“ZeroZeroZero” di Roberto Saviano

Zero Zero Zero è la qualità di farina migliore che si trova sul mercato. La farina è l’ingrediente fondamentale per gli alimenti che mettiamo a tavola tutti i giorni. Senza farina non ci sarebbero pane o pasta. Esattamente come senza cocaina.
La cocaina è dovunque, è l’unico prodotto al mondo che non conosce crisi, anzi, il suo consumo viene incrementato dalla povertà. La cocaina è dovunque e il suo è un percorso di morte. Morte tra i narcotrafficanti colombiani, dove viene prodotta, morte tra i cartelli messicani, dove viene smistata. Morte negli Stati Uniti, il primo paese in cui entra. Morte in Africa, da dove partono i muli, uomini e donne che ingeriscono anche 200 ovuli pieni della polvere bianca, diretti in Europa. Morte per chi la importa fino ai porti calabresi. Morte per chi l’acquista per poi smerciarla. Morte per i piccoli spacciatori e morte per chi la consuma.
Morte e soldi. I soldi che girano intorno alla cocaina non si contano. Milioni e milioni di dollari nelle mani di pochi, dei più spietati, o dei più furbi. Soldi che permettono ai narcotrafficanti di acquistare sommergibili per il trasporto della droga, o  intere flotte di aerei con il rischio elevatissimo che vengano sequestrati o abbattuti. ma sono perdite nulle se paragonate agli introiti della magica farina. Soldi che permettono di corrompere banche per il riciclaggio o anche interi paesi, soldi così intrisi di sangue da poter comprare le anime stesse di chi li accetta.
Faide, guerre, complotti, torture. La cocaina ha le sue origini in paesi dove avere soldi non basta, per avere potere e rispetto bisogna essere i più cattivi, bisogna incutere terrore negli occhi di chi ti guarda.
La cocaina non uccide solo chi ne fa abuso, non consuma solo chi la tira su per il naso. La cocaina che stai sniffando nel bagno del club più “in” della tua città, quella che ti servirà a sballarti e a continuare a ballare per tutta notte e dopo avere la forza di scoparti la tipa che hai rimorchiato, quella ti entra nella narici già sporca di sangue. Il sangue di quei poveracci che hanno “scelto” di coltivarla, o dei narcos che si sono fatti la guerra, o di un poliziotto infiltrato tradito da un collega corrotto. Quella stessa cocaina, a lungo andare non ti farà più effetto e allora dovrai aumentare le dosi per il tuo organismo assuefatto, e  non ti darà più energie, ma te le succhierà, sarà lei a sniffare te, fino alle ossa, non avrai più erezioni e anche la tua donna non proverà più piacere, ma tu magari sei uno di quei figli di papà che si fa per divertirsi, sei fortunato, non sei uno di quelli che si fa per dimenticare.
In varie parti del libro, Saviano ripete di come lo stesso investigare e  ricercare notizie sulla cocaina sia diventato per lui una sorta di droga, di dipendenza. La cocaina è come la polvere che leviamo via dalla mensole, si infiltra dovunque. Magari il tizio che sta seduto accanto a te in aereo ne è pieno,magari ne fanno uso le tue migliori amiche e non lo sai. Puoi dire di averla comprata solo una volta, per provare, che non ti è successo nulla, ma ormai i tuoi soldi sono entrati nel circolo, hanno dato ossigeno ai polmoni di un narcotrafficante che ci ha comprato altra morte.

 

“La codardia un animale la sa sentire. La paura un animale la rispetta. La paura è l’istinto più vitale, quello più da rispettare. La codardia è una scelta, la paura uno stato.”

“Puoi pensare che occuparti di tutto questo sia un modo per redimere il mondo. Ristabilire la giustizi. E magari in parte è così. ma forse, e soprattutto in questo caso, devi anche accettare il peso di essere un piccolo supereroe senza uno straccio di poter. Di essere in fondo un patetico essere umano che ha sovrastimato le sue forse solo perché non si era mai imbattuto nel loro limite. La parola ti dà una forza assai superiore a quella che il tuo corpo e la tua vita possono contenere”

” – Se avanzo, seguimi. Se mi fermo, spingimi avanti. se indietreggio, uccidimi- scritta all’entrata del centro di addestramento dei Kaibiles”

“Lei consuma i suoi nomi come consuma i suoi amanti perciò questo elenco non è altro che un assaggio, ma puoi chiamarla come ti piace, lei risponderà sempre alla tua chiamata”

“Se conti i soldi, non ne hai o non ne hai abbastanza. Solo se sei in grado di pesarli, puoi essere a tua volta certo del tuo peso. Questo lo sanno i trafficanti”

“Leggere è un atto pericolo perché dà forma e dimensione alle parole, le incarna e le disperde in ogni direzione. Capovolge tutto, fa cadere dalle tasche del mondo monete e biglietti e polvere.”

