Piacere al baratto

D
ovrei trovarmi un passatempo, un hobbie, qualcosa di totalmente stupido che però tenga il mio cervello impegnato e gli impedisca di pensare.
L’altro giorno parlavo con un amico che affermava che da alcune mie foto pubblicate sul profilo Facebook, alcuni uomini potevano farsi di me un’idea sbagliata pensando che io fossi un pò “troia”.
Ora, se sei uno della buoncostume, quando parli di “troie”, intendi quelle donne che mezzenude, solcano i marciapiedi nelle ore di buio e chiedono soldi in cambio di prestazioni sessuali.
Se invece non sei un pappone e parli di “troie” significa che ti stai riferendo a quelle ragazze/donne che fanno sesso con uno o più partner al di fuori di una relazione (o anche all’interno).
In generale, in qualsiasi campo ci troviamo, si chiama “troia” o “puttana” chi mette a disposizione il proprio corpo, al fine di procurare piacere fisico al proprio “cliente”, in cambio di qualcosa, solitamente un bene materiale, come soldi, regali, un lavoro etc etc.

Ma se io donna, procuro ad un uomo che non è il “mio” uomo, piacere fisico e in cambio chiedo solo di essere “corrisposta” perchè dovrei sentirmi chiamare troia? Non c’è stata nessuna trattativa, non ci sono listini, insomma, se ti do una banconota da cinquanta e tu mi restituisci due venti e una dieci, non c’è stato nessuno scambio commerciale, e allora perchè devo sentirmi come se ti avessi ceduto la mia merce più preziosa in cambio di denaro? E perchè il fatto che io, sempre donna, avessi voglia di fare sesso con te stasera deve farmi sentire “sporca?”. Se il mio bar preferito ha dichiarato fallimento, cosa devo fare, non bere più caffè finchè non arriva la nuova gestione?
Se un uomo fa sesso con una donna diversa ogni sera, è un “latin lover”, dove “latin lover” sta per uno buono, l’uomo che non deve chiedere mai, quello che ci sa fare, il maschio alfa.
Se una donna fa sesso con un uomo diverso ogni sera, è una “troia”, dove “troia” sta per “troia” o anche “zoccola” o “donna dai facili costumi”.
E questa cosa è risaputa.
Se un uomo gioca con i sentimenti di una donna è uno “stronzo”.
Se una donna gioca con i sentimenti di un uomo è una “troia stronza” perchè non solo ci ha fatto sesso, ma lo ha anche preso in giro.
Se consideriamo il fatto che nell’80% dei casi, una donna va a letto con un uomo perchè prova per quest’ultimo dei sentimenti, possiamo dire che su 10 notti di sesso, il latin lover è 8 volte stronzo, in quanto giocoliere dei sentimenti altrui, e 2 volte ha avuto a che fare con una “troia”. 8 donne avranno il cuore spezzato, 2 si sveglieranno appagate e lui potrà vantarsi con i suoi amici definendo “troie” le due che il giorno dopo non gli hanno mandato il messaggino del “buongiorno, sono stata bene con te ieri sera”, ma al massimo gli hanno detto “grazie” mentre si rivestivano, ma non credo gli abbiano lasciato la fattura sul comodino prima di andare via. Almeno a me, nonostante diverse volte mi sia sentita giudicata e definita come una che da il suo corpo in cambio di denaro, non è mai capitato che qualcuno mi lasciasse dei soldi sul comodino dopo aver fatto sesso, ma forse dove me la faccio io si usa ancora il baratto!

Il denaro è potere, anche il sesso è potere, quindi un’operazione denaro per sesso è soltanto uno scambio di potere. (Samantha)

La Playlist dell’estate 2011???

La musica accompagna ogni momento della mia vita, per questo ci sono canzoni bellissime, che adoro, ma che non riesco più ad ascoltare perchè sono così legate a momenti tristi o brutti da riportarmi indietro nel tempo come una DeLorean musicale. Per fortuna non è il caso di quest’Estate…ecco quali sono stati alcuni dei miei tormentoni e cosa mi ricordano…e i vostri???

Ovviamente c’è questa, è stata un pò il tormentone per tutti, non solo per me, della prima parte di quest’estate…a me ricorda i paddock di Misano allestiti per la Superbike…

Questa me l’ha fatta ascoltare una persona molto importante, ma mi ricorda un pomeriggio sulla piscina di Titti, mentre tutte ubriache cantavamo “La bionda che sta con te mi sta simpatica se per una ricarica ci pompa idraulica!!!”

