“Il manuale del guerriero della luce” di Paulo Coelho

 

Nel “Manuale del Guerriero della luce” si parla di Dio, ma non un dio in particolare, Dio nella forma più libera e spirituale che c’è.
La vita è una guerra, ma non esistono esercito o grandi battaglie, solo singoli guerrieri, ma il Guerriero della luce sa, che se si vive cercando Dio, non ci sarà mai bisogno di combattere.

Coelho passa dal citare Gesù a Chuan Tzu, vagando per le culture più antiche poichè Dio non deve darci delle leggi, ma degli insegnamenti e questi possono arrivare da qualsiasi cultura, religione o filosofia.

Ho letto questo piccolo libricino poche pagine alla volta, in due momenti particolari: prima di addormentarmi e la mattina, facendo colazione sul terrazzino all’alba. E se a volte a tutto ho pensato tranne che a Dio, mi ha aiutata riflettere su come sono io e su cosa devo ancora migliorare di me stessa poichè essere dei guerrieri non significa vivere in una costante lotta, ma affrontare senza difficoltà quello che gli atri chiamano guerra e per farlo bisogna aver imparato dalla battaglie passate..

C’è tutto o nulla da dire su questo libro, mi limiterò a citarvi alcuni passaggi che mi stanno molto a cuore.

 

“Il guerriero della luce sa vedere ció che è bello perchè ha la bellezza dentro di sè, giacchè il mondo è uno specchio che rimanda ad ogni uomo il riflesso del suo viso”

“Il dolore di ieri è la forza del guerriero della luce”
“Un guerriero della luce è schiavo del proprio sogno e libero nei propri passi”
“Proprio perchè pensa di essere ciò che dice, il guerriero della luce finisce per trasformarsi in ciò che dice di essere.”
“Non mi sono mai impegnato in un’azione senza aver prima studiato la ritirata; d’altro canto, non sono mai entrato in un posto con l’intenzione di uscire correndo”
“Il guerriero della luce sa che l’intuizione è l’alfabeto di Dio, e continua ad ascoltare il vento e a parlare con le stelle.”
“Ogni guerriero della luce ha avuto paura di affrontare un combattimento.
Ogni guerriero della luce ha tradito e mentito in passato.
Ogni guerriero della luce ha imboccato un cammino che non era il suo.
Ogni guerriero della luce ha sofferto per cose prive di importanza.
Ogni guerriero della luce ha pensato di non essere guerriero della luce.
Ogni guerriero della luce ha mancato ai suoi doveri spirituali.
Ogni guerriero della luce ha detto “sì” quando avrebbe dovuto dire “no”.
Ogni guerriero della luce ha ferito qualcuno che amava.
Perciò è un guerriero della luce: perché ha passato queste esperienze, e non ha perduto la speranza di essere migliore.”
“Porto con me i segni e le cicatrici dei combattimenti: sono le testimonianze di ciò che ho vissuto, e le ricompense per quello che ho conquistato.”
“Un guerriero della luce sa ciò che vuole. E non ha bisogno di spiegare nulla.”

 

Articoli correlati

– “Dell’Amore e di altri demoni” di Gabriel Garcia Marquez
– “Le quattro cose ultime” di Paul Hoffman
– “La mano sinistra di Dio” di Paul Hoffman
– “Mangia Prega Ama” di Elizabeth Gilbert
– “Io sono Leggenda” di Richard Matheson

“Dell’Amore e di altri demoni” di Gabriel Garcia Marquez


“Dell’Amore e di altri demoni” è uno dei romanzi di Gabriel Garcia Marquez, autore di titoli come “Cent’anni di solitudine” e “L’amore al tempo del colera”. Per me è il suo primo lavoro che leggo ed è il tipo di storia che adoro, a metà tra ciò che realtà e ciò che è magia.

Sierva Maria è una bambina di dodici anni, tanto bella quanto selvaggia, figlia del Marchese di Casalduero, trascurata e lasciata crescere dai suoi schiavi, dai quali apprende lingue e usanze dell’antica Africa. A tale cultura, già vista dalla Chiesa come opera del demonio, si affianca il morso di un cane rabbioso e il carattere bugiardo e ribelle della bambina. Tutti questi fattori uniti vengono scambiati con una possessione demoniaca e la bambina viene chiusa nel carcere di un convento. Ma la sua vera rovina non sarà il diavolo degli inferi, ma quello dell’amore di cui cadrà vittima anche il gesuita incaricato di esorcizzarla.

