E’ arrivato il momento di leggere “Nora” :D

Buonasera a tutti!

Oggi bazzicavo su Facebook e su uno dei vari gruppi di “lettura” di cui faccio parte è stato pubblicato un bellissimo articolo (da tutti molto apprezzato) dal titolo “Gli scrittori esordienti hanno rotto il cazzo” o qualcosa del genere.

In tale articolo l’autore, evidentemente circondato da autori esordienti, si lamentava di come, tali autori, stiano lì a rompere il cazzo promuovendo il proprio libro.

Questo mi ha fatto pensare a tante cose, la prima è stata: da quanto tempo non promuovo il mio libro?

Io non mi sono autopubblicata come il protagonista dell’articolo su citato, eppure, quasi quasi ricomincio a rompervi un po’ le palle!

Sarà che (rullo di tamburi) la seconda parte di “Nora” deve essere solo corretta, ma si, ho proprio voglia di parlarvi di nuovo di “Nora”, questa povera crista che ha avuto la disgrazia di essere la protagonista del mio primo libro, lei e la sua Ducati e le sue amiche, le sue scarpe, i suoi uomini e la sua voglia di capire se alla fine l’amore esiste.

Che alla fine è la domanda che ci poniamo tutti.

 

Il libro di “Nora” è in vendita qui  EBAY

Oppure inviando una mail a

getnora1@gmail.com

 

Intanto ve la “ripresento” così…

…..

Mentre Reb si apprestava ad ordinare gamberoni e vino bianco io buttai un po’ di tonno in scatola in un piatto di riso in bianco avanzato a pranzo e lo divorai davanti alla tv. A stomaco pieno (o quasi) e dopo un veloce zapping decisi che non era possibile stare a casa, era deprimente anche per me, i lupi solitari stanno soli, ma mica chiusi nella loro tana a guardare la tv!!

Infilai un paio di stivali bassi sopra i jeans e scesi, attraversai la strada, girai l’angolo e dopo due minuti mi trovai di fronte la mia seconda casa a trovare la mia seconda migliore amica. Era un’amica particolare perché in qualunque momento andassi lei era lì ad aspettarmi e qualsiasi cosa volessi fare lei non mi diceva mai di no. Pigiai sul tastino destro del telecomando e la saracinesca venne su in modo particolarmente rumoroso, un po’ d’olio non le avrebbe fatto male. L’interno era buio, ma ero solita farle visita anche nelle più tarde ore della notte. Trovai il grosso interruttore, si accese prima il neon sulla destra illuminando le mensole con due caschi dalle visiere scure che sembrarono aprire gli occhi di scatto infastiditi dalla luce improvvisa, poi si accese il neon a sinistra, vibrando un po’ prima di trovare la sua stabilità. La mia piccola Signora era lì, splendeva come fosse mezzogiorno. Rossa, semplicemente italiana, semplicemente bella, semplicemente Ducati 748. Al suo fianco la sua complice, una Ducati Monster S4R, la bimba di Rebecca.

Quello era il mio momento di pazzia. Di solito la gente parla con i cani o con i gatti, io parlavo con la mia moto, le raccontavo come se potesse davvero ascoltarmi e assimilare quello che dicevo e intanto la pulivo e la coccolavo.
«Forse dovrei trovarmi un uomo?» le chiedevo e lei mi guardava come a dire «ma com’è possibile che ancora non ce l’hai???». Più che una moto era la voce della mia coscienza! Rebecca era fuori con il suo cuoreingolae io in un garage a parlare con una moto, certo, una signora moto, ma pur sempre una cosa molto diversa da un uomo!

Salii in sella e girai il contatto. La misi in moto, il doppio scarico Termignoni “molto poco legale” scoppiettava, sembrava dire «infilati il casco e andiamo a tagliare un pò il vento». Rimasi qualche secondo ad ascoltarla girando lentamente la manopola del gas, poi levai la chiave e quasi accarezzandola le dissi «stasera no, ti lascio dormire!».

Già con le dita sull’interruttore della luce, mi girai per darle un’ultima occhiata. Era stata il mio sogno da quando ero bimba e a volte non mi sembrava vero averla a mia disposizione ogni volta che volevo.

 

La guerra dell’io(S)

Gli uomini si sono sempre schifati, dall’origine dei tempi. Se maggior parte della storia che conosciamo è stata ricostruita in base a supposizioni, dello schifio abbiamo sempre e comunque prove certe.

All’inizio erano guerre di conquista. Quando poi si è capito che io non posso svegliarmi la mattina e decidere di voler conquistare il mondo in stile Mignolo col Prof, allora abbiamo cercato ragioni diverse, sesso, colore della pelle, religione etc etc. L’unico che è rimasto coerente senza cercare scuse è stato forse Hitler il quale, senza mezzi termini, ha detto al mondo “noi siamo meglio di voi e quindi vi conquistiamo”.

E’ qui che sta il problema. Ogni individuo di base crede di essere il migliore.

Ma oggi, dopo generazioni e generazioni a cui è stato inculcato il concetto di uguaglianza, alle quali è stato detto che nessuno è superiore, che non si può giudicare qualcuno perché diverso di pelle o di credo o di sesso, come fa l’uomo ad incanalare l’esigenza di schifarsi l’uno con l’altro?

Tralasciando ciò che accade in quei paesi dove tali concetti non esistono e la gente continua a schifarsi a prescindere, nelle terre occidentali l’odio ha assunto diverse forme.