 

Il video mi mette allegria, la canzone mi ricorda un venerdì sera nel mio giardino…doveva essere una pizza con qualche amico, ci siamo ritrovati ubriachi a fare il trenino!! E come nella canzone, anche le foto di quella sera sono finite su internet!!!

 

Questa invece è stata la colonna sonora dei miei pomeriggio a scrivere bevendo Corona seduta ai tavolini del Gozzetto a Pozzuoli 😀

 

Black&Yellow…Black on the Beach…Arenile…Mercoledì…Titti…Rita…Vodka…

 

Questa mi ricorda Antonio Cuomo…ahuahauhaua

 

Carney Park, fuochi d’artificio, amici, corndogs, e l’inizio di tutto ahuahuahuaha

 

Seduti al tavolo della mia cucina mangiando pizza e guardando video…:)

 

Questa è stata la colonna sonora delle pulizie di casa, io e Pino, in simultanea, passavamo l’aspirapolvere su queste note, ma è stata anche l’ultima canzone che ho sentito prima di collassare al mio primo falò di ferragosto 😀 che ricordi!

 

 

Di questa non credo esista un video ufficiale, quindi vi delizio con il testo che è fondamentale. Cosa mi ricorda? Pozzuoli, porto, nelle vene 4bianchi con redbull in quantità industriali, seduta ad un tavolo con un gruppo di americani che tutti insieme in allegria cantavano le strofe poetiche di questo pezzo!

 

Io, Rita, Titti…il cicchetto prima di scendere di casa, il cicchetto prima di entrare all’Arenile, la vodka + redbull prima del DolceVita, il cicchetto della buonanotte alle 7 del mattino, il Martini dopo il caffè, la Corona in spiaggia, la bottiglia di vino a tavola vicino la piscina…cazzo…la vita va bevuta in ONE SHOT!! (ed è assurdo che mi ricordi tutti questi momenti!)

Poi ci sono quelle canzoni che per me saranno sempre Estate 2011, mi ricorderanno gli amici, il verde del carneypark, il rosso del tramonto di Sorrento, il blu della piscina di Titti, il nero del BlackontheBeach (nero nel senso del colore, non il tizio nero!) la lampadina fulminata del mio giardino, il frigo pieno di schifezze e alcool, le due settimane da sola in casa, l’unghia rotta trovata nel corridoio, gli incroci dei treni, l’html e css del mio sito, Puttana, le GlossGirls, Pozzuoli, i fiumi di birra, le notti non nel mio letto, il pancake alle 3 del mattino, l’amaca sul terrazzo, la funnelcake, il rugby e il softball, Cagatto, le birre aperte con gli accendini, i limiti valicabili, l’imbarazzo, i fiocchi luminosi elo smalto giallo…

 

 

Ovviamente…questa mi ricorda il MOTORSANNIO  e tutti i suoi protagonisti ahuahauhuahua