 

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“”Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson

 

Ci ho messo un po’ di tempo a finirlo, parecchio tempo, ad un certo punto ho pensato anche di lasciarlo a metà, ma non rientra nel mio regolamento da “lettrice incallita” e quindi ho preferito farmi forza e leggerne poche pagine a sera, che per 676 pagine significa impiegarci tanto tanto tempo.

Il libro ovviamente è bello. Inizia con due storie principali che sembrano solo sfiorarsi per poi intrecciarsi e unirsi alla fine. La prima è quella del giornalista Mikael Blomkvist, appena sopravvissuto ad un processo che lo ha dichiarato colpevole di diffamazione nei confronti di un grande uomo d’affari. A Mikael viene richiesto, in cambio di un’ingente somma di danaro, di indagare sulla scomparsa di Harriet Vanger, nipote di Henrik Vanger, potente industriale svedese, scomparsa da trent’anni in modo misterioso.

La seconda storia è quella di Lisbeth Salander, hacker sociopatica abilissima nello scoprire i segreti più nascosti al servizio di una agenzia di sicurezza e investigazioni private. Lisbeth viene ingaggiata dall’avvocato di Henrik Vanger per avere quante più informazioni possibile su Mikael Blomkvist per assicurarsi che sia la persona giusta per indagare sulla scomparsa di Harriet.

La prima parte del libro, cioè le prime 350 pagine, mi hanno lasciata un po’, come dire, a tratti annoiata a tratti scioccata. Metà del racconto infatti serve da preparazione. Mikael si trasferisce in questo paesino in culo al mondo, su di un isolotto abitato essenzialmente dai membri della famiglia Vanger e allora inizia tutta una parte in cui sembra di leggere il catalogo di Ikea, piena di nomi complicati con una descrizione minuziosa dei vari componenti di questa grossa famiglia, cosa fanno nella vita, cosa hanno fatto nel loro passato, a chi erano figli e quanti figli hanno, nipoti e amanti per concludere con chi schifa chi e chi va d’accordo con chi. Una sorta di Beautiful svedese versione ospizio, visto che il più giovane c’ha cinquant’anni.

Nel frattempo Lisbeth subisce violenze sessuali da parte dell’avvocato suo tutore. Ora, non è che l’autore si è limitato scrivere “abusò di lei” o “la violentò” o cose simili, che già di per sé racchiudono quanto di più brutto possa esserci per una donna, no. Scende nei particolari, particolari raccapriccianti che tu donna vorresti picchiare lo scrittore solo per aver pensato di scrivere cose del genere. E’ vero che nel mondo esistono sul serio uomini che godono nel fare certe cose, ma le scene descritte nel libro sono totalmente fini a se stesse, senza nessuna ripercussione nella storia, giusto per. Ed ecco che il mio interesse per il libro è calato. Ma poi ho visto la pila di “librichevoglioleggere” crescere sempre di più e allora, complice anche la mia permanenza a Milano, sono riuscita a divorare le ultime trecento pagine in tre giorni, che poi è stata anche la parte più movimentata e veloce, quella della soluzione dell’enigma.

Certo ci sono tremila argomenti, storie e sottostorie che volendo ci potevi fare uscire tre o quattro libri l’uno indipendente dall’altro. Tra il giallo, il trhiller, l’inchiesta giornalistica, la frode economica e lo sfondo religioso io a un certo punto mi sono persa, anche se, ripeto, molte cose le mette lì giusto per mettercele, poi dopo un po’ puoi tranquillamente dimenticartele ma forse la mia è solo invidia perché non sarei mai in grado di scrivere una cosa così articolata!

Ma devo dire che una cosa mi ha delusa. Dal titolo pensavo che la questione de “Gli uomini che odiano le donne” fosse affrontata in maniera più sociale, che il movente fosse affrontato da un punto di vista più “Impegnato”. Invece no, tutto si riduce ad un normalissimo…e vabbè non ve lo dico.