E’ uno schifarsi leggero, che (si spera) non è in grado di condurre l’essere umano a guerre e battaglie (a meno che non gioca la Roma), ma è comunque stupido.

Vi spiego.

Da quando sono piccola ho sempre avuto interessi e passioni.

Quando ho iniziato ad ascoltare black music mi sono ritrovata a essere schifata da quelli che ascoltavano rock e quando ho iniziato ad ascoltare anche il rock mi hanno comunque detto che quello che ascoltavo non andava bene, non era vero rock.

Quando mi sono iscritta a kung fu mi sono resa conto che quelli che lo praticavano odiavano quelli del karate e viceversa.

Quando mi sono iscritta all’università ho scoperto che gli studenti di cinese schifavano quelli di giapponese e che l’odio era reciproco.

Quando ho iniziato ad andare in moto sono stata inconsapevolmente inglobata in una guerra tra possessori di moto giapponesi e moto italiane, i quali però facevano fronte unito contro quelli che seguivano il calcio.

Se poi magari hai la passione per le foto devi scegliere se essere del team Canon o Nikon.

E anche se devi scegliere un cellulare devi prendere una posizione.

In effetti è un ragionamento che stavo facendo già da qualche giorno, ma oggi ne ho avuto maggiore conferma proprio perché ieri hanno presentato l’iPhone6 e lo so non perché me l’ha detto un possessore di melafonino, ma perché quelli che c’hanno Samsung hanno già iniziato a dire quanto faccia schifo il sesto Apple-telefono.

In pratica, non potendo più schifarci a prescindere, non potendo più basarci su scuse come la razza o la religione, ci siamo creati della fazioni fittizie che in qualche modo ci mpermettono di dire “io sono meglio di te”.

Io sono meglio di te perché sono convinto che il mio cellulare è migliore del tuo e che quindi tu non sia in grado di scegliere cio’ che è effettivamente buono.

Sono meglio di te perché la moto che guido è migliore.

Perché lo sport che pratico mi forma meglio di quello che pratichi tu.

E così via.

Ci siamo uniformati a tal punto da necessitare di essere diversi in qualche modo. Essere diversi non per poter esprimere noi stessi, la nostra creatività, la nostra personalità, ma per poterci criticare, per poterci sentire migliori. Ma le diversità che ci stiamo creando sono alla fine nulle, sono false scelte. Perché non stiamo scegliendo se comprare o no il cellulare, solo che tipo comprare. Magari in questa scelta riusciremo a mettere mano in parte a ciò che siamo, ma alla fine avremmo comunque comprato un cellulare.

E anche se andiamo oltre, se il nostro Io(s) ci porta verso passioni ed interessi più particolari, ricadremo nello stesso gioco, ogni gruppo, per quanto possa o voglia con forza distaccarsi dalla società, alla fine avrà al suo interno delle divisioni.

Possono essere percepite come libertà di pensiero o di espressione, ma di solito vengono accompagnate dalla libertà di “non me ne fotte un cazzo di quello che dici tu”. La libertà di “io ho ragione e tu no”.

Perché credo poi che di base la libertà di pensiero sia esprimere le proprie preferenze, non esprimere il proprio disprezzo.

Ed è questo lo schifio che abbiamo dentro. Non “Mi piace”, ma “e’ migliore di”.

Le guerre tra scuole di pensiero chiuse.

Sono guerre leggere, impercettibili, le vivi se magari bazzichi su un forum. Ma ci sono. Sono la nostra valvola di sfogo alla schifio intriseco che ci portiamo dentro.

E a tutto ciò ci pensavo perché mi chiedevo, ora che ho iniziato a lavorare l’uncinetto, a parte le tipe che fanno i tutorial e non sanno parlare italiano, chi dovrei schifare? Insomma, quelle che fanno la maglia odiano quelle che fanno uncinetto? O quelle che fanno i centrini odiano quelle che fanno i pupazzetti? In quale guerra fredda mi sono immessa questa volta?

E voi? Quale guerra fredda state combattendo?

 

L’EGO-FACEBOOK

Mi permetto di parlare di queste cose come un ex tossico parla della cocaina. Anche io ho usufruito di Facebook in maniera eccessiva. Ho postato selfie quando ancora non si chiamavano selfie (e quando il mio tasso alcolico era al di sopra di ogni norma), ho fotografato cibo per il semplice gusto di comunicare al mondo che stavo per mangiare e che sapevo mettere a bollire il riso e ho aggiornato tutti i miei contatti sui miei spostamenti, se andavo in palestra o al cesso.
Poi qualcosa è cambiato, mi piace pensare di essere diventata “socialmente saggia”, o forse, come ho già scritto in precedenza, sono solo diventata più intollerante con l’età. Ho iniziato a vedere negli altri cose che mi parevano “strane”, che li facevano risultare poco coerenti e mi sono chiesta “sono anch’io così?”. Selfies e foto di panini al prosciutto, sono così? Facebook è stato il mio specchio e quando dalla finestra è entrata la luce migliore per un autoscatto con i fiocchi, ho visto per bene cosa stava accadendo e mi sono detta che in fin dei conti, ringraziando Dio, non ho mai messo “mi piace” ad un mio status.