Chi racconta non prende una posizione sulla storia, questo fa si che le teorie di chi crede nella possessione demoniaca e chi invece pensa che la bambina necessiti solo di amore, si mescolano avvolte in un velo di magia nera, collane tribali ed eventi inspiegabili, trasformando la stessa dipendenza dall’amore nella prova più concreta dell’esistenza del demonio.

“Fra questo e le stregonerie dei negri non c’è molta differenza – disse – E peggio ancora, perchè i negri si limitano a sacrificare galli ai loro dei, mentre il Santo Uffizio si compiace di squartare innocenti sul cavalletto o di arrostirli vivi in pubblico spettacolo”

“Abbiamo attraversato il mare oceano per imporre la legge di Cristo, e ci siamo riusciti nelle messe, nelle processioni, nelle feste padronali, ma non nelle anime.”

“Gli disse che l’amore era un sentimento contro natura, che dannava due sconosciuti a una dipendenza meschina e insalubre, tanto più effimera quanto intensa”

“Le quattro cose ultime” di Paul Hoffman

“Per dieci anni ha vissuto nel Santuario dei Redentori. Ha patito la fame e il freddo. Ha subito terribili punizioni e atroci torture. E, per tutto quel tempo, ha avuto un unico obiettivo: fuggire. E ci è riuscito.
Eppure, dopo aver conosciuto il mondo al di fuori del Santuario – un mondo in cui l’amicizia si è rivelata una trappola e l’amore una menzogna -, Cale è tornato, pronto a obbedire al proprio destino: diventare la Mano Sinistra di Dio e redimere i peccati dell’umanità. Annientandola.
Così addestra un manipolo di cinquecento ragazzi e li conduce a una schiacciante vittoria contro un esercito di diecimila mercenari. Per i Redentori, è un momento atteso da secoli: grazie a Cale, infine trionferanno nell’estenuante guerra che li oppone agli Antagonisti, a coloro che non credono in nessun Dio. Tuttavia, sotto una maschera di spietata ferocia, Cale nasconde una tempesta di emozioni contrastanti. Proprio lui, che ha imparato non provare pietà, è lacerato da sentimenti così impetuosi da sfuggire persino al controllo dei Redentori. Sentimenti che lo costringeranno a fare una scelta definitiva. Perché lui è la Mano Sinistra di Dio. Ma, forse, la sua strada deve essere ancora tracciata…”

Quando ho comprato “La mano sinistra di Dio”, ho affiancato a quel volume altri due libri, sono tornata a casa e ho incontrato mia cugina. Ora, la Feltrinelli sta a me, come io sto a mia cugina. Quando io dico “vado alla Fnac” mia cugina dice “Scendo da Giovanna”. Quindi, quando mi ha vista rientrare con 3 libri mi è sembrato scontato prestargliene uno e lei ha detto “Ma questo me lo porto in vacanza, tu poi cosa leggi questi 15 giorni?” e io spavalda “ma dai, ne ho comprati altri due, ho di che leggere!”.
Mia cugina è ancora in vacanza e io sto per iniziare il quarto libro. Anzi, “Le quattro cose ultime” seconda parte de “La mano sinistra di Dio” sono scesa appositamente a comprarlo.
Sapevo che la terza parte non è stata ancora pubblicata, quindi volevo andare con calma, o addirittura avevo pensato di metterlo da parte e prenderlo solo con la certezza di poter iniziare subito il finale. Ed invece l’ho finito in pochi giorni.
Devo ammettere che quello che avevo letto su alcuni siti è vero. Il secondo capitolo è un pò più lento, ma solo perchè a volte sembra di leggere i piani tattici di una guerra del 1400 anziché un romanzo. Quindi si procede un pò a rilento. Però poi, come nella prima parte, ci sono dei punti in cui guardi l’orologio e dici “Non me ne fotte, devo vedere che cazzo succede” (scusate i francesismi, ma tra queste letture e Assassin’s Creed sto iniziando a parlare come una dama medievale e ogni tanto ho bisogno di qualcosa che mi riporti nel mio fantastico 2012).
Di certo non posso raccontarvi molto della trama. Thomas Cale, freddo adolescente devoto all’omicidio, entra lentamente in contatto con il lato oscuro della forza colmandosi nuovamente di odio dopo la sua breve parentesi cittadina di cui si narra nel primo. Guiderà eserciti gli uni contro gli altri lasciando alle sue spalle una scia di distruzione, morte e sofferenza.
Le ultime 100 pagine le ho praticamente divorate per poi leggere l’ultima frase, chiudere il libro e augurare a Paul Hoffman, cioè l’autore, un’attacco di dissenteria, non prima di aver consegnato il terzo capitolo alla casa editrice.