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“Trattato sulla tolleranza” di Voltaire

Non è un libro semplice, non per me almeno. Non per l’idea di base, ma per gli svariati cenni storici che si rincorrono nelle sue 130 pagine, rendendo alcuni capitoli praticamente inutili per mia testolina vuota,  che con nomi, luoghi e date ha sempre avuto non po’ di problemi. Ma filtrato dai vari paragrafi e capitoli storici traboccanti di nomi francesi, fatti realmente accaduti, e personaggi di cui ignoro la natura, “Trattato sulla tolleranza” e un libricino che tutti dovrebbero leggere almeno una volta, i cui concetti moderni sono espressi in modo semplice affrontando una visione della religione attuale, nonostante Voltaire non faccia altro che riprendere quelli che erano gli insegnamenti basilari tramandati da Gesù e poi reinterpretati a proprio uso e consumo dalla Chiesa nel corso dei secoli.

In una prima parte Voltaire affronta proprio la storia della tolleranza partendo dai greci, fino ai romani per poi arrivare a quella dei cristiani e delle persecuzioni subite, rileggendole da un punto di vista obbiettivo ripulendole da tutte le bugie create nella storia per vittimizzare i quelli che furono chiamati poi martiri.
Di seguito dà quella che è la sua opinione sul significato di tolleranza e sugli eventi che nel corso della storia l’hanno messa da parte in nome di Dio. Voltaire si definisce un buon cristiano, ma non per questo, dice, è costretto a condividere le azioni passate della Chiesa quando è Dio stesso a condannarle. Ci tiene a citare le parole stesse di Gesù o alcuni estratti della Bibbia per dare valore alle sue tesi secondo le quali nessun dio ha mai detto “non uccidere il prossimo tuo a meno che non la pensi in modo diverso da te”.
Sembra che il fanatismo, da un po’ di tempo irritato per i progressi della ragione, si dibatta con più rabbia sotto i colpi di questa.”

“Non cercate di turbare i cuori e tutti i cuori saranno vostri”
“Il miglior mezzo per diminuire il numero dei maniaci,se ne rimangono, è affidare questa malattia dello spirito al regime della ragione, che lentamente, ma infallibilmente illumina gli uomini”

“L’umanità lo richiede, la ragione lo consiglia e la politica non puó averne timore”

Il diritto naturale è quello che la natura indica a tutti gli uomini […] il diritto umano non può in nessun caso fondarsi che su questo diritto di natura; e il geande principio, il principio universale dell’uni e dell’altro, è su tutta la terra: non fare ciò che non vorresti sia fatto a te.
Più la religione cristiana è divina, meno si addice all’uomo di imporla; se Dio l’ha fatta, Dio la sosterrà anche senza di voi.
Egli ci insegnava che la vera forza, la vera grandezza, consistono nel sopportare dei mali sotto i quali la nostra natura soccombe. Vi è un coraggio estremo nel correre alla morte temendola.”

Tu non ci hai dato un cuore perchè ci odiassimo, nè delle mani perchè ci strozziamo
La natura dice a tutti gli uomini: vi ho fatto nascere deboli e ignoranti, affinché vegetiate alcuni minuti sulla terra e la ingrassiate con invostri cadaveri. Poiché siete deboli, aiutatevi reciprocamente, poiché siete ignoranti, reciprocamente illuimnatevi e sopportatevi.”

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“Tre volte all’alba” di Alessandro Baricco


 
Un libro trovato in un pacchetto con una lettera, nascosto dietro la stampante la notte di San Valentino.

Non vi racconterò la storia, anzi, le storie, ne sono tre, come si può dedurre dal titolo. Sono poco più di 90 pagine, se vi racconto la storia praticamente vi dico tutto!

Ci sono un uomo e una donna che forse sono tre uomini diversi e tre diverse donne o forse sono sempre gli stessi. Ci sono tre momenti delle loro vite, tre alberghi e tre albe. Ci sono gli intrecci del destino e la maestria di Alessandro Baricco che sa mettere poesia lì dove a nessuno verrebbe in mente di piazzarla. E’ un pò malinconico, a volte le albe sembrano tramonti, e la notte sembra più colorata quando arrivi a capire che il sole illuminerà le strade di una triste periferia colma di drammi. Ma le persone si incontrano e si rincontrano e si amano senza saperlo, senza ricordarsi l’uno dell’altra, senza nemmeno essersi sul serio incontrati.