Facebook può essere una maschera, un costume che in qualche modo rivela ciò che siamo meglio di una spiaggia di nudisti. Facebook non ha creato dei mostri, li ha solo liberati, il che non è proprio un male, ci permette di vedere esattamente la gente com’è, se siamo abbastanza svegli da notarlo.

Ci sono dei fattori che vanno notati in modo particolare, sono quelli che di base mi fanno girare più i coglioni mentre la mattina, dall’alto del mio trono di ceramica, mi dedico allo scorrimento delle news feed per trovare ispirazione (sia per scrivere inutili articoli sia per espletare le mie funzioni intestinali) e sono quelle che, se analizzate da un punto di vista psicologico, possono portare alla scoperta di lati (non tanto) nascosti dei nostri contatti.

Ma io non sono una psicologa, sono solo una a cui è facile far girare i coglioni e che ama guardare Facebook come Bear Grylls ama esplorare luoghi pericolosi, cercando la maniera più funzionale per sopravvivere.

Il fenomeno più semplice da osservare su FB sono sicuramente i selfie, di cui tanto si parla.
Quando ero piccola e le macchine fotografiche erano solo a rullino ricordo che ogni volta che stampavo le mie foto mio padre si lamentava perché c’erano solo paesaggi e io non c’ero mai. Visto da questo punto di vista il selfie potrebbe essere una giusta soluzione a questo problema, anche se non si rischia la morte a chiedere a qualcuno di farci una foto. Ma il selfie non è la testimonianza di un viaggio spirituale fatto in solitudine, non ci facciamo selfie perché nel deserto non ci sono beduini a cui chiedere di scattarci una foto al tramonto. Il selfie si  scatta appena svegli, al lavoro, in compagnia, al cesso di casa, al cesso dei locali, in pizzeria, al mare, in montagna, in campagna. A prescindere dal posto il selfie si scatta sempre, perché la verità è che chi si scatta il selfie se ne strafotte del luogo in cui si trova ( a meno che non sia un selfie da viaggio). Il selfie è una chiara esaltazione di se stessi.
Ok, sto parlando come una psicologa, perdonatemi. E’ che qualche anno fa restavo basita d’innanzi a vrenzole e vrenzoli che andavano a farsi fare servizi fotografici di dubbio gusto e ora il selfie mi pare un modo più economico per mettersi in mostra. Insomma, già me ne passa per il cazzo di sapere cosa stai facendo (a meno che non sia una cosa sul serio interessante), ma saperlo poi guardando il tuo muso a culo di gallina mi pare ancora meno allettante.
Discorso diverso è per il selfie da viaggio. Il selfie da viaggio non dice “guardatemi” ma “morite di invidia nel sapere dove sono” e poiché in spiaggia di solito si va senza trucco e un primo piano guasterebbe la nostra reputazione, abbiamo insegnato alle nostre ginocchia a scattare selfie ai nostri piedi. Piedi sulla sdraio, piedi in acqua, piedi sulla sabbia, il periodo ideali per ogni feticista che si rispetti.

Superando il trauma selfie, un’altra cosa che adoro su FB sono le perle di saggezza concluse con la frase ad effetto “MEDITATE GENTE, MEDITATE”, ma ogni volta che la leggo l’unica cosa su cui riesco a meditare è il grado di esaltazione di chi lo ha appena scritto. Magari ha appena detto la cosa più  giusta e intelligente del mondo, riuscendo però a distruggerne tutto il senso con quella conclusione da profeta. Ma su cosa cazzo devo meditare? Sul tuo pensiero onnisciente? Ma chi cazzo ti credi di essere? Il Dalai Lama? Attento, che magari trovi effettivamente qualcuno che medita e ti manda a fanculo.

Altra cosa stupenda sono le citazioni. La moda delle citazioni famose esiste da quando è stato possibile cambiare il proprio status su MSN, ma su FB c’è stata un’evoluzione del fenomeno. Ci sono quelli che inventano i propri aforismi e poi, per renderli più credibili ci schiaffano sotto un nome a cazzo, tipo “Sono pazzo di te -W. Shakespeare-“, sto povero Shakespeare s’è ritrovato a dire le cose più assurde. Ma quelli che più mi piacciono sono i furbi, quelli che copiano qualche frase carina e poi la spacciano per propria. Devo ammettere che qui sono stata io a peccare di superbia, perché una volta mi è capitato di notare una mia frase (UNA MIA FRASE!!!) e questa tale ragazza che se ne prendeva tutti i meriti e non solo una volta, e da allora mi capita spesso di leggere status e pensare “è possibile che sia così intelligente da scrivere una cosa simile?”. Se anche a voi a volte viene questo dubbio, basta fare una piccola ricerca per trovare il blog dal quale questi furbi attingono le loro perle.