Cosa proponi in cambio della mia anima? :D



C’è una linea sottile tra il non curarsene e il curarsene troppo, in entrambi i casi si lascia che le cose scorrano, nel primo caso perchè non ci interessa dove sfoceranno, nel secondo perchè anche se sappiamo esattamente dove andranno a finire  faremmo di tutto per non farle cambiare. E’ sufficiente guardarsi un attimo dentro per capire in quale situazione ci si trova. Il difficle è poi riuscire ad ammetterlo.
Io ero nella situazione peggiore, ero a metà tra entrambe, da un lato non me ne curavo, volevo solo essere lasciata in pace e continuare a vivere esattamente come stavo vivendo, dall’altra parte pensavo che forse, dopo pìù di un mese, potevo dire che lo stavo frequentando e magari un po’ di rispetto mi era dovuto.
Ero nella merda.
Mi sentivo a metà tra un uomo e una donna, il dramma era che non mi sforzavo per essere ne uno nell altro, non fingevo, ero così, lo ero diventata. Tanti anni a fingere di essere distaccata come un uomo e troia come la peggiore delle troie, e alla fine mi ero ritrovata bloccata in un limbo, il purgatorio dei sessi, metà donna e metà uomo.  Sarei andata avanti così per sempre o sarei cambiata di nuovo? Lui di sicuro non poteva aiutarmi a capirlo. Lo stare seduta tra le sue lenzuola di seta nere a scrivere con il mio portatile di quanto stronza mi sentissi mentre lui se ne stava di fronte a me con i suo addominali perfetti a stirarsi le camice non mi rendeva le cose semplici.
Esattanente come quando avevo lasciato l’altro uomo della mia vita  nel mio letto e con il suo portafogli ero scesa a comprare da mangiare. Ma questa è un’altra storia.
Se ci aggiungiamo che avevo una moto parcheggiata in garage e fremevo per vedere la partita del Napoli….mentre con sguardo famelico attendevo la nuova collezione Guess….
A volte mi sembrava di stare seduta su un bel divano comodo davanti ad un cinquanta pollici hd e guardare da lì la mia vita, mi dispiaceva solo di non avere il telecomando a portata di mano per bloccare i momenti più belli, o mandare avanti quelli peggiori. A volte mi sentivo totalmente al di fuori e mi piaceva entrare nella mia vita e scoprirla come se fosse quella di qualcun altro.
Perchè era una continua evoluzione, non era mai la stessa,  non riuscivo a starle dietro. La cosa assurda era che quello era il modo preciso in cui volevo vivere, senza punti di riferimento, con la completa e infinita libertà di svegliarmi il sabato mattina e improvvisare.
Vivevo improvvisando.
In alcuni momenti era stancante, lo ammetto, soprattutto quando aprivo i mio portafogli e mi rendevo conto che con quei venti euro dovevo andare avanti per altri quindici giorni. A volte la libertà è difficile. A volte improvvisare è dispendioso. A volte mi passava per la testa l’idea di  fare come facevano molte donne dall’inizio dei tempi. No, non prostituirmi, ma trovare qualcuno che si prendesse cura di me, che in cambio di un piatto a tavola e sesso nel week end mi desse tutto quello che io riuscivo a conquistarmi con nove ore di lavoro al giorno.
Ma in effetti, qual’era la differenza tra essere una prostituta ed essere una…mantenuta? La prima da il proprio corpo in cambio di denaro, la seconda la propria anima in cambio di un tetto e un paio di Gucci. Ma la mia anima era preziosa, credo che anche il diavolo in persona avrebbe trovato difficoltà a stipulare una proposta degna della mia anima, figuriamoci se fossi stata capace a darla in mano ad un uomo che per di più, una volta ottenuta, non avrebbe saputo cosa farsene!
Quei momenti quindi, avevano durata molto breve. Mi bastava poco per capire che non ero destinata d una vita da “casalinga disperata”, il brivido della macchia di vino sulla tovaglia non faceva per me. In quel momento gli uomini non facevano per me. ma le sue lenzuola di seta nere, quelle continuavano a piacermi.

 

p.s. la foto non c’azzecca molto, sarà forse che se il diavolo fosse così un pensierino a cedergli la mia anima ce lo farei!

Senza copione…


Stamattina mi sono svegliata senza voglia, mi sono infilata un paio di jeans, t-shirt, scarpette da ginnastica, poco trucco e capelli selvaggi. Da fuori il mio viale fino a Via Poggioreale, attraverso una cumana, una metro e l’intero centro direzionale, non c’è stato un ragazzino, ragazzo, uomo o vecchio che non si sia girato a guardarmi. All’inizio pensavo di avere una caccola enorme attaccata al naso, o la cerniera dei jeans aperta, o chissà che altra cosa che potesse attirare la loro attenzione, ma poi ho abbassato il volume delle cuffie e ascoltato i loro commenti. Sono arrivata in ufficio e ci ho incontrato la mia autostima, ha detto che oggi sta con me e mi aiuterà a lavorare.
Stare bene con se stesse è la prima cosa che conta per poter interagire in modo positivo con il resto del mondo, sentirsi belle ci rende forti e sicure, gli sguardi degli altri ci arricchiscono. Io forse sto fin troppo bene da sola, da sola con me stessa. Qualche giorno fa ero in moto con un amico, di fianco a noi una coppia su una comoda BMW, lei si teneva abbracciata al suo pilota, forse per non volare via (non superava i quaranta chili dopo un tuffo a mare con tutti i panni) ma anche perchè voleva sentire il contatto fisico con il suo uomo, lo si percepiva a distanza, senza nemmeno guardale gli occhi. In passato sarei stata invidiosa, in passato avrei avvertito il desiderio, la voglia incontrollabile di essere nella sua stessa posizione di appartenenza, avrei voluto il mio pilota, avrei voluto essere “la ragazza” di qualcuno. Ma non so perchè, in quel momento, mi sono sentita fortunata. E ci ho riflettuto: fortunata a non aver un legame simile o a non sentirne il bisogno? Ci si può sentire fortunate ad essere sole? Sola, da sola, io proprio non riesco ad associarmi questa parola, io non mi sento sola, io mi sento libera. Libera di non dover star aggrappata a qualcuno per non volare via, ma magari di poterlo abbracciare per volare via insieme.