Il libro è breve, e come detto non voglio privarvi della curiosità della lettura. Si legge in un pomeriggio, ma poi bisogna rifletterci un po’ su, come quando ho finito di vedere Inception la prima volta. 😀

“Stava pensando alla misteriosa permanenza dell’amore, nella corrente mai ferma della vita”

 

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“Il manoscrito ritrovato ad Accra” di Paulo Coelho

Volevo un ricordo “tangibile” del mio primo week end a Milano. Perché gli oggetti acquisiscono valore quando sono arricchiti da un ricordo. E se poi l’oggetto in questione è un libro…
Milano 12/01/2013. Feltrinelli. Persi tra i libri. Ma alla fine la mano cade su “Il manoscrito ritrovato ad Accra” di Paulo Coelho. Lo prendo senza nemmeno leggere di cosa si tratta. Mi sa di terra santa, del periodo delle crociate, ed è Coelho.
Ed infatti la narrazione inizia il 14 luglio del 1099, in una Gerusalemme messa sotto assedio dai crociati.
Un greco, conosciuto come il Copto, raccoglie gli abitanti nella piazza dove Gesù si era visto consegnare da Pilato alla sua fine , e chiede loro di allontanare il proprio pensiero dall’imminente guerra, e rivolgerlo a quelli che sono gli insegnamenti della vita quotidiana, di ascoltare e prendere nota delle sue parole perché i posteri e semplicemente, le genti degli altri paesi, potessero sapere come si viveva a Gerusalemme prima della sua distruzione. Le sue parole diventeranno poi il manoscritto di Accra.

Non ho potuto far a meno di notare che lo schema è molto simile a quello dei libri di Kahlil Gibran, un saggio al centro, la gente gli fa domande e lui risponde, e le sue risposte diventano capitoli che affrontano uno alla volta vari temi, alcuni scontanti, altri un po’ meno.
La gente chiederà al Copto cos’è la sconfitta e chi sono i perdenti, cos’è la solitudine o cos’è la bellezza, dell’eleganza e del sesso. Cos’è la lealtà e chi sono i veri nemici. Ma in tutti gli argomenti affrontati, verrà fuori che il fattore comune sarà l’Amore, universale, che tutto controlla e con il quale è possibile affrontare i malesseri della vita quotidiana fino al poter dare alla morte il giusto benvenuto, senza temerla. L’Amore ci da la libertà di scegliere e la capacità di essere forti. L’amore da ai nostri occhi la limpidità per riconoscere il giusto e vivere nella gioia riuscendo a godere anche delle piccole cose, realizzando che sono quelle a colmarci la vita e che è grazie ai particolari che riusciamo a percepire l’universo. In questo modo non siamo mai soli.

E’ un libro ricco di significato, alcuni concetti forse sono un po’ scontati, o forse possono risultare tali a chi ha letto altri scritti di Coelho o anche di Gibran, del quale l’autore del “Manoscritto ritrovato ad Accra” è un grande estimatore. Da rileggere nei momenti in cui l’Amore e la fiducia possono sembrare lontani.

“Dopo aver amato per la prima volta ed essere stato respinto, ha capito di non aver perso la capacità di amare. Ciò che vale per l’Amore, vale anche per la lotta”

“Soltanto chi desiste è sconfitto. Tutti gli altri potranno dirsi vittoriosi”

“Bisogna essere orgogliosi delle proprie cicatrici. le cicatrici sono medaglie che marchiano le carni e spaventano l’avversario, mostrando che ha di fronte un uomo che possiede una grande esperienza nel combattimento.

“Le cicatrici sono più eloquenti della lama che le ha causate”

“La sconfitta si accompagna ai valorosi, giacché soltanto i prodi conoscono l’onore della caduta e la gioia del trionfo”

“Chi non è mai solo, non può veramente conoscere se stesso”

“Per coloro che non temono la solitudine disvelatrice di misteri, ogni frammento dell’esistenza avrà un valore diverso”

“Di conseguenza, se l’anima dell’altro sarà tetra, costui percepirà sempre la propria bruttezza. Come ogni specchio, gli occhi restituiscono il riflesso più intimo del volto che hanno davanti”

“Spesso, quando ci è accanto, diventiamo sordi per il timore delle sue parole. E questo perché l’Amore è libero, e la sua voce non può soggiacere alla nostra volontà o ai nostri intendimenti”

“Amore è soltanto una parola, fino al momento in cui arriva qualcuno a darle senso”

“(nel sesso) E’ permesso tutto se tutto è accettato”

“L’eleganza non è una qualità esteriore, bensì una manifestazione dell’anima che si rende visibile all’uomo”

“E’ sbagliato affermare che i miracoli non aderiscono alle leggi della natura poiché, in realtà, ignoriamo le regole che governano le meraviglie del nostro mondo”

“E’ consapevole della propria dignità solo colui che sa onorare ogni passo che compie su questa terra”

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“Vita di Pi” di Yann Martel

Sono decisamente sentimentale ed istintiva, per questo quando ho visto il trailer del film tratto dal libro “Vita di Pi” ho stabilito che sarebbe stato un grande film.
Ovviamente, come sempre accade, sommersa nella mia profonda ignoranza, ignoravo, per l’appunto, dell’esistenza del libro. Così, quando nel periodo natalizio, durante la mia solita passeggiata per negozi, l’ho visto lì, ovviamente con la copertina che riprendeva la locandina del film, mi sono fermata e senza nemmeno sapere di cosa parlasse l’ho comprato, impacchettato e messo sotto l’albero. Era il mio regalo di Natale da me a me. Come ogni anno.

