Fa caldo…

Quant’è che non scrivo!? Boh…direi che l’ultima volta che ho postato qualcosa avevo ancora una cucina per preparare dei dolci.
Faccio due conti, abbiamo iniziato i lavori di ristrutturazione lo stesso giorno della nostra prima riunione di condominio (per citare Mad Max “What a Lovely day!”)). Ho postato una foto di commento alla riunione su Facebook il 13 Aprile ed è quindi con gioia che confermo che siamo senza cucina dal 13 Aprile. Sto facendo la faccia degli involtini primavera. A un certo punto pure il tizio del ristorante cinese ha iniziato prenderci per il culo. A parte che uno dei primi giorni che è venuto a consegnare ha dato uno sguardo dentro e invece di “ristrutturazione” ha gridato “AaAah, LIFAZIONE” e se n’è andato ridendo. Comunque abbiamo cambiato ristorante.
Decidere di ristrutturare casa è una scelta che va fatta con criterio, è più semplice decidere di abbandonare tutto e andare a fare la boscaiola in Canada che mettersi gli operai in casa.
Mettersi poi gli operai in casa quando in quella casa già ci vivi. Sul serio, datemi un’ascia e una camicia a quadroni!
Ci hanno mandato a casa questi tipi un po’ egiziani, un po’ tunisini, ma soprattutto un po’ di Mondragone, posto dove avevano passato la maggior parte della loro permanenza in Italia. E hanno iniziato a distruggere ed è assurdo quante cose si possono distruggere in un appartamento di 70 metri quadri. Ad un certo punto avevano così tanta voglia di distruggere che si sono ritrovati nell’appartamento della signora affianco. E’ stata una bella esperienza.
Venti giorni in una valle di polvere e lacrime, in un eterno giorno della marmotta. Io la sera pulivo e la mattina mi svegliavo ed era tornato tutto come prima, con i vicini che in un modo o nell’altro devono trovare il modo di cacarti il cazzo (se gli operai non gli sfondano le pareti di casa). Era davvero una sorta di Mad Max tunisino, George Miller deve aver avuto gli operai in casa mentre lavorava al secondo capitolo della saga.
E ora mi dicono che dobbiamo ristrutturare il bagno. E io stanotte ho fatto un incubo assurdo e pure nell’incubo alla fine dicevo “Io gli operai non lo voglio vedere più. Questo cesso è veramente un cesso, ma andiamo da Leroy Marlene e ricopriamo tutto”.
Io stanotte però ho anche sognato  gente che girava con i kart attorno ad un tavolo in cucina.
Ah, e ho sognato che era arrivato il giorno delle nozze e ci saremmo sposati nella mia vecchia stanzetta, e il prete suonava al citofono e io mi rendevo conto di non aver stampato i libretti e iniziavo a lavorare sulla grafica della copertina partendo da un collage africano con elefanti e leopardi.

E ora capisco perché in questi mesi non ho scritto. E forse era meglio continuare questo periodo di astinenza. Prima o poi gli alberi che hanno piantato per procurarsi il legno dal quale costruiranno la nostra cucina cresceranno e allora avrò di nuovo un forno per fare dolci e quello sarà un bel giorno. Intanto fa caldo.

Red Velvet Cake


10956476_10153140388348830_6682859533969152327_nLa prima cosa che dovete fare per la Red Velvet Cake è procurarvi due ruoti da 21 cm di diametro. Io ne avevo uno da 28 cm. Ho risolto con due infornate e aumentando le dosi di un terzo. Se avete due ruoti divertitevi nel prepararli, vanno prima imburrati, poi il fondo va rivestito con carta forno (usate il ruoto per disegnare la sagoma direttamente sulla carta e poi ritagliatela). A questo punto anche la carta va imburrata e per finire, infarinate.

Se dopo questa puntata di Art Attack ci siete ancora, iniziamo!
La ricetta proviene dal libro “American Bakery” di Laurel Evans, ma in quella originale c’era troppo zucchero per i miei gusti, soprattutto per la farcia. Non so voi, ma 350gr di burro e 350gr di formaggio uniti possono portarmi al diabete solo se li guardo. Così ho un po’ diminuito le dosi e vi assicuro che la torta è piaciuta alla grande.