Ok, si, mi toccano cinque minuti nell’angolo della vergogna dopo questa frase da bacio Perugina. Ma ho capito cos’è cambiato in me: la dipendenza. Non sono più dipendente. Dagli uomini. Dalla compagnia. Da quello che gli altri possono pensare di me.

Sheakspeare diceva che il mondo è un palco, dove tutti recitano la propria parte, ma come ci si sente a buttar via il copione su di un palco senza scenografia? Dove ogni scelta crea un paesaggio diverso e mille nuove opportunità? L’unica difficoltà è il non aver paura di affrontare quelle scelte. non temere “l’improvvisazione”. E’ improvvisando che si creano i capolavori.

 

 

 

Limiti valicabili…


Io e Rita eravamo nel porto di Sorrento, una calma insenatura protetta da banchine e alte mura. In un angolino una piccola scaletta chiusa da un cancello e un lucchetto con tanto di cartello “Limite valicabile”. Lo sapevamo entrambe che da quella scaletta si accedeva ad una vista fuori dal porto, verso il mare aperto. Ma ovviamente il cancello era chiuso e così, con i preziosi consigli di un pescatore, scavalcammo. La vista “dall’altra parte” era mozzafiato, il sole di un tramonto di fine estate, il mare aperto solcato dalle scie delle barche, nessun limite per l’occhio se non il cielo, nessuna barriera se non l’orizzonte.

E mentre ero in treno tornando verso casa ci pensavo, pensavo alla mia pseudo situazione sentimentale, quella più bella, ma anche più complicata. Esci con un ragazzo da poco, ti piace a tal punto che infondo hai paura di perderlo ma allo stesso tempo hai paura di aprire il tuo cuore perché non sai se lui ha davvero intenzione si prendersene cura. Guardavo il cellulare a minuti alterni, io l’avevo fatto arrabbiare e lui non dava segni di vita, e si, avevo paura di perderlo, ma allo stesso tempo paura di renderlo partecipe dei miei sentimenti.

Eccolo lì il mio cartello “limite valicabile” con tanto di cancello e lucchetto, eccole lì le mie paure che mi sfidavano “scavalcaci se ne hai il coraggio”.  Me ne stavo seduta in modo poco femminile sul sedile della metro, con i piedi poggiati sul sedile di fronte, sentivo qualcosa muoversi dentro e non era il panino al prosciutto e formaggio mangiato a pranzo. Volevo vederlo anche se lui non rispondeva ai miei messaggi, volevo chiedergli scusa anche se lo avevo già fatto, volevo fargli capire che ci tenevo anche se “era troppo”.

Fanculo le paure e il loro “limiti valicabili”, avrei rischiato di spaventarlo, di non vederlo più, ma improvvisamente mi sentivo come se quel porto iniziasse a starmi stretto e avessi trovato il punto giusto per arrampicarmi e scavalcare il cancello, perché la mia voglia di sentirmi libera, la necessità di guardare oltre quell’alto muro verso l’orizzonte era troppo forte.

Così presi il treno verso casa sua, ero convinta che non lo avrei trovato e così fu, ma il solo aver suonato al suo campanello mi aveva fatto sentire diversa, avevo rischiato, lui poteva essere in casa, aprire quella fottuta porta, sorridere ed essere felice o dirmi “che cavolo ci fai qui?” e richiudere la porta, ma non avevo avuto paura delle sue reazioni, avevo fatto una cosa che sentivo di voler  fare.

Lui era sul serio arrabbiato con me, mi dispiaceva avergli fatto del male, ma anche se non l’avessi visto più lui avrebbe saputo che ero salita su un treno, affrontato un’ora e mezzo di viaggio alle nove di sera per vederlo e chiedergli scusa, lui avrebbe saputo quanto ci tenevo e di più non potevo fare. E mentre aspettavo il treno in quella piccola stazione, circondata dai grilli mi sembrava di stare in piedi su quella scogliera a Sorrento, guardando il mare senza limiti, e l’unica paura che sentivo dentro era quella che ti lascia senza fiato, quella che ti fa sentire piccola piccola quando ti rendi conto di essere finalmente immersa nell’infinita libertà.

Insistere o adattarsi?


Più cresci più le situazioni diventano complicate, ritrovarsi single a 27 anni è decisamente complicato, soprattutto con gli uomini che ci sono ora in giro e quanto più cerchi di rendere le situazioni semplici, più riescono a complicarle.