Una cosa ve la dico. Morte, Giudizio, Paradiso, Inferno. Queste sono le quattro cose ultime.

Articoli correlati

– “La mano sinistra di Dio” di Paul Hoffman
– “Mangia Prega Ama” di Elizabeth Gilbert
– “Elianto” di Stefano Benni
– “Siddharta” di Herman Hesse
– “Io sono Leggenda” di Richard Matheson

 

 

 

 

 

“La mano sinistra di Dio” di Paul Hoffman

“Non lasciatevi ingannare. Si chiama Santuario dei Redentori, quello in cima a Shotover Scarp, ma è un luogo che non dà nessun rifugio e offre ben poca redenzione. Anzitutto è circondato, a perdita d’occhio, da un’arida boscaglia, è avvolto da una perenne coltre di fuliggine, ed è così grande che è facilissimo perdersi, proprio come ci si perderebbe in una landa desolata. Poi ci vivono più di diecimila ragazzi, tormentati dalla fame e dal gelo, costretti a pregare e a fare penitenza, stremati da punizioni brutali e da un addestramento sfibrante. E tutto perché i Redentori hanno un disperato bisogno di soldati da mandare in guerra contro gli Antagonisti, contro coloro che non credono in nessun Dio. Una guerra che dura ormai da due secoli.
Questa è stata la vita di Cale da quando, dieci anni prima, è stato strappato alla sua famiglia e condotto nel Santuario. Adesso Cale di anni ne ha quattordici: il suo passato è stato cancellato, il suo presente è un inferno e il suo futuro è la morte sul campo di battaglia. La stessa fine di tutti i suoi compagni.
Però Cale non è come gli altri. Non si lamenta, non rimpiange, non protesta. Il suo sguardo è freddo e spietato, il suo cuore è calmo e risoluto, la sua mente è lucida e determinata. Perché Cale ha un piano.
Deve fuggire. Ma non si può sfuggire al destino. Infatti, dopo aver abbandonato il Santuario, Cale si ritroverà in un mondo ancora più crudele e pericoloso. Un mondo in cui bisogna combattere con le armi e con l’astuzia. Un mondo che regala l’amore soltanto per strapparlo via. Un mondo in cui amici e namici hanno lo stesso volto. Un mondo che aspetta e teme colui che forse lo distruggerà: la mano sinistra di Dio…”

L’altro giorno sono andata (come negli ultimi 10 giorni) a trascorrere la mia pausa pranzo al bar della Feltrinelli. Finito “Mangia Prega Ama” ho cercato di mantenere la promessa che mi ero fatta di non comprare più libri e così ne ho preso uno dalla mensola. Avevo voglia di leggere un fantasy, qualcosa che si addicesse con i miei sentimenti estivi e ho preso “La Citta delle Bestie” di Elizabeth Allende. Leggendo leggendo, mi sono resa conto che non era la prima volta che provavo ad iniziarlo e mi sono resa conto che come la prima volta, il libro non mi prendeva. Così seduta a quel tavolino, circondata da millemila libri e con altre due ore di pausa sono nuovamente venuta meno alla mia promessa.

Non c’è cosa più difficile che scegliere un libro da zero. Sono stata davanti alla sezione Thriller/Fantasy penso per 30 minuti cercando la mia solita vibrazione, volevo qualcosa di dark, ma niente mi catturava. Allora ho cambiato sezione, sono arrivata a quella dei romanzi rosa dove ho trovato “Summer in the City” prequel di “Sex and the city” e ho pensato “mal che vada, almeno ho come passare questa altra oretta”, poi sono passata vicino alla sezione dove erano esposti alcuni dei titoli più venduti e c’era “Il Manuale del guerriero della luce” di Paulo Cohelo, l’ho sempre voluto leggere e ho preso anche quello. Ma si dai, abbondiamo.