E a proposito di frasi ad effetto, trovo fantastici quei link con immagini poetiche in bianco e nero di tipi con addominali scolpiti e lo sguardo perso nel vuoto o tipe con i capelli mossi dal vento sulle quali vengono scritte frasi del genere “quando sono buona sono tranquilla, ma quando mi ferisci divento una iena”. Per un certo periodo io e un amico abbiamo iniziato a condividere le migliori, alcuni esempi? “C’è chi è bella fuori e chi è bella dentro, poi ci sono io, sono double face ahahaha… Non giocare con me…corri il rischio di innamorarti” e ancora “Non arrabbiarti per quello che ti hanno fatto, ma ridi per quello che farai a loro” “Ci metterò un giorno, un mese o anche un anno, ma ricorda, ciò che voglio ottengo”. Anche la più bella è quella con l’aereo al tramonto e la frase “Se parto e non torno, a chi mancherò?”.
Io gliene farei una con un grande punto interrogativo in bianco e nero e ci scriverei “PERCHE?”. A cosa cazzo serve condividere queste frasi? A spaventare gli altri o ad autoconvincersi? State lì dalla mattina alla sera a riempirvi la bacheca di frasi su quanto siete forti e cazzuti, di come trattate la gente che vi prende in giro, di quanto siete pazienti fino ad un certo punto “buoni si, ma fessi no”, ma cambiare amicizie? E’ così necessario far capire agli altri come siete tramite dei post su FB? Non basterebbe frequentarli? O NON frequentarli!? Perché poi, diciamoci la verità, vedi sta gente che condivide ste cose e alla fine magari un po’ sai chi è e l’unica cosa che ti viene da pensare è “Vabbeh”. Autoesaltazione e autocommiserazione a gogo.
Che sono esattamente alla base di chi crea queste pagine tipo “Bella stronza” “Piccola bastarda” “Tenero dal cuore duro” “Ganster” “Regina di cuori” “Non mollare mai” “Pucciosamente io”. Diosanto, fatevi una vita!

Ma la cosa che più adoro e che più ammiro è il mettere “Mi piace” a se stessi, ai propri status e ai propri selfies, e i casi sono due, o state mettendo in dubbio il vostro stato mentale suggerendo a chi vi legge che potreste anche scrivere o pubblicare cose che non vi garbano e quindi con quel mi piace approvate ciò che avete scritto, o siete così pieni di voi che non vi basta condividere con gli altri il vostro pensiero (magari concluso da un meditate gente, meditate), ma rafforzate l’amore che avete per voi stessi dicendo agli altri che vi piacete.

In qualsiasi modo utilizziate Facebook, per quanti filtri potrete applicare alle vostre foto e per quante citazioni di Schopenhauer potrete utilizzare come status, ricordate sempre che c’è qualcuno che vi conosce oltre la vostra foto profilo e a cui piacete così come siete, finché non si rende conto delle cazzate che sparate su un social on line, a quel punto potrebbe porsi qualche domanda.
Ma soprattutto guardatevi allo specchio e confrontate ciò che vedete con il vostro profilo, è molto probabile che vi troviate di fronte due riflessi diversi, uno reale che vi mostra ciò che siete, l’altro fittizio di ciò che vi piacerebbe essere. Potrete portare FB sempre con voi, avere l’app sul vostro smartphone, ma ciò che siete in realtà lo si vede nei vostri occhi quando finalmente alzate lo sguardo da quello schermo, senza filtri o frasi fatte, ma con azioni e parecchi silenzi.
Se invece per voi tutte queste cose non hanno nulla di strano, continuate a vivere con il vostro egocentrismo, ma non vi meravigliate se poi la gente vi manda a fanculo.

 

 

 

Intolleranza al cinema

Ho riflettuto sulla frase “amo andare al cinema”. Ci ho riflettuto perché mi sono guardata allo specchio e mi sono ritrovata a fissare l’immagine di una donna che, anche non in periodo premestruale, è diventata intollerante a tutto. Come quelle vecchie in treno che quando mi vedono salire con il cane gioiscono perché possono avere un motivo valido per lamentarsi con il controllore e non devono lavorare di fantasia.

E pensando a quello che più mi innervosisce è uscito fuori il cinema. Sarà proprio perché mi piace tanto andarci che le uniche volte che me lo sono goduto sul serio è stato in quelle rare occasioni in cui in sala c’eravamo solo io e il bigliettaio. Ma di regola mi intossico sempre.

