Festa delle donne, la vera storia

L’8 Marzo non c’è stata nessuna strage di donne operaie, nessuna fabbrica esplosa, nessun dramma femminile. la Cotton&Cotton di New York non è mai esistita e non c’è mai stata nessuna repressione violenta di donne operaie.
Gli eventi e e le donne stesse hanno voluto che la loro festa fosse celebrata in questa data.
Leggende, nate nel primo dopoguerra, attribuiscono a questo giorno fantasiose motivazioni.

Il primo “Woman’s Day” è stato celebrato negli Stati Uniti il 3 Maggio 1908, giorno nel quale Corinne Brown, socialista, sostituì l’oratore designato alla consueta conferenza della domenica del Partito socialista di Chicago. Fu quella l’occasione per parlare del diritto della donne al voto, le discriminazioni e le violenze subite. Quel giorno fu chiamato per l’appunto “Woman’s day”, ma non ebbe un seguito immediato, l’unico risultato fu che il Partito socialista americano decise di dedicare l’ultima domenica del Febbraio 1909 all’organizzazione di una manifestazione in favore del diritto di voto femminile.
Lentamente, nell’arco di pochi anni dalla prima celebrazione statunitense, la giornata delle donne iniziò ad essere esportata dal Partito socialista anche in Europa. In tutte le nazioni fu scelta una data significativa, spesso ricorrente nel mese di Marzo.
Tutte le celebrazioni furono interrotte dalla Prima guerra mondiale fino all’8 Marzo del 1917, data in cui le donne di San Pietroburgo guidarono una grande manifestazione perchè si ponesse fine al conflitto. La manifestazione fu pacifica, questo incoraggiò nuove proteste che portarono alla caduta dello zarismo. Ecco perchè l’8 Marzo viene ricordato come l’inizio della “Rivoluzione Russa di Febbraio” e per questo motivo, durante la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, tenutasi a Mosca nel 1921, fu decisa quella data per la “Giornata internazionale delle operaie”.
In Italia la festa venne celebrata la prima volta nel 1922. Ma solo nel 1977, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite decise di proclamare la “giornata della Nazioni Unite per i diritti della donna e la pace internazionale” da osservare in ogni stato membro in un giorno qualsiasi dell’anno.
In questo modo le Nazioni Unite riconoscevano l’importanza della figura della donna nella pace mondiale.

Sono due gli elementi che non condivido in questa giornata: il primo è la giornata stessa. Se le donne hanno bisogno di una data per essere celebrate questo fa di noi una minoranza ed è la testimonianza tangibile di quanta differenza ci sia ancora tra uomini e donne. Io, in quanto donna, ho pari diritti (e pari doveri) di un uomo, non ho bisogno che le Nazioni Unite instaurino una giornata per ricordare al mondo una cosa così naturale. E’ come se si celebrasse la “giornata mondiale del respirare”, io mi ricordo di respirare.
Ci sono altre “giornate commemorative” di cose naturali, come il diritto di tutti al cibo, o la lotta contro l’AIDS. Questi due esempi sono l’emblema delle difficoltà pratiche che l’uomo ha nel risolvere diritti basilari di ogni essere vivente, difficoltà scaturite dalla stupidità e voracità dell’uomo che tra lui e quei diritti ha posto economia e guerre che ora rendono concretamente difficile mantenere vivo il diritto di un bambino dell’Africa al cibo.
Ma la donna, i suoi diritti non si rispettano con l’economia, sono solo stati mentali.
L’8 Marzo io non lotto per i diritti delle donne, l’8 Marzo è quell’unico giorno all’anno in cui mi rendo conto che tutti gli sforzi fatti per gli altri 364 giorni non sono ancora stati sufficienti.
E anche quando l’unica differenza tra uomini e donne sarà il bagno pubblico, anche in quel momento, ci saranno uomini che ci picchieranno, che ci violenteranno e ci maltratteranno, e non perchè noi siamo donne, non perchè siamo deboli. Perchè la cattiveria esiste ed esisterà sempre, che sia donna o uomo.
Il secondo motivo è quello che questa celebrazione è diventata: la scusa per quelle donne che di propria iniziativa si rinchiudono in una gabbia, per uscire allo scoperto per un giorno e invece di promettere e se stesse di essere donne migliori, di lottare, di lavorare di più, di migliorarsi, invece di dimostrare agli uomini che non ci sono differenze, stanno lì ad aspettare il rametto di mimosa (donato dagli uomini) per poi incontrarsi con amiche (o semplici colleghe di genere sessuale) per andare a fare cosa? Guardare uomini spogliarsi. Che non è che sia un brutto spettacolo, ma cazzo, perchè nel giorno in cui si celebra la nostra bellezza, noi dobbiamo festeggiare in un modo così “da uomo”. Andiamo negli strip club, andiamoci sempre, questa è la vera emancipazione, non dover aspettare un giorno all’anno per fare una cosa che infondo gli uomini fanno sempre. E’ come se ci fosse la “giornata mondiale dell’uomo” e tutti andassero fuori a festeggiare in un centro estetico!