Alla fine sono tornata al piano di sotto, sentivo che lì la mia ricerca non era finita e come un colpo di fulmine ho preso questo libro, non ricordo ne in quale sezione, ne da quale tavolo l’ho preso. “La mano sinistra di Dio” di Paul Hoffman. Ho letto il titolo e la piccola scritta sulla copertina “Il suo nome è Cale. E’ scritto che distruggerà il mondo. Forse lo farà….” L’immagine di copertina ritrae un guerriero di spalle con il cappuccio, di fronte una grande finestra in stile medievale. Non si deve giudicare un libro dalla sua copertina, ma per me funziona così, sarà la mia natura di grafica, ma non riesco a comprare un libro con una brutta copertina. E questa copertina mi piace. Mi piace così tanto che non leggo nemmeno il retro, come faccio di solito. Mi piace il titolo, mi piace la copertina e mi piace il suono del nome del protagonista, Cale. Ho elementi a sufficienza. Vado alla cassa, pago i tre libri e torno al bar. Inizio la mia lettura.

Cale è un ragazzo di 14 anni, vive nel Santuario dei Redentori, un posto, mi viene da dire, dimenticato da Dio, dove sin da piccoli, i ragazzi vengono addestrati stile “Sparta” a combattere, in nome di Dio per l’appunto, chi in lui non crede.

E’ un mondo di fantasia, anche se i riferimenti alla nostra realtà sono tanti, mi ha divertito il fatto che il simbolo di tale religione non è un uomo in croce, ma uno impiccato.

Comunque, in questo santuario i ragazzi sono costretti a vivere come animali, nel timore della punizione eterna e in quella più concreta e fisica che arriva dai Redentori, loro “maestri”.

Cale è diverso, è speciale, così speciale che prende più legnate di tutti gli altri 10.000 ragazzi. Rinchiuso lì dentro da 10 anni, è freddo, privo di qualsiasi sentimento, odia i redentori, ma non si ribella in attesa del momento giusto per scappare. Cale non prova pietà, non prova nulla, finchè il destino non lo pone davanti a delle situazioni che lo travolgeranno così tanto da riuscire in qualche modo ad intaccare la sua corazza e cambiare quello che 10 anni addestramento hanno creato. Ma è pur sempre un assassino e….

E porca puttana (perdonatemi) scopro che questo è il primo di una trilogia!!!

Ma non sarebbe il caso di scriverlo in copertina!!!!

Non solo, ma il terzo non è ancora uscito!!!

Quindi appena avrò finito di scrivere qui, pulirò casa e andrò a comprare il secondo capitolo!

Comunque il primo mi è piaciuto, probabilmente perchè, solo in base alla copertina, sono riuscita ad individuare esattamente il tipo di storia che volevo, quindi ero particolarmente predisposta ad un racconto di guerrieri, violenza e omicidi in un epoca simil medioevo in un mondo non così diverso dal nostro. E’ sicuramente un libro per ragazzi e anche da questo punto di vista era quello che volevo dopo diverse letture più “adulte”. Forse non è scritto in modo perfetto, ho notato la differenza con le prime 20 pagine che ho letto dell’Allende, ma ehi, stiamo parlando pur sempre di traduzioni e ehi, l’Allende l’ho abbandonata dopo 20 pagine e non perchè fosse pesante, ma perchè era in qualche modo, sempre dal mio misero punto di vista, scontato.

O forse semplicemente non sono predisposta.

Ora vado a comprare il secondo capitolo, “Le quattro cose ultime”, sperando che sto benedetto Paul Hoffman non mi faccia invecchiare in attesa del terzo.

p.s. “La mano sinistra di Dio” è anche il titolo del romanzo che sta alla base della serie TV “Dexter”. Penso che comprerò anche quello.

 

Articoli correlati

– “Mangia Prega Ama” di Elizabeth Gilbert
– “Elianto” di Stefano Benni
– “Siddharta” di Herman Hesse
– “New York sexy” di Candace Bushnell

 

 

 

 

“Mangia Prega Ama” di Elizabeth Gilbert

Ultimamente mi sono resa conto di avere casa piena di libri che non ho mai letto e nonostante questo le mie ultime due letture sono state delle repliche (Siddharta e Elianto). Per questo motivo mi ero promessa di non acquistare libri nuovi prima di non aver letto qualcuno dei titoli presenti nella mia libreria, quelli che mio fratello mi ha lasciato in eredità non potendoli trasportare nel suo piccolo appartamento di Hoboken.

Poi qualche settimana fa facevo una delle mie solite visite alla Fnac e gironzolavo tra i vari settori sfogliando i libri che più mi sembravano interessanti o limitandomi a sfiorare le copertine con le dita in attesa delle giusta vibrazione quando mi sono imbattuta nel libro da cui è stato tratto l’omonimo film “Mangia Prega Ama”.

In copertina c’è Julia Roberts con una coppetta gelato in mano e il cucchiaino in bocca, sul suo viso c’è un’espressione di felicità e goduria.