Mi intossico a partire dalla fila alle biglietterie, che davanti mi capita sempre la coppia che si sono incontrati alle 6 del mattino per decidere il film, ma che ancora di fronte all’insistenza del bigliettaio non hanno  scelto se vedere l’Enigmista o Twilight. Poi entro in sala e anche se siamo solo 6 cristiani in tutto, trovo sempre quello che con tutta la sala a disposizione s’è messo al mio posto, che con tutti quei sediolini liberi pare pure brutto dirgli “scusa lì sto io”, allora mi siedo li di fianco e dopo 4 minuti davanti a me si accomoda uno alto due metri con la testa afro.
Poi mi infastidiscono quelli che parlano durante i trailer dei film, perché io amo i trailer dei film, spesso molto più dei film per esteso, soprattutto per quelli pieni di effetti speciali, perché in quei quattro minuti ti puoi godere mostri e robot che combattono con in soffondo una bella canzone senza doverti preoccupare della trama inesistente.
E poi mi intossicano le “fidanzate”. Perché di fianco a me si siedono sempre due tipi di fidanzate. Le prime sono quelle che sono state trascinate al cinema dal ragazzo a vedere Fast & Furious 6 senza aver visto i primi 5 capitoli e già dalla prima scena il fidanzato deve stare lì a spiegare chi è questo, chi è quell’altro, chi ha ucciso chi, chi è il buono, chi è il cattivo, quali traumi ha subito Vien Diesel nelle precedenti 10 ore di film e soprattutto cosa significa “drift”. E pensate cosa accade quando a porta a vedere Lo Hobbit per farle capire quali sono i collegamenti con il Signore degli Anelli.
L’altro tipo di fidanzata è quella “tarda”, quella che guarda il film in differita, come se il suo cervello fosse in streaming con una connessione wi-fi pessima. “Ma cosa è successo?” “Non ho capito” “E questo chi è?”, e via a spiegarle passo passo il film come un bambino che fa l’analisi del testo di un libro di Peppa Pig, che poi non solo non capisce quello che sta accadendo, ma pretende di sapere anche cosa succederà “Ma poi muore?” “Ma lo scopre?” “Ma si lasciano?”.
L’opposto della ragazza tarda è il ragazzo spoiler, anche questo di due tipi, quello che ha già visto il film e quindi per pura cazzimma si diverte ad anticipare cosa sta per accadere agli amici e ai confinanti di poltrona, e quelli che invece hanno il colpo di genio, capiscono cosa sta per succedere e presi dalla sorpresa di questa improvvisa ondata di intelligenza lo dicono ad alta voce. Mi capitò con Seven che uno davanti a me già sapeva cosa c’era nella scatola consegnata a Brad Pitt e quindi ritenne giusto comunicarlo a tutto il cinema.
E poi ci sono quelli che portano i bambini a vedere film non adatti ai bambini, che quindi iniziano o a piangere perché il mostro appena comparso sullo schermo li terrà compagnia nei loro sogni fino ai 18 anni, o perché si stanno facendo due palle rettangolari. In ogni caso piangono e mi uccidono la salute.
Poi ci sono quelle che si sono portate da casa la confezione Party delle patatine SanCarlo e riescono a sgranocchiare rumorosamente per tutto il film, che finché stai guardando I Mercenari non lo noti, il problema è se nel film non ci sono sparatorie.
Oppure i simpaticoni che si rendono conto di aver sbagliato a scegliere il film, iniziano a rompersi i coglioni e a fare battute stupide cercando di coinvolgere tutta la sala.
Ed infine, ti alzi, arrivi all’uscita del cinema, apri la porta e vieni investita da questo muro di fumo, perché dopo due ore di astinenza la gente non è in grado di fare più di 2 passi prima di accendersi una sigaretta, devono fumare lì, davanti alle porte, che quando sei entrata al cinema stavi a Napoli e all’uscita ti ritrovi magicamente proiettata a Milano.
L’ultimo intossico è quando vai a pagare il parcheggio, che praticamente è come se la macchina fosse entrata in sala con te.

E tutto questo intossico si moltiplica se il film non mi è piaciuto.

Evviva il cinema!

 

L’importante è condividere

Al principio era rotten.com , un sito sul quale era possibile ammirare foto reali (photoshop non era ancora alla portata di tutti) in cui erano ritratte mutilazioni, ferite gravi e qualsiasi altra scena degna di un film splatter di serie B. Andare su quel sito era un po’ come andare su Youporn, una perversione da tenere nascosta o da condividere solo con gli amici più intimi.

Poi è arrivato Facebook, dove con la scusa dell’informazione tutto è stato sdoganato, anche le perversioni.

Ma mentre su Rotten (o su youporn) andarci è una scelta, Facebook ti mette di fronte a quella che è l’informazione indiretta, come se una mattina scendessi per strada e ti trovassi di fronte un manifesto con una bella foto sanguinolenta con una mezza didascalia di fianco e ti dicessero “attaccati questa foto in petto se vuoi sapere cosa è successo al povero malcapitato”.

E’ questo che facciamo quando pigiamo quel tastino “share”, non ci limitiamo a dire agli altri chi siamo, li costringiamo a conoscere le nostre passioni e le nostre perversioni, diciamo a tutti “ehi, questa cosa ha attirato la mia attenzione così tanto che voglio condividerla anche con te”… o ci facciamo prendere per il culo da un link assurdo che ci costringe a condividere per guardare la versione integrale di un qualcosa che non esiste.

O magari condividiamo per segnalare.

Non importa, ciò che conta è condividere.

E’ angosciante che un mezzo come internet, rappresentato dall’onnipotente Facebook, sia utilizzato in una maniera così subdola. E’ angosciante che poi la gente cada di proposito vittima di uno scherzo perverso.

Siamo davvero affascinati da queste cose? Non esistono più quelli che si coprono il viso durante una scena violenta? Preferiamo stare lì a fissare increduli pustole giganti, a invitare gente a guardare con noi immagini inquietanti?

Magari lo siamo sempre stati, solo che adesso abbiamo il mezzo per dire agli altri esattamente cosa siamo. E’ il potere della comunicazione che si evolve.

Prima c’era una fonte unica da cui tutti prendevano le notizie facendone un uso molto limitato.

Ma ora le fonti sono molteplici e di varia natura, oggi chiunque può creare una notizia con cui saziare la nostra sete di conoscenza più sporca e nascosta. E non siamo più dei semplici ricettori, ma siamo un tramite attraverso il quale la notizia si diffonde e ciò che è falso si trasforma in vero se è sulla bocca di tutti quelli che sono disposti a crederci.

E quel tastino condividi è l’arma più potente che abbiamo. Ma si sa, le armi non sono pericolose, le persone sono pericolose.

Si chiama “non sappiamo più di cosa scrivere” ed è l’ultima mania che sta spopolando sui siti di informazione

La mania delle manie, o semplicemente il non saper più di cosa scrivere, ecco la vera moda che spopola nel web. Siti di informazione o pseudo tale che non fanno altro che effettuare ricerche sul web, scegliere una foto a cazzo e farla passare per una moda, o peggio ancora, una mania.