Il film poi l’ho visto, ed è stato speciale per diversi motivi. Ma non è del film che voglio parlarvi, ma del libro, che finalmente, messo da parte “Il lupo della steppa” di Herman Hesse, sono riuscita a terminare.

Ora ovviamente avendo visto il film la mia immaginazione se n’è stata lì rinchiusa nelle immagini abilmente messe insieme dal Ang Lee, ma non importa, perché la forza di Pi va oltre ogni immagine o effetto speciale.

Piscine Molitor Patel è un ragazzino indiano ed è destinato ad avere una vita differente, infondo già il solo fatto di portare il nome di una piscina di Parigi lo rende diverso dagli altri bambini che amano prenderlo in giro, fino al giorno in cui, cambiata scuola, Piscine ha la possibilità di ricominciare daccapo e diventare per i suoi nuovi compagni “Pi”.

Pì ama dio, dio in tutte le sue forme e manifestazioni. Indù per “nascita”, Pì incontrerà poi Gesù ed infine Allah seguendo i riti di tutte e tre le dottrine.

Pì ha sedici anni, suo padre gestisce uno zoo e la sua vita è ricca di poesia, amore e fede, fino al giorno in cui la sua famiglia decide di vendere gli animali dello zoo e trasferirsi in Canada.

Durante il lungo viaggio il mercantile che trasporta loro e gli animali verso una nuova vita affonda in misteriose circostanze. Nessun sopravvissuto. Nessuno a parte Pì, una zebra, un orango e una iena. Tutti sulla stessa scialuppa di salvataggio. Ma nessuno dei quattro immagina la presenza di un altro ospite, Richard Parker, una tigre del Bengala adulta.

In breve i sopravvissuti al naufragio diventano due, Pi e la tigre. Ma Pi, nonostante la sua giovane età, ha lo spirito di un guerriero, e soprattutto, ha fede. Una volta realizzato che le probabilità di essere salvato in breve tempo sono scarse capisce che l’unico modo per andare avanti è sopravvivere e per sopravvivere non è sufficiente restare a fissare l’orizzonte in attesa di una nave, soprattutto se sei su una scialuppa di salvataggio con una tigre di duecento chili.

Allora inizia ad imparare, imparare a pescare, a proteggersi dal sole, a gestire una tempesta, a distillare acqua dolce e ammaestrare Richard Parker.

Odia quella tigre, ma sa che è lei la sua forza, sa che senza di lei non sarebbe andato avanti più di un giorno. Odia quella tigre che riduce i suoi spazi di vita già minimi, ma la ringrazia per tenere viva in lui la paura e la speranza.

Richard Parker è l’anima guerriera di Pì.

“Se la morte è così attaccata alla vita non è per necessità biologica, ma per invidia. La vita è così bella che la morte se ne innamora, un amore possessivo e geloso che afferra tutto quello che può”

“Scegliere il dubbio come filosofia di vita equivale ad eleggere l’immobilità a proprio mezzo di trasporto”

“L’anima individuale tende verso l’anima del mondo come il fiume verso il mare. L’energia che alimenta l’universo e la nostra essenza impalpabile sono la stessa cosa”

“Offrii le mie preghiere a Cristo, che è vivo. Poi lasciai la collina di sinistra per quella di destra: volevo ringraziare Krishna per aver messo Gesù di Nazareth, un dio straordinariamente umano, sulla mia strada.”

“La sua mente a volte è confusa, però sorretta dalla fiducia di una Presenza e di un fine ultimo”

“Bapu Gandhi ha detto – tutte le religioni sono vere – . Io voglio solo amare Dio”

“Se fino a questo momento sono sopravvissuto per miracolo, adesso trasformerò il miracolo in abitudine. Tutti i giorni si compirà l’incredibile. Lotterò con tutte le forze. Sì, finché Dio è con me, non morirò. Amen”

“Combattiamo all’infinito. Combattiamo senza curarci di quanto ci costa, delle sconfitte che incassiamo, dell’improbabilità del successo. Combattiamo fino all’ultimo respiro. Non è una questione di coraggio. L’incapacità di arrendersi è un dato caratteriale. Forse è semplicemente stupida fame di vita.”