Bisogna sentirsi donne, sempre, bisogna lottare, sempre. Non per i diritti del genere femminile, ma per i diritti del genere umano

Fantasmi di Napoli…e dintorni

I fantasmi, per chi ci crede, non si trovano solo nella vecchie case abbandonate delle campagne dell’Illinois o nei vecchi castelli scozzesi. Pare che anche noi possiamo vantare un paio di posticini infestati niente male. E in effetti  la cultura partenopea, ricca di esoterismo, misteri e leggende, e soprattutto antica, si presta bene a questo tipo di storie mettendoci anche a disposizione location che si adattano meglio di una qualsiasi scenografia di Tim Burton.

Proprio a Napoli ne abbiamo alcuni tra i più famosi.

Si narra di una giovane donna in abito nuziale che farebbe la sua comparsa, soprattutto nei periodi primaverili, sulle gradinate della Basilica dell’incoronata. La leggenda vuole che questa si mostri solo alle donne nubili (particolare che devo ricordare).

Un condominio di piazza Garibaldi invece è infestato dal fantasma di un soldato spagnolo impiccato dal popolo in rivolta. La sua testa compare di tanto in tanto spaventando i condomini.

Un fantasma che sicuramente sa come ci si diverte è quello che infesta i saloni del museo di Capodimonte. Maria Carolina di Borbone, invece di trascorrere il suo tempo (l’eternità) a spaventare i vivi, organizza feste. Testimoni narrano di suoni di antichi strumenti e figure danzanti.

Anche su Palazzo Fuga ci sono diversi racconti, ma è di sicuro la location che si presta in quanto antico rifugio per i poveri. Si parla di bagliori alle finestre, figure e strani lamenti.

Le notti piovose invece fanno da scenario ai fantasmi dei suicidi del Ponte Sanità, nella zona di Capodimonte.

Nel giorno della sua morte invece è possibile incontrare nel chiostro della Chiesa di Santa Chiara, il fantasma di Giovanna I D’Angiò. Assassinata le fu negata la sepoltura in terra consacrata poichè aveva dato il suo appoggio all’antipapa Clemente VII. Appare una notte all’anno, cammina con il capo chino lungo le pareti, solo di rado alza lo sguardo, ma si dice che la sua espressione sia così terrificante da uccidere chiunque la guardi.

Anche il Castel dell’Ovo pare sia infestato dagli spiriti dei prigionieri delle segrete. Di notte queste venivano inondate dal mare, uccidendo chiunque vi ci fosse rinchiuso.

Ma non solo Napoli, sono tante le leggende anche nel resto della Campania.

Nella Casina Reale, nella zona della fossa dei serpenti, in provincia di Salerno ci sarebbe il fantasma di una bambina morta cadendo in un pozzo proprio all’interno della casina. La bambina si accompagna ad un militare. Infatti attualmente la casina è una caserma e la cronaca vuole che uno dei militari che vi prestava servizio, si uccise proprio in una delle sue stanze.

Poi c’è la storia di un intero paese fantasma, Melito vecchio, nella zona di Grottaminarda, completamente distrutto dal terremoto dell’80, fu abbandonato. Numerose persone della zona asseriscono che è possibile sentire strane voci, lamenti e rumori. Andiamo a farci una capatina?