Ma vediamo un attimo cosa si intende per “mania”.

La definizione che ne da la Treccani è questa

Mania
Il termine mania (dalla radice greca μαν- del verbo μαίνομαι, “smaniare, essere pazzo”) era usato un tempo nel linguaggio medico per indicare vari tipi di affezioni psichiche ed è ancora diffuso nel linguaggio comune con l’accezione generica di disturbo mentale. È usato, impropriamente, anche con il significato di entusiasmo, invasamento religioso, oppure per indicare una tendenza esclusiva e smodata verso qualche cosa, un’infatuazione fanatica sia individuale sia collettiva. Propriamente, in psicopatologia, è la condizione psichica caratterizzata da eccitamento del tono dell’umore, orientato verso l’euforia o l’irritabilità, da alterata attività mentale e da attività motoria disordinata che, nei gradi estremi, può giungere a stati di grave agitazione psicomotoria.

In pratica, per gli autori di questi articoli, il web sarebbe pieno di psicopatici. Su questo non gli si può dar torto, se non fosse che sono gli stessi articoli a promuovere mode assurde spacciandole per manie.

Basta che Megan Fox si faccia una foto in cui si scaccola ed ecco la nuova mania lo “scaccoling”. Cazzo, lo hanno scritto su internet che scaccolarsi fa figo. E giù tutti a infilarsi dita nel naso.

Che sul web ci siano persone che utilizzano le nuove tecnologie per portare alla luce le loro poco sane abitudini o la loro scarsa igiene mentale (mania per l’appunto) è risaputo, ma voler far passare tali eventi per mode, manie, come se si stesse parlando della nuova collezione primavera-Estate di Zara mi pare non solo esagerato, ma anche lievemente offensivo nei confronti di chi legge e della generazione a cui tali mode vengono attribuite.

Se non avete un cazzo da scrivere, non scrivete! Se avete necessità di visite sui vostri siti almeno cercate di sfruttare il vostro potere in modo positivo. Invece di convincere le ragazzine che è moda fotografarsi la parte bassa delle tette, magari inventatevi che è moda farsi i selfie mentre si legge un libro, che uno poi non se lo legge sul serio, ma almeno prendendolo per farsi la foto inizia a vedere com’è fatto!

Cosa dite? Non interessa a nessuno?

Beh, allora è questo che ci meritiamo. Essere una vrancata di psicopatici che utilizzano 600€ di alta tecnologia per condividere una foto del nostro culo. E pace all’anima di Steve Jobs, che è vero che si voleva fare i soldi, ma forse non era questa l’idea con cui sperava di farseli.

Per farvi capire di cosa parlo ecco un po’ di titoli pubblicati da diversi siti negli ultimi quattro mesi

 

– La “finger dance” è la nuova mania del web. Ecco perché

– Yoga in spiaggia. E’ la nuova mania

– Belfie Mania: la selfie del lato B

– Dopo il selfie, arriva il dronie. Una nuova mania made in USA

– Si chiama “Sellotape”, ed è la nuova inquietante mania scoppiata sui social network ECCO DI COSA SI TRATTA

– AUTOSCATTI AL FUNERALE, LA NUOVA MANIA 2.0

– “Bikini Bridge”, la nuova mania che spopola sul web

– Whaling video: dopo selfie e twerking arriva una nuova mania, ecco i filmati più divertenti

– Cattoos: la nuova mania di tatuarsi dei gatti!

– NUOVA MANIA TRA I RAGAZZI: “BRUCIATURA CON GHIACCIO E SALE” CHE LASCIA SFIGURATI A VITA

– La nuova mania del selfie-ascensore

– Web scatenato, Rippln la nuova mania del momento

– Si chiama SexSelfie ed è la nuova mania dell’autoscatto che spopola sui social.

– La nuova mania del web? Fotografarsi con una baguette (FOTO)

– La “donna barbuta” è virale: la nuova mania è coprirsi il viso con i capelli

– La nuova mania del momento prende vita su Instagram: dopo gli autoscatti in palestra e le foto in riva al mare arrivano i selfie con il cibo spazzatura

– “Thigh Gap”, la nuova ossessione delle adolescenti

– VEDETE QUELLA COSA VERDE? E’ LA NUOVA MANIA CHE STA SPOPOLANDO SUL WEB

– Si chiama “UNDERBOOB” ed è la nuova moda che sta spopolando tra le più giovani

-Leccarsi il bulbo oculare, la nuova mania che può portare alla cecità

-Train surfing: la nuova mania dei giovani spopola su internet

– PRIMA E DURANTE IL SESSO. ECCO LA NUOVA MANIA CHE HA CONTAGIATO TUTTI

In Breaking Bad nessuno è figo

Premessa: sono arrivata a metà della seconda stagione di Breaking Bad, quindi se volete scrivere commenti per insultarmi e dire che non ho capito una mazza della serie, almeno evitate gli spoiler.

Questa insostenibile sensazione di angoscia guardando Braking Bad…da dove mi viene fuori?