“la paura, la vera paura, quella che ti scuote fino alle ossa, quella che provi quando sei faccia a faccia con la morte, si annida nella tua memoria come una cancrena: minaccia di far marcire tutto, anche le parole per esprimerla. Dunque devi sforzarti di parlarne. Se non lo fai, se la paura diventa un’oscurità inespressa che cerchi di evitare e che forse riesci persino a dimenticare, ti esponi ai suoi attacchi futuri. Perché hai lasciato che ti colonizzasse”

“Scrutare l’orizzonte e limitarsi a sperare equivale a morire sognando”

“Nei momenti di meraviglia, è facile abbandonare i pensieri piccini per quelli che coprono il raggio dell’universo, catturando il tuono e il tintinnio, ciò che è etereo e ciò che è pesante, ciò che è vicino e ciò che è lontano.”

“Il dolore ha bisogno di compagnia, e la follia lo accontenta volentieri”

“Se ciò che è difficile da credere vi turba tanto, per cosa vivete? Non è forse difficile credere nell’amore?”

“Ma se siete troppo razionali, rischiate di buttare via l’universo con l’acqua sporca”

 

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Infilati il casco e andiamo a tagliare un pò il vento

[…]

Mentre Reb si apprestava ad ordinare gamberoni e vino bianco io buttai un po’ di tonno in scatola in un piatto di riso in bianco avanzato a pranzo e lo divorai davanti alla tv. A stomaco pieno (o quasi) e dopo un veloce zapping decisi che non era possibile stare a casa, era deprimente anche per me, i lupi solitari stanno soli, ma mica chiusi nella loro tana a guardare la tv!!

Infilai un paio di stivali bassi sopra i jeans e scesi, attraversai la strada, girai l’angolo e dopo due minuti mi trovai di fronte la mia seconda casa a trovare la mia seconda migliore amica. Era un’amica particolare perché in qualunque momento andassi lei era lì ad aspettarmi e qualsiasi cosa volessi fare lei non mi diceva mai di no. Pigiai sul tastino destro del telecomando e la saracinesca venne su in modo particolarmente rumoroso, un po’ d’olio non le avrebbe fatto male. L’interno era buio, ma ero solita farle visita anche nelle più tarde ore della notte. Trovai il grosso interruttore, si accese prima il neon sulla destra illuminando le mensole con due caschi dalle visiere scure che sembrarono aprire gli occhi di scatto infastiditi dalla luce improvvisa, poi si accese il neon a sinistra, vibrando un po’ prima di trovare la sua stabilità. La mia piccola Signora era lì, splendeva come fosse mezzogiorno. Rossa, semplicemente italiana, semplicemente bella, semplicemente Ducati 748. Al suo fianco la sua complice, una Ducati Monster S4R, la bimba di Rebecca.

Quello era il mio momento di pazzia. Di solito la gente parla con i cani o con i gatti, io parlavo con la mia moto, le raccontavo come se potesse davvero ascoltarmi e assimilare quello che dicevo e intanto la pulivo e la coccolavo.
«Forse dovrei trovarmi un uomo?» le chiedevo e lei mi guardava come a dire «ma com’è possibile che ancora non ce l’hai???». Più che una moto era la voce della mia coscienza! Rebecca era fuori con il suo cuoreingolae io in un garage a parlare con una moto, certo, una signora moto, ma pur sempre una cosa molto diversa da un uomo!

Salii in sella e girai il contatto. La misi in moto, il doppio scarico Termignoni “molto poco legale” scoppiettava, sembrava dire «infilati il casco e andiamo a tagliare un pò il vento». Rimasi qualche secondo ad ascoltarla girando lentamente la manopola del gas, poi levai la chiave e quasi accarezzandola le dissi «stasera no, ti lascio dormire!».

Già con le dita sull’interruttore della luce, mi girai per darle un’ultima occhiata. Era stata il mio sogno da quando ero bimba e a volte non mi sembrava vero averla a mia disposizione ogni volta che volevo.

[…]

 

l’eBook con la storia completa di “NORA” è disponibile per Kindle al seguente link

“Nora” su Amazon

oppure

“Nora” Lulu.com

 

“Wallada” di Matilde Cabello

Era un lontano 31 Dicembre…non ricordo l’anno, forse il 2012…il giorno in cui mi fu regalato questo libro.

Mi fu chiesto “aiutami a scegliere un libro, uno che non hai mai letto così che possa prestartelo”. E quale miglior libro se non quello che narra di una principessa che scrive poesie?

Ma la poesia, in realtà, la stavamo scrivendo noi.