Ma la storia più divertente non parla di fantasmi ed è quella che riguarda gli archi di Via Velia (Salerno), chiamati anche “gli archi del diavolo”. Sono in realtà i resti di un antico acquedotto medievale, ma si dice che l’architetto a cui fu affidato il lavoro si fosse rivolto ad un demone per costruirli in un unica notte. visto l’ottimo lavoro qualche anno dopo gli vennero affidati i lavori del porto. Tutti i galli del paese furono uccisi perchè si diceva che il canto del gallo potesse scacciare i demoni. solo un gallo se la cavò, e mentre i diavoli erano all’opera cantò, mandandoli via. Il porto non è mai stato completato.
Che sia successa una cosa simile anche sulla Salerno/Reggio Calabria?

 

 

 

 

E dopo il Rugby…il Football, nozioni base

 

 

 

Devo essere sincera, aver guardato la partita Francia – Italia dopo aver dato uno sguardo alle regole e alla storia del gioco del rugby ha reso il tutto più interessante, anche perchè guardare una partita di uno sport di cui non conosci nulla è un pò come guardare un film in croato sottotitolato in sloveno.
Ed è quello che è successo stanotte mentre guardavo il Super Bowl, andavo ad interpretazione propria, come quando traducevo le versioni di latino. Quindi mi sono fatta una piccola ricerca che se l’avessi fatta prima forse sarebbe stato meglio.
Iniziamo con lo stabilire che il rugby e il football hanno poche cose in comune: la forma della palla, che però nel football è più piccola e affusolata, e la modalità di assegnazione dei punti.
Quindi, sebbene il football provenga in qualche modo dal rugby, non hanno niente a che fare tra di loro.
Il rugby è molto presente in europa, il football è lo sport più seguito negli Stati Uniti, e non solo NFL, il campionato che noi chiameremmo di serie A, ma anche l’NCAA, il campionato universitario, il nostro under21.
Il Super Bowl non è altro che la finale del campionato che tramite dei turni di playoff, elegge due squadre che per l’appunto, si sfideranno in quello che è l’evento televisivo assoluto più seguito negli Stati Uniti.
Il campo di gioco è lungo 120 yard (109m) e alle due estremità ci sono due porte, come quelle del rugby. I giocatori in campo sono 11 per ogni squadra che ha a sua disposizione una serie infinita di cambi e non perchè i giocatori vanno ad eliminazione e quindi, una volta che si sono rotti un pò di ossa vanno sostituiti, ma perchè ogni squadra è come se avesse al suo interno tre squadre: la squadra di attacco (offensive team), la squadra di difesa (defensive team) e la special team (per le azioni in cui si calcia la palla). Quindi ci sono tanti ruoli e di conseguenza, tanti giocatori. Il ruolo più importante è quello del primo attaccante, il quarterback, che è quello che gestisce le azioni di attacco e si cucca la prima cheerleader.
Ogni partita dura 60 minuti, divisi in 4 quarti e 2 tempi interrotti da 15 minuti di pausa che durante il Super Bowl sono conosciuti come Half Time Show.
Come nel rugby lo scopo è quello di portare la palla in meta, ma lo si fa in modo diverso, il gioco è come se proseguisse più lento e a scatti. La squadra che attacca ha quattro tentativi (downs) per avanzare di almeno 10 yard, a ogni tentativo il “portatore di palla” rischia la vita per mano dei difensori della squadra avversaria. Se con i 4 tentativi la palla supera le 10 yard si dice che la squadra ha ottenuto il first down, cioè la possibilità di avere altri 4 tentativi.
La meta viene chiamata touchdown e vale 6 punti e da diritto, come nel rugby, ad un extra point, cioè una conversione, che vale 1 punto se calciata, 2 punti se si riporta la palla in meta a mano.
nel cinema sono molte le pellicole che hanno avuto come protagonista il football, non essenzialmente pellicole “sportive”, insomma, anche Ace Ventura si chiude con il Super Bowl!
Comunque dato che venerdì andremo a vedere una partita di basket, domani tornerò al mio vecchio amore e vi parlerò dei bei tempi, quando sul divano insieme a mio fratello guardavo Micheal Jordano portare avanti i suoi Chicago Bulls!

Intanto ecco qualche film che vale la pena guardare!