La difesa è il miglior attacco dicono, anche nelle relazioni. Le strategie dell’amore sono più complesse di una vera e propria guerra, ma ne vale davvero la pena? Io che sono impulsiva e ho poca pazienza non vado molto daccordo con le strategie, da quel punto di vista la mia mente è molto “elementare”: mi piaci, voglio uscire con te – mi sei piaciuto voglio rivederti – è solo sesso – vorrei frequentarti. Fosse per me tornerei volentieri ai bigliettini con le crocette come all’asilo. E invece, se lo chiami sembra che sei lì ad aspettarlo, se non lo chiami si dimentica di te, devi aspettare che sia lui a chiamarti perchè lui è uomo e tu sei donna.

Io sono un po’ confusa, forse anche un po’ incapace.

Mettiamo che incontriamo un uomo che ci fa impazzire, ma noi non abbiamo lo stesso effetto su di lui, mettiamo che riusciamo anche ad andarci a letto e che il giorno dopo lui non ci chiami. Vale la pena forzare le cose con la tattica, vale la pena tentare di conquistarlo?  O bisogna adattarsi agli aventi e attendere che le cose “accadano” ? Arrendersi al destino, insomma.

Certo è difficile.

Fare sesso con uno dei ragazzi più belli con cui siate mai state e che per di più a letto è esattamente come voi volete che sia un uomo è tornare poi agli uomini “di sempre” è un po’ come tornare a guidare la vostra Honda Hornet dopo che vi è stato bocciato il finanziamento per una Ducati 1198s. Vi ci siete seduti su, l’avete provata, l’avete sentita vostra e poi quel cazzo di rating negativo nel vostro database vi ha fottuti!

Potete forzare, riprovare, se siete fortunati è stato un errore del sistema, ma se invece il sistema ha ragione rischiate di “sporcarvi” e avrete problemi anche per il prossimo finanziamento.

Ovviamente il mio rating bancario non conta e nella delusione di una 1198s persa, per strada ho trovato le chiavi per una Brutale!

Ma non riesco comunque a capire. Perchè dev’essere tutto così contorto? Perchè ogni donna single con cui ho a che fare ha sulla sua strada, passata presente e futura, qualche uomo dalle idee confuse? Alcune incontrano l’uomo della loro vita al primo colpo, altre invece vivono con il dubbio che non lo incontreranno mai. E’ facile pensare che sia colpa del destino, è se invece fossimo noi ad essere fatte male?  Donne impazienti che non riescono ad aspettare il loro turno. Se ci penso…a volte compro un paio di scarpe d’istinto perchè mi fanno impazzire e dopo devo sforzarmi ad indossarle perchè mi fanno male o perchè non riesco ad abbinarle con nulla. Siamo veramente disposte a cambiare tutto il nostro guardaroba perchè si abbini all’uomo che abbiamo scelto, ma se fossimo più attente eviteremmo di comprare un paio di sandali marroni se abbiamo solo abiti neri!

E invece ci piace rendere le cose complesse, ci divertono come ci annoiano le cose semplici. La semplicità ci spaventa, temiamo sempre che ci sia qualcosa dietro, e ci giriamo attorno, come un gatto con un mucchio di polvere.

 

Maledetta Lady GaGa! :D

Ieri avevo voglia di ascoltare un po’ di musica nuova, non guardando la tv, non ho più MTV che mi tiene compagnia aggiornandomi sulle ultime hit. Così quando ho voglia di un po’ di musica nuova utilizzo un grande mezzo, più grande ormai della tv stessa: YouTube.

Di solito su una pagina tengo aperto il sito di BillBoard e in un’altra YouTube, così prendo ispirazione dalle classifiche del sito americano e al resto ci pensano i link e i collegamenti del “grande tubo”.

Son partita dalla prima in classifica, Lady Gaga. Cavolo che look che ha questa! Sempre e comunque, sembra uscita direttamente da un manga, che sia un video o una premiazione, finzione o vita reale, se reale si può definire la sua vita. Perché è così convinta del suo “essere” che se la incontrassi per strada con i suoi abiti assurdi e le sue parrucche indescrivibili, non penserei “guarda quella pazza” ma mi convincerei di essere io l’anormale.

Passo alla seconda posizione, tale Nicki Minaj, una formosa ragazza di colore, nuova icona dello scenario black statunitense. La guardo e, in riferimento alla tizia di cui sopra, penso “Ecco, la LadyGaga del rap” anche lei avvolta in costumi al limite tra l’alta moda e un film di fantascienza e parrucche dai colori decisamente poco naturali e anche lei senza distinzione tra video e realtà.