Non amo comprare libri che riportano in copertina immagini del film che hanno ispirato. Mi sembra una mortificazione per il libro costretto ad appellarsi alle immmagini di un film per attirare l’occhio del lettore.

Nonostante questo ho preso il tomo tra le mani e l’ho girato per leggerne il retro “L’unica eccezione al clichè holliwoodiano per cui tutto ciò che serve ad una donna per essere felice è un marito”

Il libro è venuto a casa con me ed ogni pagina letta è stata una nota d’amore.

Se invece di psicanalizzarmi dopo 5 minuti di telefonata volete sapere io come sono, leggete questo libro. Mi è stato impossibile non immedesimarmi nella protagonista e nel suo viaggio attraverso il mondo e se stessa alla ricerca della felicità.

Liz Gilbert è una scrittrice affermata, sposata e con una bella casa a New York che una notte si ritrova a piangere su pavimento del suo bagno rendendosi conto di non essere felice.

Affronta un divorzio, una storia d’amore turbolenta, ma soprattutto se stessa, finchè non capisce che essere single significa essere libere e di fronte questa nuova scoperta decide di fare tutto quella che la sua libertà le permette di fare.

Per un anno abbandona tutto e tutti e parte. Trascorre i primi 4 mesi in Italia, a Roma. Da italiana questa è stata la parte più divertente, mi piace sempre sapere come gli stranieri vedono l’Italia, ma molti di quelli con cui spesso ne parlo sono qui perchè sono stati costretti a venirci (militari), Liz invece ci viene di sua spontanea volontà, anzi, realizza uno dei suoi più grandi desideri.
Oltre ad imparare l’italiano, la protagonista si lascia coccolare dal cibo e entra in contatto con quello che è il concetto della “dolce vita” e il “dolce far niente”.

Dopo si sposta in India per altri 4 mesi. Qui vive presso un ashram seguendo la dottrina di una guida spirituale, impara l’arte della meditazione, impara ad ascoltare se stessa e ad essere in pace con i suoi sentimenti e si suoi pensieri. Impara il valore di passato, presente e futuro.

Ed in fine arriva a Bali dove inizia a seguire un santone del luogo e dove finalmente troverà…beh non ve lo dico!

Non vi è una vera e propria lezione da imparare nella lettura di questo libro. Elizabeth Gilbert parla del suo viaggio alla ricerca della felicità, ma ognuno può vivere tale ricerca in modo diverso. Forse l’unico insegnamento è quello che sta alla base di tutto il libro: cercate la felicità. Se nel vostro io percepite di non essere felici, ma temete che nel lasciare la via classica, quella che tutti considerano giusta, sarete giudicati, fregatevene.

Dovete essere felici, ad ogni costo.

“La Bhagavad Gita – l’antico testo indiano yogi – dice che è meglio vivere la propria vita in modo imperfetto piuttosto che vivere in modo perfetto l’imitazione della vita di un altro”

“Volevo le gioie del mondo e la trascendenza – il duplice splendore di una esistenza pienamente umana. Volevo quello che i Greci antichi chiamavano kalòs kai agathòs, l’equilibrio tra ciò che è buono e ciò che è bello.”

“Dio vive dentro di te essendo te stesso, esattamente come sei. A Dio non interessa guardarti mentre interpreti un ruolo”

 

Articoli correlati

– “Elianto” di Stefano Benni
– “Siddharta” di Herman Hesse
– “New York sexy” di Candace Bushnell

 

 

 

“Elianto” di Stefano Benni

Non amo molto la letteratura italiana, ma il mio autore preferito è nato a Bologna e il suo nome è Stefano Benni. Credo di aver letto tutti i suoi libri, ma ogni estate, quando le sere diventano magiche, apro la prima pagina di “Elianto” e lo divoro fino all’ultima frase. Non so quante volte l’ho letto.

Come tutti i libri di Benni, “Elianto” è ambientato in un mondo a metà tra reale e fantastico, nel quale tutte le bugie della nostra “Italialand” si mescolano alle verità della fantasia senza limiti dell’autore.

Le elezioni sono alle porte, i 20 candidati si sfidano a suon di attentati e stragi. Chi sopravviverà sarà il nuovo presidente. L’indipendenza delle contee dal corrotto governo centrale si decide con dei giochi e il tutto è controllato dal Zentrum, il computer centrale posto all’ultimo piano del più grande grattasmog mai costruito, il Chiodo.