Ingredienti per impasto:
– Farina 00, 330gr
– Zucchero, 300gr
– Bicarbonato di sodio, 1 cucchiaino
– Cacao, 2 cucchiaini
– Sale, 1 cucchiaino
– Uova, 2 a temp. ambiente
– Olio di semi, 330gr
– Latte, 120gr
– Yogurt magro, 120gr
– Limone, 1 cucchiaino
– Colorante rosso in gel, q.b.
– Aceto bianco, 1 cucchiaino

Ingredienti per il ripieno:
– Formaggio spalmabili tipo Philadelphia, 350gr
– Zucchero a velo, 100gr
– Burro ammorbidito, 300gr
– Noci pecan oppure mix di noci e nocciole tostate e tritate 150gr

In una ciotola capiente setacciate farina, zucchero, bicarbonato, cacao e sale. Apposto, levate da mezzo.
In un’altra ciotola prepariamo il latticello. Il latticello è molto usato nei dolci americani e in “lingua originale” si chiama “Buttermilk”. Lo si ottiene unendo mezza dose di latte, mezza dose di yogurt e il limone. In questo caso 120gr di latte, 120 di yogurt e un cucchiaino di limone. Una volta amalgamato bene aggiungete al latticello uova, olio, aceto e colorante. Il colorante che avevo era molto intenso e quindi ne sono bastati due cucchiaini. Unite all’impasto rosso la farina (zucchero, bicarbonato, cacao e sale) e mescolate.
Suddividente l’impasto nei due stampi. Se come me ne avete solo uno dividete l’impasto in due ciotole pesandolo e facendo attenzione che la quantità sia uguale in entrambe. Io lo peserei anche avendo due stampi.
Infornate, 25-30 minuti. Una volta pronte lasciatele raffreddare una decina di minuti prima di levarle dagli stampi.

La Farcia
Nella ricetta originale dice di frullare la Philadelphia e il burro per 5 secondi e poi aggiungere lo zucchero e frullare per altri 10 secondi. Il mio frullatore non era molto in vena, burro e formaggio non si frullavano, così ho fatto a mano con una spatola. Ci vuole un po’ perché il burro forma dei grumi difficili da sciogliere e da amalgamare, ma alla fine ce l’ho fatta. Ho aggiunto (volendo) anche gocce di cioccolato fondente.
Se la crema dovesse risultare troppo liquida (utilizzando un frullatore in vena di fare il suo dovere) lasciatela in frigo per qualche ora.
Sistemate una torta nel piatto, cospargetela di crema e, sempre se volete, di granella di noci, e piazzate l’altra sopra.
In teoria la crema doveva servire anche per ricoprire l’intera torta, ma a me è bastata solo per la farcia essendo il dolce più grande e avendo io dimenticato di adattare le dosi anche della crema.
Ho comunque cosparso il bordo del dolce con miele alla nocciola (giusto un velo) che ho utilizzato per “azzeccare” la granella di noci.

Rossa e buonissima!

Mi dispiace per le foto di scarsa qualità con tovaglioli sporchi in mostra, ma c’era il vinello…tanto vinello….
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Anche le piante soffrono?

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E’ la frase che quelli che mangiano carne dicono a quelli che non mangiano carne: “anche le piante soffrono”.
Ma è davvero così?
Di istinto io direi di no. Ma io non sono nessuno e quindi sono andate a cercare.

Scientificamente no.
Sono prive di un sistema nervoso che possa permettere loro di provare dolore.
Nel corso dell’evoluzione hanno sviluppato dei sistemi di difesa per garantire la propria sopravvivenza e quella della propria specie.
C’è chi afferma che possano avere reazioni se esposte, ad esempio, alla musica classica.
Anche la mia piantina di prezzemolo ha reazioni alla musica, inizia a cucinarsi da sola in aglio e olio se metto Gigi D’Alessio.
La questione è che senza un sistema nervoso e un cervello pronto a ricevere i segnali da esso inviati, non ci può essere dolore fisico…o piacere.
La scienza dice questo.
Ma ciò non significa che allora non vanno rispettate.
Significa che mi mangia carne a volte spara cazzate.
Almeno da un punto di vista scientifico. Perché certo, anche le piante potrebbero avere un’anima e provare emozioni. In tal caso, parafrasando Schopenhauer, “Se Dio ha fatto questo mondo, io non vorrei essere Dio; l’estrema cazzimma nel dare un’anima a una cosa che non si può muovere, mi dilanierebbe il cuore”. Permettere ad una pianta di provare paura e non darle la possibilità di scappare di fronte ad una minaccia sarebbe davvero una grossa cattiveria.
Ma se proprio vogliamo, anche l’anima può avere un riscontro scientifico. E’ provato che molti animali, compreso l’uomo, abbiano sviluppato determinati sentimenti per favorire e garantire la sopravvivenza della specie, come ad esempio l’amore per i figli o la paura stessa, e di base, le piante non avrebbero alcuna motivazione per sviluppare tali capacità.