Dopo le prime due puntate di The Walking Dead mi è stata necessaria una pausa di una settimana associata ad una buona dose di Big Bang Theory per riprendermi e poi ritrovarmi, dopo l’ultima puntata andata in onda, a scegliere la sigla dei morti che camminano come suoneria per il mio cellulare. Ma con Braking Bad proprio non riesco. Alla fine di ogni puntata una voce mi dice “un’altra ancora” in opposizione con il mio stomaco depresso che mi implora di tornare al buon vecchio Beverly Hills 90210, dove la cosa più angosciante era il fatto che una madre avesse chiamato i suoi figli Brendon e Brenda che è un po’ come se li avesse chiamati Salvatore e Salvatrice.

Comunque, mi sono guardata dentro, facendo una rapida analisi del mio subconscio cercando di capire da dove proviene questa strana sensazione.

Non è ansia, l’ansia di quei telefilm in cui il protagonista sta sempre lì lì per essere sgamato. Quell’ansia che ho vissuto in ben 9 (credo) serie di Dexter. Perché infondo, l’idea di base è quella. Un uomo apparentemente per bene che è costretto dalle vicissitudini a fare qualcosa di sbagliato nascondendolo alla propria famiglia. Famiglia nella quale è sempre presente una moglie scassacazzo che riesce ad ucciderti la salute pure se sa che c’hai due mesi di vita,  e un rappresentate della legge, polizia/FBI che si voglia, talmente bravo da ritrovartelo sempre tra i coglioni. Il fatto sta che, qualsiasi cosa faccia il protagonista, dal fare a pezzi altri serial killer a produrre droghe, ha sempre una buona ragione per farlo, ma per quanto le sue motivazioni possano essere giuste arriva sempre ad un punto in cui deve essere politicamente scorretto per pararsi il culo e non far crollare il castello di palle costruito per non far impazzire la famiglia, che alla fine comunque impazzisce.

E’ questo che mi fa andare in ansia? Questo confine a zig zag tra giusto e sbagliato?
Naaaaa troppo complicato.

La risposta, credo, sia molto più semplice e coinvolge due fattori: i colori e la fighezza.

In Dexter tutto era bianco e azzurro, tutto gridava “I’m in MIAMI, bitch”, i rossi erano vivi, i biondi erano molto biondi, c’era il mare e il sole splendeva sempre alto. In Breaking Bad tutto è deserto, sembra che sia sempre il tramonto, uno di quei tramonti malinconici di fine Estate che ti mette l’angoscia perché sta per ricominciare la scuola.

Ma cosa più importante, in Breaking Bad nessuno è figo.
Il personaggio più figo è quello di Walt, il protagonista, furbo e intelligente, ma non così intelligente da capire che quel biondino che si porta dietro è un deficiente. Ecco, Breaking Bad ti mette davanti alla dura realtà in cui esistono gli sfigati.
Mentre, diavolo, diciamoci la verità, Dexter era uno figo, uno che faceva a pezzi le persone, le narcotizzava, usava pure qualche mossa di arti marziali, andava a lavoro e offriva le ciambelle, tornava a casa e portava la pizza per moglie, figlio e due bambini che non erano suoi e in tutto questo trovava pure il tempo per farsi il fisicaccio.
E The Walking Dead? Ne vogliamo parlare? Rick, lo sceriffo leader con lo sguardo “cantante dei Maroon5”, Hershel, il vecchio saggio senza una gamba, Daryl, il bruto con la balestra e un cuore grande così, Michonne, un mix di treccine e katana e quei due innamorati? L’asiatico e la bella con il caschetto? Quelli non si fanno un bidet da due anni e comunque sono più fighi di me.

Si, eccomi qui, io che ora capisco che con molte probabilità ho iniziato a guardare Supernatural solo perché Sam e Dean erano fighi e che da piccola ero innamorata di Fox Mulder. Eccomi a calpestare ogni minima sfaccettatura di personaggi ricchi e complessi, ma senza addominali, eccomi a riscoprire che io in un telefilm ho bisogno di due cose: 1) non ritrovarmi di fronte a quello che posso vedere tutti i giorni scendendo di casa 2) guardare una storia ben raccontata, ma soprattutto interpretata da gente figa.

Sarà per questo che non guardo Don Matteo?

Ora comunque mi finisco di vedere Breaking Bad, perché alla fine, angoscia e fighezza a parte, mi piace 😀

I 3 modi per capire se quello che state frequentando è il l’uomo della vostra vita oppure solo un deficiente di passaggio

State uscendo con un tizio e non siete sicure che sia quello giusto, ma vi mettete scuorno di mandare “amore-spazio-tuonome-spazio-suonome” al 48118 per capire se è vero amore?
NOn vi preoccupate, c’è un metodo altrettanto stupido per decifrare i segnali del destino, che però non vi costa un abbonamento, ma nel quale i cellulari sono fondamentali, e cioè seguire la mia guida intitolata “I 3 modi per capire se quello che state frequentando è il l’uomo della vostra vita oppure solo un deficiente di passaggio”.
Un elenco di messaggi cifrati che il destino vi da per essere certe che quello con cui state uscendo sarà il futuro padre dei vostri figli.

1) Avere lo stesso operatore telefonico. Vi si illuminano gli occhi quando, mentre gli state dettando il vostro numero, subito dopo le prime tre cifre lui esclama “Oh che bello, sei pure tu Vodafone, io c’ho pure i minuti aggratis, così ti posso chiamare e non pago”. E’ il destino che vi indica la via. Potrete condividere promozioni, chiamare il centro assistenza e litigare insieme e voi potrete smettere di caricare il cellulare.