Ad Elianto spetta l’arduo compito di gareggiare contro Baby Esatto in un quiz televisivo per l’indipendenza della sua contea.

Ma Elianto è malato, costretto in un letto dal Morbo Dolce che lentamente lo consuma, e in attesa del suo ultimo giorno, viaggia con la fantasia lungo le vie di una mappa nootica che ogni notte si proietta sul soffitto della sua stanza attraverso le ombre dei rami di una grande castagno. La mappa mostra le vie d’accesso ai 7 mondi alterei e sarà proprio attraverso questi mondi che Boccadimiele, Iri e Rangio, i migliori amici di Elianto, partiranno alla ricerca di una cura per il compagno che gli permetta di alzarsi e partecipare al quiz.

Parallelamente a loro, per ordine del Gran Malvagio in persona, i tre diavoli Ebenezer, Brot e Carmilla seguiranno la stessa via alla ricerca del magico Kofs, mentre il guerrero Fuku occhio di tigre e i due mini-yogi Pat e Visa scaveranno negli angoli più remoti dei 7 mondi per trovare il più forte guerriero di tutti i tempi, Tigre Triste.

Elencare tutti i personaggi o semplicemente descrivere i mondi creati di Benni è praticamente impossibile in poche righe, ma per quanto possano essere creature di fantasia o luighi immaginari, è molto semplice rivedere in essi se stessi o una parte della nostra società, ed è per questo che lo adoro, perchè intreccia quanto c’è di più triste nella nostra società viziata, falsa e corrotta, con la bellezza di una fantasia senza limiti nella quale dietro una semplice ombra può nascondersi l’accesso alla libertà.

Quindi è un libro che consiglio a tutti, a quelli che sognano e a quelli che vivono con i piedi a terra. Mentre io aspetto la prossima estate per leggerlo di nuovo.

King Misclot il lunedì preparò con ingredienti segreti un cocktail d’amore così porneroticosexappillico che quella sera stessa i sexmografi segnalarono un terromoto di sesto grado e invece erano un milione di molle di letto che cigolavano.

King Misclot il martedì venne sfidato da un cliente ubriaco che gli disse: scommetto un milione di svanzike che non riesci a fare un cocktail che mi butti a terra. King Misclot mescolò gin, angostura, grappa di pera, merlot, pinot, sbargiullo, pallini da caccia, solfuro d’ammonio e due gocce di mercurio protoplastico, chiuse tutto in una damigiana e spaccò la damigiana in testa al cliente, che perse la scommessa.

King Misclot ll mercoledì fece un cocktail così leggero che tutto il party si svolse sul soffitto.

…….”

Articoli correlati

– “Siddharta” di Herman Hesse

– “New York sexy” di Candace Bushnell

 

 

“Siddharta” di Herman Hesse


Ho riletto “Siddharta. Rileggere è una grossa parola. Diciamo che finalmente ho letto “Siddharta”. Non lo ricordavo, non lo avevo compreso. Ho scelto il momento migliore, senza saperlo, Siddharta, colui che cerca.
Hesse racconta un viaggio.
In molti libri, storie, racconti, il protagonista si ritrova a viaggiare, a volte alla ricerca di qualcosa che lo completi, altre volte solo alla fine del suo percorso si rende conto di aver trovato qualcosa.
Siddharta è diverso. Lui sa esattamente cosa sta cercando e sa anche dove trovarlo, quella che gli manca è la via giusta da seguire. E a differenza di chi inizia una ricerca, lui sa, impara, che non sempre bisogna percorrere le strade convenzionali, non sempre per arrivare ad un antico tesoro bisogna percorrere la giungla, a volte è necessario scavare in città. Insomma, per dirla all’Indiana Jones, non sempre la “x” è il punto dove scavare.
Siddharta cerca qualcosa a cui può sembrare che solo gli eremiti e i monaci siano destinati: il Nirvana.
Ma cos’è il Nirvana se non la felicità, il benessere dei sensi. Qualcosa a cui tutti gli esseri umani possono puntare. Qualcosa che tutti gli esseri umani sanno dov’è, ma che la maggior parte di essi cerca di raggiungere seguendo le strade sbagliate, seguendo strade che di solito li allontanano e li pongono di fronte ad un misero riflesso di quella che era la loro meta. Una vita da eremita o nel lusso più sfrenato, entrambe le vie portano nella mortificazione del corpo e dell’anima e ci allontanano da noi stessi convincendoci che la felicità sia lì fuori, nascosta nel piacere fisico o nell’annullamento dell’Io.
Siddharta ci insegna che il Nirvana è in ognuno di noi e che nessuno potrà mai insegnarci dov’è, un maestro potrà parlarci della via che ha seguito per trovarlo, ma non potrà mai dirci dove esattamente si trova. Possono insegnarci a scrivere e leggere, ma la felicità è un viaggio che va fatto senza seguire una mappa. Senza precludersi a nessuna esperienza, perchè la conoscenza è la nostra migliore compagna nel lungo cammino che ci siamo scelti. Siddharta sa che non esistono maestri o santoni, ma solo uomini .
Egli vive nella miseria per poi arrivare alla ricchezza più estrema e tutti i vizi che ne comporta. Annulla il suo “Io” e smette di provare sentimenti per poi farsi bruciare dall’amore per un figlio e alla fine comprende che per trovare la completa unità con tutto quello che ci circonda, per sentire esattamente quello in cui siamo immersi, bisogna essere uno e nessuno, bisogna essere nel mezzo, avere senza desiderare, perdere senza rimpiangere. Scegliere una via estrema è solo un modo per nascondere le proprie paure, ma non per sconfiggerle.
Non c’è bisogno di digiunare sotto un albero per raggiungere il Nirvana, se siamo abbastanza aperti alla conoscenza della vita e alle sue esperienze, se siamo davvero propensi alla ricerca della felicità, potrà capitare che un giorno mentre siamo in treno tornando da lavoro o mentre stiamo dando da mangiare al gatto, alzeremo lo sguardo e sentiremo dentro di non essere più delle entità messe di passaggio sul mondo, ma il mondo stesso.