Mi sembra passata un’eternità, ma non è trascorso nemmeno un mese da quel giorno. Ecco un altro libro importante, non per la sua storia, ma per il motivo per cui è finito tra le mie mani.

“”Wallada. L’ultima luna” è la storia dell’amore tra la principessa e poetessa Wallada e il poeta Ibn Zaydun, ma anche il racconto della vita di una donna straordinaria che rinunciò a un destino regale per dedicare la sua esistenza all’arte e alla poesia. Siamo intorno all’anno mille, nella ricca e liberale Cordova, capitale dell’Andalusia araba. Durante l’ultima notte della sua vita, la principessa racconta il suo essere stata una donna libera, fiera e indipendente. Unica spettatrice muta ma complice di questo monologo è la schiava nera Muhía, poetessa, amica e amante d’un tempo. Venduti i suoi diritti regali, tolto il velo, Wallada aprì una scuola di poesia femminile e un salotto letterario, che sarebbe diventato il fulcro dell’attività intellettuale e artistica dell’intero Paese, grazie al quale la poetessa fu in grado di discutere con governanti e filosofi, con imam e con astrologi, senza contare i letterati. Ogni pagina gronda di amori, tradimenti, gelosie, amicizie infrante, incantamenti per la natura e per l’arte, esilii, congiure di palazzo e nazionali, ma anche delle perle poetiche dei maggiori poeti arabo-andalusi, mentre i vari personaggi si muovono in una città dove l’arte e la poesia hanno trionfato ma che ormai è al tramonto.”

Sembra bello no? E lo è, anche se alcune delle poesie citate nel volume non sono all’altezza, per quanto mi riguarda, di essere chiamate tali. Ma forse era il concetto di poesia ad essere diverso. Noi italiani, grazie alla nostra storia e alla nostra tradizione, non utilizziamo tale termine con molta facilità, la poesia va oltre un insieme di parole scritte in versi, mentre nel libro (e molto probabilmente nella storia araba di cui sono profondamente ignorante) vengono definite poesie parole il cui significato è diretto e che, a parer mio, sembrano prosa con una diversa punteggiatura.

C’è più poesia in quello che scrive l’autrice raccontando la storia di Wallada che nelle poesie stesse.

E c’è più poesia nel fatto che la vera storia d’amore di cui il libro parla non è quella tra la poetessa e Ibn Zaydun, ma tra lei e la sua schiava Muhia, vero amore della sua vita, a cui  le sue ultime parole sono dedicate.

Ma la realtà è che per me questo libro avrà per sempre un valore speciale, e lo aveva anche prima che lo iniziassi a leggere.

Ogni libro dovrebbe essere così.

…ho disprezzato la goffaggine di coloro ai quali l’età non aveva concesso la saggezza necessaria per dare risposte ad una bimba”

“La luna è testimone, qualsiasi parola d’amore che serbo per te l’ho già pronunciata in sogno”

“Certo la solitudine è condizione primaria dei poeti; persi nella folla possono arrivare a sentirsi come naufraghi in balia delle onde, lo so per certo”

“Avevo dimenticato il piacere di camminare senza fretta, addentrandomi nel boschetto amaro di una poesia, capace di irretirmi nell’esiguo sentieri di un verso, e di perdermi, mentre perlustro, avanti e indietro, la stessa riga, senza trovare una via d’uscita; tutto questo senza rendermi conto del saluto della luna o del congedo del sole”

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“Nora” di Onda Longobardo :D

Sempre a parlare dei libri degli altri, (dove per altri si intende Herman Hesse, Stefano Benni e altri nomi di poco conto), oggi invece ho deciso di rendere tutti partecipi del fatto che è online in versione eBook il mio primo capolavoro il cui titolo è “Nora”.

In queste due ultime settimane della mia vita sono successe parecchie cose, ad esempio ho intervistato una ragazza che mi ha parlato della possibilità di pubblicare libro su Amazon e poi mi sono innamorata, ma di questo particolare parleremo in altra sede. Fatto sta che il soggetto del mio innamoramento (si, lo so, suona strano detto così) mi ha dato quel guizzo in più per provare.

“Nora” non può definirsi una vera e propria storia d’amore, è un percorso, una strada verso la ricerca dei propri desideri che la protagonista affronta in sella alla sua Ducati insieme alla sua fidata amica Rebecca e alla sua cuginetta Meg.

Ci sono uomini e incertezze alle quali Nora cercherà di dare una risposta semplicemente vivendo le sue esperienze.

Ci sono moto, c’è il World Ducati Week, e c’è la continua opposizione tra un anima che ama camminare su tacchi cento e una che adora infilare stivali di pelle e divorare le curve della Itri-Sperlonga.