E allora scorrendo il resto della classifica noto che è un pullulare di parrucche colorate, trucco eccessivo, tonalità fluo, glitter, un look a metà tra una drag queen e una tipica cafona delle mie zone. E oltre il look e le canzoni orecchiabili (o quasi) vogliamo parlare dei video?

Katy Perry prova attrazione sessuale per un robottino alieno, Rihanna afferma di impazzire per il sadomaso, Keisha bacia un essere a metà tra uomo e cavallo, Lady Gaga è innamorata di Giuda e forse la più normale è la rapper Nicki Minaj che chiama “puttana” la sua fata madrina.

Cioè, parliamone.

Sono la prima a “spararmi” S&M a tutto volume nelle mie Beats, sono la prima che segue la massa, ma nel seguirla rallento il passo e osservo da lontano.

Lady Gaga ha dato il via a una sorta di “legalizzazione” dell’eccesso? Sta forse costruendo una strana idea di libertà che abbatte tutte le frontiere delle comunicazione?

In ogni epoca la libertà ha avuto uno stato evolutivo, prima era “Faccio tutto quello che mi pare” poi “Faccio tutto quello che mi pare e non m’importa la gente cosa dice” ora è “Faccio tutto quello che mi pare e se la gente non ne parla, è bene che sia io stessa ad informarla”.

Prima si andava alla ricerca dello scandalo, i paparazzi si appostavano ora e ore alla ricerca dello scatto “scabroso” ora sono gli scandali a cercare i fotografi “Parazzo?! Ciao, sono Lady Gaga, sto per uscire di casa con un vestito fatto con cinquanta fette di carne cruda, vieni a farti un giro?”

Ma mi sorge un dubbio, l’ennesimo: tutto questo è veramente lo sfogo di personalità libere e lontane dalla massa o solo l’ennesimo modo per fare soldi, ovviamente levandoli dalle tasche di questa benedetta massa?

E in entrambi i casi, è questo che la gente vuole? Idolatrare qualcuno che altro non fa che prendersi quello che c’è di più naturale? La libertà di essere se stessi? Oddio, e perché noi non lo facciamo se ammiriamo chi lo fa? Forse perché se lo facessimo, se fossimo noi stessi, non saremmo più parte della massa?

E dire che volevo solo ascoltare un po’ di musica, maledetta Lady Gaga!!!


 

 

 

 

Amore precario…

Quando lavori dalla mattina alla sera sudandoti lo stipendio a fine mese, sai benissimo qual è il reale valore dei  soldi e degli oggetti che quei soldi compreranno. Quando poi fai anche parte della ormai sempre più popolosa casta dei precari, sai benissimo che una mattina compri Chanel n.5 e la mattina dopo sei fortunata sei t’è rimasto un po’ di deodorante Dove.
Così dopo le prime esperienze ho iniziato ad essere cauta, cioè, ad agire in modo strano, comprando con la paura di utilizzare, di consumare, di rompere, perché poi “chissà se potrò ricomprarlo”, e così è stato, perso il lavoro, perso il divertimento. Narciso Rodriguez viene utilizzato solo in occasioni speciali, così come Yve Saint Laurent viene interpellato solo nelle uscite ufficiali! E così sarà fino al prossimo stipendio.

E pensavo “ e se fossi così in tutto?”

Perché pensavo all’amore. Ascoltavo  un po’ di musica, come al solito, e ti ritrovi senza nemmeno rendertene conto, ad ascoltare una di quelle canzoni d’amore dove lei/lui non può vivere senza di lui/lei e pensavo che, nonostante non le senta da parecchio, per ora non mi mancano quelle sensazioni e la cosa è già strana, insomma, sono single da sette mesi e la voglia di un po’ di sano sentimento è pari a zero, come il totale del mio estratto conto.

Forse è così? Ci penso. Avevo un lavoro a tempo pieno contratto a tempo indeterminato, e potevo permettermi tutto l’amore che volevo, non badavo a spese e non mettevo nulla da parte. Poi l’azienda è fallita, lasciata…oops…licenziata, senza nemmeno il mese di preavviso che mi spettava da contratto.

E ora che l’estratto conto dei miei sentimenti è quasi in rosso ho paura di consumare quel poco che mi resta? Ho paura di sprecare quel poco d’amore che m’è avanzato dal mio ultimo “Impiego”, la mia “liquidazione”  fino a che non sarò sicura di avere di nuovo uno stipendio fisso, la mia dose d’amore mensile sicura, senza accontentarmi.