Questo è il motivo per cui continuo la mia peregrinazione: non per cercare un’altra e migliore dottrina, ma per abbandonare tutte le dottrine e tutti i maestri e raggiungere da solo la mia meta o morire

Ma dei segreti del fiume, per quest’oggi non vedeva che una cosa sola, tale però da afferrare interamente l’anima sua. Ecco quel che vedeva: quest’acqua correva correva, sempre correva, eppure era sempre lì, era sempre in ogni tempo la stessa, eppure in ogni istante un’altra.

Quando apprese che Siddharta era sparito, non si meraviglió. Non se l’era sempre aspettato? Non era egli un Samana, un randagio, un pellegrino?

“Io sono Leggenda” di Richard Matheson

 

E’ stata la lettura più veloce dell’ultimo periodo, ci ho impiegato poco meno di una settimana, duecento pagine che si leggono da sole.
Il libro, pubblicato nel 1954, è ambientato alla fine degli anni settanta, quando un’ epidemia trasforma l’intera popolazione mondiale in vampiri. Robert Neville è però immune e questo lo rende l’ultimo sopravvissuto tra gli uomini.
Avendo visto il film interpretato da Will Smith una quantità indefinita di volte, non posso far a meno di paragonarli.
Ovviamente il libro è ben diverso nei fatti, iniziando dal periodo storico, continuando con il fatto che Robert Neville viene in realtà descritto come un omone bianco e biondo, dai tipici tratti nordici e occhio chiari. Ovviamente a nessuno è dispiaciuto vedere questo personaggio interpretato da Willy all’apice della sua forma fisica 😀
Ma nonostante tutte le differenze narrative, sia nel testo che nel suo adattamento cinematografico è forte l’angoscia della solitudine, la pazzia che lentamente si insinua nella mente di un uomo che oltre ad essere solo, deve combattere ogni giorno contro l’orrore a cui è ormai è abituato e che ha trasformato la sua vita in un continuo sforzo verso la sopravvivenza e vede, nella ricerca di una cura, non una speranza di salvare il mondo, ma un modo per interrompere la monotonia dei giorni che si susseguono.
Robert Neville è la prova che non esistono ragioni per vivere, l’amore, la felicità, la famiglia o gli amici, il lavoro o le moto. L’unica vera ragione della nostra esistenza è la vita stessa, ecco perchè, dopo aver bruciato una figlia infetta e seppellito per ben due volte la moglie, dopo tre anni di orrenda solitudine, rinchiuso nella sua casa bunker braccata tutte le notti dai vampiri, Robert resta ancora attaccato alla vita con le unghie. Piange quando finalmente incontra un cane, ma crea una nuova barriera tra lui e le emozioni quando questo muore (io invece ho iniziato a piangere come una povera scema), tanto che quando incontra una donna “viva”, il pensiero di iniziare nuovamente una vita con lei quasi lo infastidisce.
Anche la conclusione differisce molto dal film. Nella pellicola tutto prende un senso filosofico-religioso, tutto diviene una rappresentazione dell’amore e della speranza. Il libro invece prende una nota molto più sociale, i vampiri si evolvono imparando a convivere con la malattia e i ruoli cambiano. Loro diventano la normalità, Neville è il mostro che li uccide. Quando si rende conto di questa cosa smette di temerli e anche di odiarli, loro lo vedono esattamente come lui li vedeva tre anni prima e allora anche la morte non lo spaventa più.