Vi invito, se avete 10 minuti, a leggere questo articolo, ma se di minuti ne avete 1 vi riporto giusto l’inizio e la fine…

Quando affronto il tema del dominio che gli umani esercitano sugli altri animali, e in particolar modo il tema della carne, molte persone si mettono immediatamente a parlare delle piante in una modalità aggressiva: secondo loro, le piante pensano, sono coscienti, gridano, soffrono o provano piacere. In genere, queste persone sono in perfetta mala fede e se fingono di interessarsi alla sorte delle piante lo fanno solo per poter meglio continuare a disprezzare quella degli animali;
[….]
ma per la quasi totalità della gente, ciò non cambia un bel niente nella relazione pratica che si può avere con la pianta o la pietra: esse verranno strappate o frantumate senza alcuna preoccupazione nei loro confronti e si continuerà a parlare anche più di prima di natura armoniosa e buona. Esse sono viste esclusivamente come recettori, concepite a notro uso, come polo relativo interamente subordinato all’unico polo che gli umani vogliono considerare infine come realmente esistente o importante: l’Umanità.

Non sono vegetariana, evito di mangiare cose a cui potrei affezionarmi

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Già da un po’, per motivi “dietetici”, avevo limitato il consumo di carne di maiale e di bovino, nutrendomi solo di carne bianca. Sono circa dieci giorni che ho eliminato anche quella.
Non è una scelta facile. Dire di no alla carne significa dire di no al ragù di mammà, e sebbene io viva a circa 800km da mia madre, fa sempre brutto, anche a distanza, dire di no al ragù della domenica.
Significa dire di no al McDonald, e questa potrebbe essere una scelta saggia. Significa dire addio a salsiccia e friarielli, all’hamburger, al bacon, al salame, alle polpette, alle braciate e agli hotdog.
Non è semplice, per niente, ma ti ritrovi di fronte ad un bivio chiamato “coerenza” e devi prendere una decisione.
Vi faccio un esempio.
Luogo: divano di casa; Orario: indefinito. I nostri eroi hanno tre stagioni di “the Walking Dead” da recuperare. La puntata in questione è ambientata nella prigione dove i protagonisti hanno trovato dimora, coltivando il loro orticello e allevando i loro maiali. Poi una mandria di zombie distrugge tutto e allora, per distrarli, vengono immolati dei maialini.
Diciamo la verità, non è che avrebbero fatto una fine diversa se gli zombie non avessero invaso la prigione. Sarebbero cresciuti e Daryl gli avrebbe piantato una faccia in mezza agli occhi per poi metterli sulla brace. Ma chissenefrega, Rick, brutto bastardo, hai lanciato dei maialini vivi agli erranti!!
La sottoscritta è in lacrime.
In lacrime! O sono pazza o ho qualche problema, le alternative sono poche. Non sto nemmeno guardando un servizio di Report, è un cazzo di telefilm in cui uomini truccati fingono di mangiare dei maialini.
Tralasciando quelli che potrebbero essere seri problemi psicologici, qui sopraggiunge la questione morale. Che credibilità hanno delle lacrime spese per dei maialini se il giorno dopo mi faccio una bella pizza con salsiccia piccante?
Si, lo so, nel 2015 la coerenza non va più tanto di moda, ma io ho questo animo un po’ vintage che a volte viene fuori e mi spinge a fare cose strane, tipo chiedere al mio ragazzo di trovarmi l’ebook “craccato” di “50 Sfumature di grigio” perché non posso continuare a criticarlo solo per sentito dire, anche se effettivamente non mi va di spendere 10 euro per una stronzata annunciata. Ma questa è un’altra storia.
Fatto sta che ho eseguito un “innesto” nella mia stessa mente, convincendomi che non sono in grado di mangiare la carne di un animale a cui potrei affezionarmi e qui pare che gli unici animali a cui non posso affezionarmi sono ragni e scarafaggi, ma quelli mi fanno schifo. Quindi siamo apposto.
Mi ritrovo una fetta di carne di maiale davanti, ne mangio un pezzettino e capisco che ormai l’innesto è pronto. Guardo il mio ragazzo, lui ricambia lo sguardo e senza dire niente si prende la carne dal mio piatto. Più felice io e più felice lui che sa che quelle salsicce in freezer non dovranno più essere condivise.
Ora non saltate a conclusioni affrettate, la coerenza di cui parlo non è nei confronti del mondo, la mia non è la verità assoluta della serie “io sono nel giusto e voi siete dei mostri carnivori”, parlo delle coerenza che dovremmo avere nei confronti di noi stessi. Quella coerenza alla Heidi che non si sarebbe mai mangiata le caprette che le facevano ciao.
Non mi permetto di affrontare la discussione “giusto e sbagliato”. Lo faccio con me stessa ogni volta che mi ritrovo a leggere commenti a immagini “vegane” su Facebook, sotto le quali carnivori e nuovi hippies, esauriti gli argomenti, iniziano ad insultarsi.
La mia idea è che l’uomo abbia spostato di troppo i confini della naturale catena alimentare ponendosi al di sopra di essa e di tutto ciò che comprende, non come un leone nella savana, ma come le macchine evolute in Matrix, che coltivavano esseri umani in una sorta di macello futuristico.

E vista la carnagione chiara e l’aspetto malaticcio che aveva, penso che anche Neo fosse vegetariano.

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