2) Avere diverso operatore telefonico e nonostante ciò, vi chiama lo stesso.

3) Voi avete l’iPhone e lui ha un Galaxy. Su un campione di 5 coppie (quelle che frequento io, me compresa) 4 presentano tale situazione telefonica e su queste 4, 1 s’è sposata,  un’altra sta per sposarsi e altre 2 convivono. Per la gioia di Apple e Samsung. Ovviamente questo comporta un continuo stuzzicarsi che se tenuto sotto controllo fa bene alla coppia. Niente è più bello del sesso dopo aver litigato per stabilire se è  meglio iOS o Android.

Soddisfatte?

 

 

Il privilegio del lavoro

 

Lavoro, disoccupazione. Disoccupazione e lavoro. Ecco di cosa si parla principalmente nell’ultimi periodi, diciamo da qui a un paio d’anni andando a ritroso. Crisi, lavoro, disoccupazione. La crisi che elimina il lavoro che quindi crea disoccupazione.
Eppure io questa scena la vivo da un bel po’ di anni, da un bel po’ prima che si parlasse di crisi e l’ho vissuta in una maniera così completa che l’ultima volta che ho parlato con una sindacalista non credeva che davvero mi fossi trovata in tutte quelle situazioni. E io vorrei parlarvene, un po’ per sfogo e un po’ perché ormai non riguarda solo l’emarginato sud, la disastrata Napoli, è così ovunque, e quasi mi sento avvantaggiata ad avere già tutta questa conoscenza nel settore e ritengo sia giusto condividerne un po’.
Non vi racconterò tutto, perché in dieci anni ho lavorato davvero tanto, ricoperto ruoli completamente diversi tra loro. Dalla commessa alla segretaria, alla cameriera. Ho lavorato in un’agenzia che organizzava concerti, in una videoteca, in un pub. Ho addirittura fatto una prova in un’agenzia di investigazioni private. Ho fatto la hostess in un supermercato e venduto abbonamenti porta a porta. In dieci anni ho fatto così tanto che ho dovuto iniziare a omettere i vecchi impieghi dal curriculum, divenuto una sorta di Divina Commedia del lavoro.
E’ per questo che a volte rido quando per consolarmi mi viene detto “dai, fa curriculum!”….

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Pensieri confusi sulla nuova generazione di futuri alcolizzati

Ogni nuova generazione fa qualcosa per distinguersi da quella vecchia, i figli cercano sempre di evolversi rispetto ai genitori, evoluzione che va a braccetto con i cambiamenti della società in cui viviamo. Noi che siamo nati negli anni 80 abbiamo attraversato trent’anni e un nuovo inizio di secolo durante i quali la società ha avuto forse l’evoluzione più significativa dell’epoca moderna. Chiariamo una cosa, non sempre, per quanto riguarda l’uomo, l’evoluzione è una cosa positiva, o comunque una cosa necessaria. L’acqua calda e l’elettricità sono già state inventate, per i diritti umani si è già combattuto. A noi non è rimasto che portare a termine il lavoro dell’emancipazione.

Ma riflettendo su quella che è stata la mia adolescenza, il modo in cui ho cercato il brivido disobbedendo ai miei genitori, o le strade che ho preso per cercare di sentirmi grande prima del dovuto, mi chiedo: cosa faranno i nostri figli?

Certo, è una lotta generazionale diversa. I nostri genitori vivevano ancora con i tabù del vecchio secolo, tabù che spesso anche loro, con il tempo, hanno messo da parte. Ma ora che li abbiamo abbattuti, cosa accadrà?
I nostri tabù, o meglio, la nostra morale, sarà considerata “giurassica”?.

Noi siamo quelli che si sono incantati davanti ai videogiochi, che sono diventati obesi mangiando le crostatine del Mulino Bianco. Siamo quelli per la prima volta hanno mandato un sms e che si sono fatti i debiti per uno smartphone. Siamo quelli che il week end si va a ballare e ci si ubriaca e si fanno i selfies per mostrare al mondo che lo stanno facendo. Siamo quelli a cui è stato permesso tanto. Abbiamo sdoganato la notte, siamo cresciuti con la tecnologia. Cosa cazzo resta a quelli che verranno dopo di noi?

La speranza è che facciano il contrario di quello che abbiamo fatto noi, che la moda si imponga in modo diverso, che se all’incrocio tutti vanno a destra sarà figo andare a sinistra. Ma non è mai stato così. Lo si vede già osservando chi di anni ne ha la metà di quanti ne ho io. Estremizzano ciò che abbiamo fatto noi, crescono al doppio della velocità. E’ così che deve andare? Ogni generazione deve camminare oltre quella precedente? O ci sarà un limite?

Una gioventù di baldoria non ha mai fatto male a nessuno, più o meno, la vodka un po’ di neuroni te li sopprime, ma è cosa da niente. E’ però triste pensare che forse abbiamo abbattuto troppe frontiere, che lì dove noi siamo riusciti a fermarci mettendo mano ai nostri ideali andranno invece i nuovi giovani. Noi abbiamo combattuto una guerra per ottenere la libertà di fare quello che volevamo, ora dove si spingerà questo desiderio?

 

“Alle nuove generazioni: la cosa più figa, pazza e originale che potete fare oggi è essere astemi. Provate ad andare a ballare e farvi taggare con un bel bicchiere di latte freddo! La comanderete voi!”