 

Aspettando il WDW – Ducati, la storia in breve…

 

Sapete come si chiama la prima moto prodotta dalla Ducati? La Ducati, si, quella che ha da poco messo in commercio un missile terra-aria spacciandolo per una moto, la 1199 Panigale, un concentrato di tecnologia e cattiveria pura. Sapete come si chiamava il primo mezzo di trasporto a due ruote che hanno immenso sul mercato?
Il Cucciolo.
Si lo so, è come scoprire che Rocco Siffredi faceva il chirichetto in chiesa. Però non era proprio una moto, inizialmente era un semplice motore monocilindrico da applicare ad una bicicletta, solo dopo fu creato un telaio apposito. Correva l’anno 1946.

Ma la storia della Ducati inizia ben prima, quando nel 1926 l’ingegner Antonio Cavalieri Ducati crea la Società Scientifica Radio Brevetti Ducati specializzata in comunicazioni radio. L’avrebbe mai immaginato il caro ingegnere che il suo nome sarebbe diventato un icona del motociclismo mondiale? Avrebbe mai pensato di diventare il Ferrari delle due ruote? No, perchè prima di tutto non sapeva cos’era una Ferrari e poi perchè morì un anno dopo la creazione dell’azienda, lasciando il tutto in mano ai tre figliocci i quali diedero vita allo stabilimento di Borgo Panigale. Tutto proseguiva bene, almeno fino al 1944 quando i tedeschi decisero di occupare e poi bombardare lo stabilimento.
Ma invece di stare lì a guardare il lupo distruggere la loro dimora, i tre fratelli Ducati si rimboccarono le maniche, tirando nuovamente su lo stabilimento e, nel 1946, crearono il reparto motociclistico mettendo in produzione il caro Cucciolo.

Nel 1948 i fratelli cedettero la proprietà alle partecipazioni statali e nel 1954 avvennero due importanti eventi, la società venne divisa in Ducati Meccanica e Ducati elettrotecnica e venne assunto Fabio Taglioni, papà del sistema desmodromico, del motore bicilindrico e il telaio a traliccio, in pratica delle Ducati che conosciamo oggi!
Nel 1985 la Ducati venne acquistata dalla Cagiva fino al 1997, quando il Texas Pacific Group acquistò il 100% delle sue azioni mutando la sua demonizione in Ducati Motor Holding S.p.A. che fa sicuramente più figo.
Oggi la maggior parte delle azioni sono di nuovo in mano italiana, più o meno.

 

 

 

 

 

Rugby, questo sconosciuto

 

Ok, si è stabilito che il 17 Marzo, per onorare il sacro avvenimento della mia nascita, andremo (io, Titti e Rita) a Roma per assistere alla partita del 6 Nazioni Italia – Scozia.
Ho scelto codesto evento per diversi motivi, il primo è sicuramente che il rugby come sport mi incuriosisce, è bello vedere tanti uomini grandi e grossi che se ne danno di santa ragione per una palla e poi dopo la gara, nel così detto “terzo tempo” bevono e si divertono tutti insieme (se sopravvivono!). In più il rugby, a differenza degli altri sport, mi trasmette un non so che di nostalgico, anche nei colori e nelle uniformi delle squadre, mi fa pensare ai college inglesi dei primi del ‘900. E’ imponente come sport, rozzo, violento, ma allo stesso tempo quasi delicato ed elegante.
Altro motivo è che il 6 Nazioni ormai si avvia a diventare un appuntamento classico per uno sport che in Italia sta finalmente avendo lo spazio che  merita e quindi avevo già intenzione di inserire una partita del genere nelle cose da fare nel 2012.
Terzo motivo, possiamo arrivare allo stadio già ubriache e nessuno lo noterà.

Ma a questo punto mi chiedo: cos’è il rugby? Cos’è il 6 Nazioni? E l’Italia che ruolo ha in tutto questo?
Tutte queste domande perchè una volta allo stadio vorrei evitare di chiedere al mio vicino chi siamo noi e chi la squadra avversaria.
Quindi, ecco cosa ho imparato:

Il rugby trova le sue origini in Inghilterra nella prima metà dell’800 ed è infatti molto diffuso in terra anglosassone e nei vari paesi che hanno subito una colonizzazione da parte del popolo inglese, arriva poi anche in Francia, Italia e via discorrendo. Si dice che durante una partita di calcio, uno studente della scuola di Rugby, ridente cittadina inglese, decise di prendere la palla con le mani e correre fino a segnare. All’epoca le regole del calcio non erano state ancora delineate e pare che afferrare la palla con le mani fosse una cosa al quanto consueta, insomma, a sto ragazzo non solo non fu fischiato fallo, non ci furono rigori e gli fu pure attribuita la nascita di questo sport.