“La normalità è un concetto legato alla maggioranza, rappresentava una qualità comune di molti uomini, non di uno solo”

“New York sexy” di Candace Bushnell

Quando si parla di un libro bisognerebbe inserirlo in un contesto, almeno per quanto mi riguarda. Un libro, come una canzone può essere più o meno apprezzato a seconda del momento della propria vita in cui lo si legge. Io non sono una divoratrice di libri, mi piace leggere, ma non scelgo i miei titoli a caso perchè “mi basta leggere”, devo sentirmi ispirata e..si…lo ammetto, non sono amante dei classici da mille e una pagina. La mia più grande impresa è stato Il Signore degli Anelli.

Due estati fa sono stata in vacanza una settimana nella bellissima isola di Ventotene, tanto bella quanto noiosa se non si è un sub. Dopo due giorni avevo già visto “tutte” le spiagge più belle, il tramonto e le meduse. Ero accompagnata dal mio ex che non era uno che amasse la vita movimentata quindi più che dormire e mangiare (sesso poco, infatti dopo 3 mesi ci siamo lasciati) non c’era molto da fare e mi diedi alla lettura.

Comprai due libri “New York sexy” di Candace Brushnell, autrice del libro da cui è stata tratta la mia serie preferita “Sex&the City”, e l’impegnativo “Chuck Norris non ha l’altra guancia” raccolta di “aforismi” dedicati all’attore americano.

Iniziai a leggere il primo, ma, come detto prima, evidentemente non era il periodo giusto e lo ricordo impolverato sul comodino della nostra bellissima camera da letto Ikea. L’ho ripreso e finito quando sono tornata a casa dai miei, single e senza lavoro, ma dell’umore giusto per leggere un libro la cui protagonista è una stronza con la “S” maiuscola.

Janey Wilcox di mestiere fa la modella per Victoria’s Secret, è bellissima e viziata, sa che non esiste un uomo in grado di resisterle, vive di feste, locali in e shopping scorrazzando sulla sua Porsche tra New York e gli Hamptons. E’ convinta che la bellezza e il sesso possano comprare tutto. Le manca solo un uomo, non l’amore, ma un uomo abbastanza ricco da potersela permettere.

La cosa interessante del libro non sono tanto gli avvenimenti che arricchiscono di colpi di scena la sua vita, ma il modo in cui viene descritta. Raramente mi  è capitato di leggere un libro in cui la protagonista è così moralmente “sporca”, o stupida e superficiale come Janey, o che almeno si faccia credere stupida come fa lei. Eppure riesce, in un modo o nell’altro, ad ottenere quello che desidera e mentre leggevo non potevo far a meno di pensare “se ce l’ha fatta lei…”

Non importa a quello a cui punti, non importa se per gli altri pensano che tu sia una puttana viziata fredda e superficiale, se vuoi qualcosa, ci sarà sempre un posto nel mondo dove potrai averla, una seconda possibilità, se hai la forza e se non hai paura, la vita ti da sempre l’occasione di ripartire da zero, non smetti di essere stronza, ma almeno lo sei con più esperienza!

 

…Lui aveva accostato. Janey era il suo gioiello, non poteva sopportare di vederla soffrire. L’aveva attirata a sé, con la testa sulla sua spalla. “Che c’è, baby?” aveva chiesto dolcemente “Per favore, non piangere. Che cosa vuoi fare?”
“Voglio andare a Capri” aveva detto lei “O per lo meno a Milano. Voglio andare a fare spese, lì i prezzi sono così bassi”
“E’ troppo tardi per andare a Capri, ma ti prometto che andremo a Milano domani”aveva detto lui, pensando con una punta di rimpianto che era un peccato lasciare la villa con tre giorni di anticipo, visto che costava ventimila dollari a settimana. Ma era stato tanto accorto da capire che non era il momento di parlare di soldi. “Andremo a Milano” l’aveva rassicurata “e alloggeremo al Four Seasons…”