come è anche vero che se una cosa non ci uccide, ci ferisce e quando si dice che si diventa più forti, si omette di dire quanto tempo impiegheremo a guarire prima di sentirci “diversi” .
Io ci ho messo sette anni, sette lunghi anni, per capire quali sono le cose importanti della vita, quelle per cui vale la pena cadere in depressione e c’è solo una cosa per cui vale la pena stare male, non è l’amore, non sono i soldi o gli amici. E’ la vita stessa.
Ero ansiosa, mi deprimevo e mi arrabbiamo per nulla, ci stavo male, mi preoccupavo se avevo problemi con amici, se il mio ragazzo mi trascurava, se avevo un debito, se il lavoro andava male. La notte non dormivo, il giorno magari piangevo, e pensando ai miei problemi, piccoli problemi, non mi godevo la vita!
Ora sono single, non ho un lavoro, sono tornata a vivere con i miei, non ho un soldo in tasca, non posso fare shopping e devo pure studiare e non mi sono mai sentita così bene in vita mia! Fa strano no?  E’ come mi fossi svegliata, come se avessi sognato tutta la vita di essere destinata a fare qualcosa e non poterlo fare perché dormivo.
Forse sarò una “perdente a vita”, non riuscirò mai a realizzare i miei sogni, ad avere una villetta con giardino, un akita inu da portare in giro e una Ducati parcheggiata in garage, ma sto ancora cercando di definire la parola “perdente”. Si è perdenti quando si desidera una cosa e non la si riesce ad ottenere o quando non hai quello che ha chi è già stato definito dagli altri un “vincente”.. si ha successo quando si ottiene quello che si sogna o quello che per tutti è un sogno?
Insomma, se da piccola il mio sogno era quello di fare la casalinga mantenuta, a casa a crescere i miei figli e preparare la cena a mio marito e realizzo questo mio sogno e mi sento appagata dalla mai vita sono o non sono una vincente? O si definisce tale una persona in proporzione alla grandezza dei suoi sogni?

La mia coscienza ci tiene a me!

Il pullman mi fa pensare, guardando fuori in un punto nullo riesco a raggiungere pensieri nascosti in angoli remoti della mia personalità. E scavando ne ho sfiorato uno e mentre lo “leggevo” non riuscivo proprio a capire da dove arrivasse tanto era strano, poi ho scavato ancora di più e ho capito, non ero io, ma la mia coscienza!!
E la mia coscienza è femmina e ci tiene per me così ho provato ad ascoltarla:
“Onda, piccola squattrinata Ondina, hai degli uomini che ti corteggiano, che, chissà come,  pensano che tu sia la donna giusta, che non ti farebbero mancare nulla, un paio di loro magari ti piacciono anche, sistemati! Avrai un uomo che ti ama a cui dare le tue attenzioni, che ti abbraccerà quando avrai paura, che ti consiglierà quando avrai un problema, che magari ti porterà in giro in moto e si divertirà a comprarti vestiti e biancheria intima sexy per le vostre notti di sesso sfrenato. Ce l’hai lì a portata di mano, come una dose di coca in un momento di depressione.”
Ed ho provato a risponderle:
“Cara Cosc, effettivamente hai ragione, mi manca il calore di un abbraccio protettivo, quegli abbracci che ti fanno sentire come in un rifugio antiatomico”
“E allora cosa aspetti?”
“Mi manca…non ho detto che ne ho voglia!”
“…”
“Sono già stata male, per problemi ben più grandi, ricordi?”
“Si, certo che lo ricordo, c’ero anche io!”
“E cosa ho fatto?”
“Ti sei chiusa in un rifugio antiatomico”
“E com’è andata a finire?”
“Ne sei uscita quando pensavi che la guerra fosse finita…”
“…e ho trovato le radiazioni!!!! Bel pacco!! ”
“E cosa vuoi fare?”
“Vivere, essere forte, non cedere”
“Chiuderti in te stessa? Essere sola? ”
“Ho detto essere forte, non triste”
“Non ti seguo”
“Credo ancora fermamente nell’amore, l’amore che ti fa male per quanto è potente. Sarò forte finchè non lo troverò, al contrario sarebbe troppo semplice”
“ La soluzione più semplice del mondo a portata di mano, un uomo che ti ama come mai nessuno ti ha amata e, cara Ondina, tu non ne hai voglia, preferisci stare sola, abbracciarti i tuoi piccoli problemi perchè ora hai capito che infondo non sono problemi. Preferisci andare oltre e vedere cosa c’è dopo e non sei spaventata?”
“Esatto!”
“Cara Onda io credo tu stia impazzendo, ma la cosa mi diverte, andiamo avanti.”