Il rugby è definito sport sia di combattimento che di situazione, perchè i giocatori seguono comunque uno schema e una tattica per chiavarsi a mazzate, insomma, non sono mazzate alla ciecata, è tutto studiato!

Esistono diversi tipi di rugby: rugby a 15 (la più diffusa) a 13 e a 7 e sono gestiti da due diverse organizzazioni, quello a 15 e a 7 dalla Rugby Football Union, quello a 13 dalla Rugby Football League.

Quello che interessa a noi è il rugby a 15.

Come dice il nome, ogni squadra può schierare 15 giocatori e 7 riserve, la partita dura 80 minuti suddivisa in due tempi da 40, e la palla è ovale. Fin qui ci siamo. Lo scopo del gioco è prendere la palla e portarla oltre la linea della meta senza morire o perdere facoltà fondamentali all’esistenza. Ottimo! Ogni meta vale 5 punti. Quando si ottiene una meta la squadra che segna ha diritto ad un calcio in porta (quei pali alti posizionati all’estremità del campo) che se segnato vale 2 punti. I calci di punizione ne valgono 3.

Se poi all’improvviso in campo vediamo che alcuni giocatori iniziano a spingersi, dobbiamo stare tranquille, non è una rissa, ma una “mischia”, cioè il metodo di reintrodurre la palla in campo dopo che il gioco è stato interrotto per un fallo. La mischia viene giocata da 8 giocatori per ogni squadra.

Ho dato un’occhiata al regolamento, ma alla settantaduesima regola ho levato mano perchè tanto non le ricorderò mai. Quindi andiamo avanti e passiamo alla seconda domanda.

Cos’è il 6 Nazioni?

E’ il torneo più famoso, almeno prima che fosse creata la coppa del mondo. Nasce in maniera ufficiosa alla fine dell’800 quando Scozia, Inghilterra, Galles e Irlanda presero la sana abitudine di organizzare delle partite dette “Test Match”. L’abitudine andò avanti e divenne così importante che i giornali iniziarono a stilare vere e proprie classifiche. Nel 1910 alle prime 4 squadre si aggiunse la Francia creando così il 5 Nazioni e solo nel 2000 fù ammessa anche l’Italia divenendo così il 6 Nazioni. Alla fine di ogni torneo, oltre alla “coppa” per il primo classificato, vengono assegnati vari premi simbolici, quelli che ci interessano da vicino sono il “cappotto” (whitewash) che va alla squadra che perde tutte le partite e il “cucchiaio di legno” (wooden spoon) che viene assegnato alla squadra che arriva ultima. L’Italia si è aggiudicata il cucchiaio di legno negli ultimi 11 anni, cioè sempre! Il cappotto invece l’ha avuto solo nel 2001, 2002, 2005 e 2009!!!

L’italia, ecco, com’è composta la nostra nazionale di rugby? Ragazze, lo so che non aspettavate altro, dato che vi voglio bene ho sprecato 25 minuti della mia vita cercando ogni singolo giocatore su google immagini, quindi tirate fuori i cartelli e date i vostri voti!

Estremo
David Bortolussi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ali


Pablo Canavosio

 

 

 

 

 

 

 

Ezio Galon

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Matteo Pratichetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Kaine Robertson

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marko Stanojevic

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Centri
Mirco Bergamasco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gonzalo Canale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Andrea Masi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mediani d’apertura

Roland De Marigny

 

 

 

 

 

 

 

 

Ramiro Pez

 

 

 

 

 

 

 

 

Mediani di mischia

Paul Griffen (il wolverine del rugby)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessandro Troncon

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Terze linee

Robert Barbieri

 

 

 

 

 

 

Mauro Bergamasco (o frat rò biond)

 

 

 