Forse è così. L’unica cosa certa è che è passato così tanto tempo dall’ultima volta che quando tornerò a “fare shopping”, a spendere amore, lo so, sarà come se fosse la prima volta.

Fantasma

“Ferma la macchina!” urlò dal sediolino posteriore.

Mi voltai verso di lei incredulo, il tono della sua voce era stranamente nervoso. La guardai, si era messa sulle ginocchia e mi dava le spalle fissando attraverso il lunotto della macchina quella moto che avevamo appena superato.
“Cazzo, t’ho detto di fermarti!” mi ripetè
Mi venne da ridere mentre lentamente accostavo l’auto al muretto che costeggiava la strada e la separava dallo strapiombo sul mare. Nadia sembrava impazzita, mi venne da pensare che quel ragazzo in moto dovesse essere uno per cui s’era presa una bella cotta
“Chi è? Qualche tuo amichetto motociclista?” le chiesi. Ma lei non mi rispose. Aprì lo sportello che dava sulla strada non curante delle auto che passavano. Sara stava seduta davanti dal lato passeggero, il suo sportello era bloccato dal muro, anche lei sembrava agitata, “complicità tra amiche” pensai, ma fu un pensiero che durò solo pochi attimi, i suoi occhi erano preoccupati mentre  guardava l’amica correre verso quella moto, illuminata solo dal faro di quest’ultima.

“Vai da lei!” mi gridò
“Perchè dovrei? Dal modo in cui gli corre incontro mi sa che vuole salutarlo da sola”
“C’è qualcosa che non mi quadra, per favore, va da lei”
“Non conosci quel ragazzo?” le chiesi
“Assolutamente no e ho una strana sensazione, per favore va da lei”

Scesi dall’auto e improvvisamente la strada si fece deserta, buia, illuminata solo da qualche vecchio lampione e il faro di quella moto che sembrava ancora più lontana. Non c’erano più auto, non c’erano più rumori, anche i passi di Nadia sembravano lontani e silenziosi.
La vidi avvicinarsi al ragazzo che era seduto in sella, in effetti c’era qualcosa di strano e l’aria si fece fredda nonostante l’estate fosse alle porte.

Con un piede teneva su la moto, l’altro invece era poggiato alla pedana della sua Suzuki, indossava stivali e tuta di pelle i cui colori richiamavano quelli della moto bianca e blu, con un tocco di arancio che, nonostante il buio, sembrava riflettesse luce da tutto intorno. Anche il casco aveva gli stessi colori e la visiera scura sembrava sigillata, dava l’impressione che quasi non passasse aria e un brivido mi attraversò la schiena mentre Nadia gli si avvicinava. Dal profondo avrei voluto gridare, dirle di fermarsi, ma la voce aveva paura di uscire e rimase incastrata tra le corde vocali.

Nadia si fermò di fianco alla moto poggiando la mano sinistra sul serbatoio. Chiese qualcosa al motociclista, ma io non riuscivo a sentire, nemmeno a leggerle le labbra. Il motociclista girò la testa, la fissava da sotto il casco, i suoi occhi erano nascosti dalla visiera, ma era possibile percepire il suo sguardo. Nadia continuava a parlare, sembrava chiamarlo per nome, lui teneva le braccia incrociate. e per quanto io potessi camminare veloce, mi sembravano sempre più lontani. Iniziai ad avere sul serio paura, di cosa non so, ma avevo paura, quel ragazzo in moto sembrava non reale, immobile, perché non alzava la visiera? Perché non le parlava? Temevo che da un momento all’altro sarebbe saltato giu dalla sella e le avrebbe fatto del male.

Ma invece continuava a fissarla senza muoversi, poi improvvisamente si chinò in avanti e mise in moto, con la mano avvolta in un guanto di pelle le prese la mano, le accarezzò le dita, le rivolse lo sguardo per l’ultima volta e senza dire nulla, andò via, investendomi quasi. Il ruggito della moto sparì improvvisamente, in modo non naturale, non graduale, ma ci feci caso solo dopo.

Nadia era in piedi e tremava fissando la mano che lui aveva accarezzato.

Mi misi di fronte a lei

“ehi, ehi” chiamavo, ma lei era assente con lo sguardo perso nella sua mano, pensavo stesse scherzando, come faceva di solito, ma non riuscivo a levarmi da dosso quella strana sensazione, non avevo sentito il vento quando quella moto mi era sfrecciata a pochi centimetri di distanza . Le presi le spalle e iniziare a urlare il suo nome, alzò gli occhi, erano pieni di lacrime

“Ma chi cazzo era? Nadia! Cosa t’ha detto?”