La Tuta

Venerdì 06 Maggio 2011 – ore 22:28

Era pronta, era cresciuta, forse era più forte, ma era pronta, pronta a rivedere i colori di quella tuta, a sentirne di nuovo l’odore, a guardarla bene. Dopo sette anni quella tuta le avrebbe detto tante cose, cose che ora era pronta ad ascoltare e a capire.
Quando era tornata a casa dei suoi in fretta a e furia non ci aveva pensato e riprenderla, era buttata da qualche parte nel garage di quello che era appena diventato il suo ex e forse aveva troppe “novità” da dover accettare.

Ma quando tutto fu superato le tornò in mente, la voleva, il solo pensiero che LEI fosse lì a prendere polvere la infastidiva. Così gli mandò un messaggio, non aveva voglia di chiamarlo e di sentire la sua voce, non era passato molto tempo, parliamo di un mese o forse meno, e aveva saputo che lui aveva “già” una nuova fidanzata. La cosa non l’aveva sorpresa, ne sconvolta, l’unica cosa che le stava a cuore era quella tuta, l’ultima cosa che lo collegava a quell’uomo. Il messaggio fu molto semplice, iniziava con un buongiorno e finiva con un ciao, nel mezzo la richiesta.
Era seduta sul divano guardando la partita insieme a sua cugina e il marito quando le arrivò la risposta, la lesse, le mani le iniziarono a tremare e improvvisamente si sentì attraversare da una sensazione strana, nuova, alla quale impiegò un pò a dare un nome. Lui le diceva, con molta chiarezza, che non le avrebbe restituito la tuta, perchè ci teneva. LUI CI TENEVA! Non aveva ben chiaro cosa gli avrebbe risposto, voleva chiamarlo e insultarlo, o semplicemente scrivergli che lui lo aveva visto si e no tre volte in tutta la sua vita, che lui non ci era stato insieme, non ci aveva dormito, non ci aveva fatto l’amore, non aveva rischiato la depressione quando era morto. Ma non riusciva nemmeno a scrivere, a toccare con le dita lo schermo di quel maledetto Iphone. La cugina lo fece per lei, la sentì tremare e capì che qualcosa non andava. Lesse anche lei il messaggio e non poteva crederci, non ci riusciva. Era tutto così assurdo. Ma lui non si fece sentire, nessuna risposta, era sul serio intensionato a portare avanti quella battaglia, a tenere la tuta. Così dopo due giorni lei si fece coraggio, cercò il suo numero in rubrica (inutile cancellarlo, ancora lo ricordava a memoria) e lo chiamò. Il sole sentire la sua voce la infastidì, il sentirgli dire “sai com’è, è morto davanti a me” la fece impazzire, se lo avesse avuto davanti sarebbe esplosa, ma c’era solo la sua voce e poteva gestirla. Lei disse poco, il necessario, lui parve capire e le promise che avrebbe riavuto la tuta. Lei ci credette. Passarono giorni, settimane, e diversi messaggi e appuntamenti senza senso. Lu iaveva sempre da fare, lui non chiamava, lui non s’interessava. passarono mesi e dopo l’ennesima telefonata mancata, lei capì cos’era quella nuova sensazione che stava provando, riuscì a definirla, a darle una forma, un nome. Era il sentimento peggiore, era odio.

Dio santo, provava odio, tangibile e sincero odio per la persona che aveva amato per sei anni. Tutto quell’amore, preso e rivoltato come un calzino. La sensazione era la stessa, si sentiva dannatamente viva, quella presa allo stomaco come quando stai per baciare l’uomo della tua vita, ma era diverso. L’amore ti porta a fare follie, diverse volte lei aveva fatto follie per lui. Era la stessa identica cosa, ma in nero.
Tutto ma non su quelle cosa, lei aveva accettato tutto, anche che lui avesse dopo soli venti giorni, una nuova ragazza, ma prenderla in giro, mancarla di rispetto su una cosa simile, mancava di rispetto lei e mancava di rispetto Peppe. In nome dell’amore che lui aveva detto di provare in quei sei anni, solo per quello avrebbe dovuto restituirle la tuta il giorno dopo. Lui era quello che meglio sapeva cosa aveva passato dopo l’incidente, lui sapeva tutto, lui sapeva che lei ancora piangeva, lui sapeva dei suoi demoni. Era un’azione meschina, non riusciva ad immaginare una cattiveria più grande. E desiderò vendetta come mai prima nella sua vita.

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