 

 

 

 

Sergio Parisse

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Josh Sole

 

 

 

 

 

 

 

 

Manoa Vosawai

 

 

 

 

 

 

 

Alessandro Zanni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Seconde linee


Valerio Bernabò

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marco Bortolami

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Del Fava

 

 

 

 

 

 

Santiago Dellapé

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piloni


Matias Aguero

 

 

 

 

 

 

 

Martin Castrogiovanni

 

 

 

 

 

 

 

 

Andrea Lo Cicero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Salvatore Perugini

 

 

 

 

 

 

 
Tallonatori

Carlo Festuccia

 

 

 

 

 

 

Leonardo Ghiraldini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fabio Ongaro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’allenatore dovrebbe essere un tale Pierre Berbizier, dovrebbe…

Avete scelto il nome di chi gridare da sopra gli spalti?

Brave!
Come già detto la nostra cara squadra non ha ottenuto grandi risultati da quando è entrata nel 6 Nazioni. Speriamo di portargli fortuna!
Se avete domande fatele pure, sarà un piacere andare a cercare su wikipedia la risposta!

T.G.I.F. the 13th … perchè Jason ha scelto questa data…

Stavo per iniziare a studiare quando sul display del mio Iphone ho notato una cosa: oggi è Venerdì 13! E sti cazzi, penserete!
Vorrei potervi dire che non sono superstiziosa, che la superstizione è ignoranza, e in effetti è così, ma la superstizione porta anche alla conoscenza e mi sono chiesta: “Perchè Venerdì 13 e non Martedì 28?”
Sappiate prima di tutto che questa data non è considerata maledetta a causa del film (quello con Jason, avete presente?), ma il film è stato costruito intorno a questa data.
Sapevo che il 13 è un brutto numero, pensavo che la sua nomea negativa derivasse solo dalla cultura occidentale che lo lega ai commensali dell’ultima cena di Cristo. Il tredicesimo ospite, Giuda, infatti lo tradirà.
E invece anche secondo la tradizione Induista, un incontro di 13 persone è di cattivo auspicio, mentre la filosofia greca lo definisce un numero imperfetto. Questo perchè nella maggioranza delle culture il numero 12 indica la conclusione di un ciclo (i mesi, i segni zodiacali etc etc) quindi il 13 è un elemento superfluo che influisce negativamente sul regolare avanzare degli avvenimenti. E quindi sto povero 13 è diventato un emarginato.
Per quanto riguarda il venerdì si sa che di “venere e di marte non si sposa e non si parte” . Gesù fu crocifisso di Venerdì, ma in questo infausto giorno si “ricordano” anche la tentazione di Adamo ed Eva in paradiso, l’inizio del Diluvio Universale e la distruzione del Tempio di Salomone. A pensarci bene è un classico che quando hai il week end libero il venerdì succede qualcosa. Organizzi un week end in moto e si mette a piovere, devi partire e ti viene la febbre etc etc.
Comunque, andiamo avanti, nell’antica Roma pare che il venerdì fosse il giorno dedicato alle esecuzioni, uguale in Inghilterra per le impiccagioni dei condannati. Ma la mia preferita è questa, nel nord Europa il venerdì era il giorno dedicato a Freya (appunto Friday in inglese) che è il corrispettivo noridico di Venere, ma a differenza della dea greca, Freya è legata anche alle arti magiche e al culto delle streghe.
Ecco ora sapete perchè il film si chiama “Venerdì 13” e perchè la prossima volta che organizzate una cena fareste meglio a contare per bene i vostri ospiti. Nei confronti del venerdì invece il mio rispetto non cambia, R.Kelly e Dr Dre ringraziano Dio per il venerdì ed è quindi il giorno della settimana in cui la mia fede tocca i suoi livelli più alti!!!

Il cambio di stagione secondo Ondina

Ecco la prima di una serie di guide che ho deciso di realizzare durante alcuni complessi, ma comuni, momenti della vita di tutti i giorni.