Intanto Sara era scesa dalla macchina e ci aveva raggiunti e anche i suoi occhi erano rossi e pronti ad esplodere

“Ragazze, ditemi cosa cazzo sta succedendo!!” implorai

Sara si avvicinò a Nadia, le mise una mano sulla spalla, quasi in apnea per non piangere

“Non poteva essere lui” le disse e io non capivo

Nadia bisbigliò

“Era lui”

“E’ impossibile”

“Spiegatemi” chiesi, ma non mi ascoltavano

Nadia tremava, si portò le mani alla testa come per contenere i pensieri

“Sentivo il suo profumo” disse

“E’ impossibile” ripetè Sara

“Non sono pazza! NON SONO PAZZA”

I pensieri le scivolarono dalle le dita, le lacrime dagli occhi e io che non capivo non potevo far altro che abbracciarla e stringerla al petto, volevo proteggerla, volevo farle scudo con il mio corpo, ma il dolore le veniva da dentro e non sapevo come gestirlo.

“NON ERA LUI” le gridò Sara con la voce persa tra le lacrime “E’ impossibile” lo ripeteva, cercava di convincersi

Nadia si liberò dal mio abbraccio e fissandola negli occhi glielo disse di nuovo

“Non sono pazza” aprì il palmo della mano che aveva fissato con tanta insistenza mostrando un piccolo ciondolo a forma di scorpione “Non sono pazza” di nuovo

Sara poggiò la fronte a quella di Nadia accarezzando con le dita quel ciondolo

“Non poteva essere lui” sussurrò, ma ormai non ci credeva più “Lui è morto” disse

E allora capì.

Black Out

Chissà per quale oscura ragione i miei stasera sn usciti di casa e io invece non ho nulla in programma se un un intenso desiderio di birra ghiacciata. Io non impazzisco per la birra, ma ne avevo proprio voglia, una bella bottiglia di Corona presa direttamente dal freezer tutta gocciolante.

Loro escono, io mi infilo la tuta e vado al supermercato, ho dieci minuti prima che chiuda. Corro, bancone delle birre, ma niente Corona, cazzo, io voglio una Corona, la pretendo! Compro una confezione di Bud per sicurezza e mi teletrasporto in un altro supermercato dove per la salvezza del mio unico neurone, trovo la Corona.

Torno a casa, mi metto comoda, attacco la playlist “Summer evening” con Bob Marley  e i suoi tre piccoli uccellini, infilo le birre in freezer e intanto che si freddano sfamo i gatti e cerco qualcosa per sfamare anche me stessa. Sono le 20:30, il sole è quasi sparito dietro l’orizzonte. Sono indecisa se poggiare il mio di dietro sulla sedia a sdraio sul terrazzino o sul dondolo in giardino quando sento la voce di Bob venire meno, e dopo la sua voce le luci e tutto si fa buio mentre iniziano a scattare tutti gli allarmi del vicinato. Cazzo, è mancata la corrente….cazzo, mi si scongelano  le birre!!!

Penso ad una cosa temporanea, di pochi minuti e invece si prosegue. Inizio ad accendere candele e ogni candela è un vaff. Ogni candela è un “guardo un film? No! Faccio na telefonata? No! Ascolto musica? No” Prendo la birra mezza fredda dal freezer spento illuminandomi con una torcia, mi sento molto Fox Mulder, ma invece degli alieni sto cercando un apribottiglie. Sempre con l’aiuto della torcia apro il frigo e cerco un limone, niente limone. Mi ritrovo in una casa illuminata da candele, privata di ogni mezzo tecnologico, isolata dal mondo a cogliere limoni dagli alberi per la mia Corona. La cosa non mi è dispiaciuta, ricordo che quando ero piccola capitava spesso che mancasse la corrente per lunghi periodi, ricordo che mia madre spolverava i vecchi giochi di società e così passavamo il tempo. Ora sono sola, penso che la carne in freezer si sta scongelando (insieme alla mia birra), l’essere sola un po’ mi spaventa, il mio modo per sorvolare la cosa è parlare con il gatto, Mucca.

Poi è tornata la corrente, lo stereo si è riacceso, Bob ha ripreso a cantare, il frigo a congelare, il telefono a ricaricarsi, il modem ha fatto due bip, facebook è tornato online, ma io le candele non le ho spente, e finito di scrivere mi farò altri dieci minuti all’età della pietra, ci stavo prendendo gusto.