C’è un passato che tanto passato non è.

C’è un futuro che non vede l’ora di diventare presente.

C’è la consapevolezza che ogni donna merita un principe azzurro.

Che vi devo dire più?

Ah si

l’eBook e il libro “su carta” saranno disponibili a breve 😀

 

“Il lupo della steppa” di Herman Hesse

Ho avuto il blocco dello scrittore, ma non sapevo che esistesse anche quello del lettore. Ora, grazie ad Herman Hesse so che c’è anche quello. Io e il suo “Lupo della steppa” abbiamo avuto una lunga relazione di circa due mesi durante la quale non ho frequentato altri libri nonostante il mio interesse fosse rivolto anche ad altri titoli. Ma una promessa è una promessa: mai lasciare un libro a metà. E’ come iniziare ad uscire con un ragazzo e poi smettere di vederlo a) senza dargli una spiegazione b) senza sapere effettivamente se ne valeva la pena o no.
Comunque. Sono partita a razzo, “Siddharta” l’ho divorato in due giorni e da quel che sapevo tale “Lupo della steppa” doveva essere di base sulla stessa corrente siddhartiana.
E’ bello ed in realtà, ripensandoci, non è nemmeno lento.
Harry Haller è un uomo che agli occhi di tutti potrebbe sembrare triste e solo. Forse lo è. Lui ama definirsi “lupo della steppa”, solitario, schivo, rabbioso, perso nei suoi libri e nella sua musica classica, va avanti nel tormento della sua vita tenendo sempre a vista l’uscita d’emergenza: la morte. E’ così che vive tranquillo, sapendo che se le cose dovessero andare peggio, un cumulo di pillole, una corda o un rasoio sarebbero la soluzione a tutto.
Poi un giorno incontra una donna, diversa dalle altre. Diversa da lui, eppure simile. Lei gli promette di farlo innamorare, di far assopire il lupo e la sofferenza che quell’animale solitario si porta dentro. In cambio gli chiede la morte.
Harry entra in una realtà che non gli appartiene, l’assapora, la mastica e la inghiottisce rendendola sua, scoprendo che nessuno ha una sola anima, ma che non bisogna avere paletti o fare discriminazioni se si vuole davvero imparare a conoscersi. Harry si ritroverà come drogato in un teatro magico dove guarderà se stesso riflesso in uno specchio, come il vecchio e triste uomo solo, e come lupo famelico dagli occhi rossi e scoprirà qual’è la realtà, qual’è l’importanza del ridere anche attraversando “l’inferno del proprio cuore”.
Come Siddharta scopre che per giungere all’illuminazione bisogna camminare lungo tutti i sentieri della vita, Harry capisce che vivere significa mettere da parte l’idea di essere “uno” e aprire tutte le porte, anche quelle nelle quali non entreremmo mai.

“Quando sono stato per un pò senza piaceri e senza dolori e ho respirato l’insipida sopportabilità delle così dette buone giornate, la mia anima infantile è talmente agitata dal vento della miseria che prendo la lira arrugginita della gratitudine e la scaglio in faccia al sonnacchioso e soddisfatto Dio della contentezza e preferisco sentirmi ardere da un dolore diabolico piuttosto che vivere in questa temperatura sana”

“La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo si, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri”

“E questi uomini la cui vita è molto irrequieta hanno talvolta nei rari momenti di felicità sentimenti così profondi e indicibilmente belli, la schiuma della beatitudine momentanea spruzza così alta e abbagliante sopra il mare del loro dolore, che quel breve baleno di felicità s’irradia anche sugli altri e li affascina”

“In realtà nessun io, nemmeno il più ingenuo è un’unità, bensì un mondo molto vario, un piccolo cielo stellato, un caos di forme, di gradi e situazioni, di eredità e possibilità”

“L’uomo non è una forma fissa e permanente, ma è invece un tentativo, una transizione, un ponte stretto e pericoloso tra natura e spirito”

“Ma nell’eternità, vedi, il tempo non esiste; l’eternità è solo un attimo, quanto basta per uno scherzo”

“Fosse profonda saggezza o schietta ingenuità, chi sapeva vivere così nell’attimo fuggevole, chi abbracciava così il presente e sapeva apprezzare con amore fraterno ogni piccolo fiore al margine della via, ogni piccolo valore dell’istante che fugge, doveva certo dominare la vita”

“Come la pazzia, in un certo senso elevato, è l’inizio di ogni sapienza, così la schizofrenia è l’inizio di tutte le arti, di ogni fantasia”

 

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