In questo soleggiato sabato mattina di fine Ottobre ho deciso di affrontare il cambio di stagione.
Ecco l’occorrente (altro potrà essere aggiunto nel corso del progetto a seconda delle esigenze):

1) una scusa (tipo non sistemare il guardaroba da qualche giorno e aver accumulato un quantitativo di abiti in giro per la stanza pari di un cambio di stagione. Il fatto che fuori la temperatura sia scesa di 15 gradi in un giorno non vale)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2) musica

 

 

 

 

 

 

 

3) alcool (sia da bere sia per dare fuoco a tutto nel caso non si venga più a capo del caos)

4) un gatto che viene a dormire sui vostri vestiti e vi guarda mentre imprecate contro i maglioncini di lana che non entrano più nei cassetti, chiedendosi il perchè

 

 

 

 

 

 

 

5) fate in modo di aver un impegno durante il giorno, altrimenti potreste andare avanti per tutto il week end. oggi ad esempio alle 18:00 c’è la partita del Napoli!

Pronti? Bene!

La cosa bella del cambio di stagione (perchè c’è una cosa bella nel cambio di stagione) è che si scopre di avere cose di cui avevamo dimenticato l’esistenza, come le mie pantofole di Kung Fu Panda!

Io di solito inizio a tirare fuori tutto proprio perchè vengo invasa dalla curiosità di sapere cos’altro ho messo da parte a fine inverno e dimenticato durante l’estate. Quindi mi ritrovo in breve nel caos più totale, pregando che arrivi presto il freddo perchè ho voglia di indossare quelle cose.

Il primo step oggi sono state le scarpe, perchè erano la cosa più semplice, mi sono limitata a prendere gli scatoli delle scarpe invernali e stivali e metterli sopra quelli delle scarpe estive…che triste vedere quei sandali Guess lì in quell’angolino, li avrei voluti indossare di più, ma ormai l’estate è finita. Poi via vestiti e vestitini etnici dall’armadio, quelli che con l’abbronzatura ti fanno sembrare una gran figa, e dentro con la lana e i colli alti, quelli che con i cappellini, guanti e cappotti ti fanno sembrare l’omino Michelin. E addirittura le borse, perchè quel rosa shocking di quella shopper con il grigio dell’inverno proprio non ci sta bene.
Il tutto per allontanare il più possibile l’impatto con il lato peggiore del mio guardaroba: i cassetti!!!

Meglio fare pausa pranzo, dopo la pausa pranzo un grande caffè, segno della croce, cicchetto e via verso l’infinito di maglie e t-shirt da piegare!

La tecnica giusta per i cassetti è quella che io chiamo “break up to make up” distruggere per creare. Prendo tutto il contenuto dei cassetti e li “svacanto” sul letto dividendo le cose prettamente estive da quelle 4 stagioni e quelle invernali.

se avete seguito le indicazioni in modo esatto questo è il risultato che dovreste avere:

 

Ora iniziate a piegare e sistemare il tutto nei cassetti, se siete delle maniache come me (parlo al femminile perchè dubito che un uomo abbia anche iniziato a leggere questo articolo), dicevo, se siete della maniache sono tanti i criteri che possono essere utilizzati per sistemare i cassetti: per colore, per tipologia, per tessuto, per modello. Io ho un cassetto per le cose che metto tutti i giorni non troppo pesanti, uno per le cose che metto tutti i giorni quando fa veramente freddo, uno per le cose che metto per le uscite o occasioni speciali e uno per quelle cose “4 season” che quando vai nei club vanno sempre bene! Ogni categoria ovviamente è divisa per colori.
Tenetevi un pò di spazio libero nell’ultimo cassetto perchè quando avrete finito ci sarà sempre qualcosa che avanzato, quelle cose N.C. , non classificabili, che magari non mettete nemmeno che non volete cestinare. Quelle vanno nell’ultimo cassetto, non danno fastidio e magari le riscoprirete tra qualche mese quando vi prenderà la crisi “qualsiasi cosa metto non mi piace, cazzo non esco!”

Io ho finito esattamente alle 17:55, in realtà dopo pranzo ho rallentato un pò, ma quando ho visto che rischiavo di perdere l’inizio della partita (e meno male perchè Cavani ha segnato praticamente dopo 20 secondi) ho accelerato il passo!

Sono soddisfatta, so che l’ordine che vige ora nel mio guardaroba sopravviverà per circa 48 ore, ma almeno non uscirò in t-shirt con 10 gradi!