Tatuaggi dispari, perché?

 

Vi siete tatuati il nome delle vostra fidanzata sull’avambraccio e l’iniziale del vostro nome in cinese sul collo anche se il cinese non ha l’alfabeto e ora siete lì, a sfogliare giornali alla ricerca di un terzo tatuaggio perché pari porta sfortuna. Ve lo hanno detto tutti, i tatuaggi devono essere dispari, altrimenti carestia e pestilenza si abbatteranno su di voi e chi vi circonda.

Sapete…a pensarci bene..è vero. Avevo quattro tatuaggi e il lavoro andava male, la salute andava male e l’amore andava manco la chiavica (cioè, peggio di lavoro e salute). Poi appena sono diventati cinque lavoro e salute sono andati alla grande…fatto il settimo poi anche l’amore ha iniziato ad andare alla grande.

Allora è vero!

Ma perchè?

La leggenda che circonda questa usanza è molto poetica e romantica.

Si sa che i primi tatuati sono stati i marinai probabilmente apprendendo questa tecnica di “decoro” durante i primi viaggi in Polinesia.
Era loro usanza tatuarsi alla partenza da casa e all’arrivo a destinazione, per poi ri-tatuarsi al rientro a casa. Quindi alla fine di un viaggio il marinaio aveva tre tatuaggi,  averne solo due significava non far rientro a casa.

Figo!!

Cioè, profondo, se il rientro a casa lo consideriamo come un ritrovare se stessi. Il terzo tatuaggio potrebbe essere quello dell’illuminazione finalmente raggiunta, dell’amore trovato, della pace interiore, oppure una stella e una farfalla o il simbolo dell’infinito, perché no!

 

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Sai di non essere il primo, ma ti interessa sul serio?

 

Viviamo in un’epoca in cui i tabù sono stati abbattuti e programmi come Jersey Shore vanno in onda senza censure. Un’epoca in cui tutto è lecito (e nulla è reale???) e non ci si sconvolge quasi più di niente. Soprattutto in ambito sessuale. Riceviamo messaggi a sfondo sessuale tutto il giorno, in tv, su internet, in parlamento, ovunque. Il sesso è come Banca Medio-l-anum, costruito intorno a noi (o dietro di noi…dipende dai punti di vista).
Fa tutto parte dell’evoluzione sociale, che poi più che evoluzione, potremmo chiamarla involuzione. La natura umana, per tanto tempo controllata da leggi che non le appartengono, sta cercando di tornare ai suoi albori, quando si andava in giro coperti solo di minuscole foglie e ci si accoppiava appena l’ormone ordinava, a prescindere da orario, luogo e presenti.  Un po’ quello che succede in discoteca oggi…o in Jersey Shore.
Il sesso fa parte del nostro DNA, della nostra natura. Certo, non era come ora. Di sicuro non abbiamo il gene  che regola il fabbisogno giornaliero di porno e per i nostri più antichi predecessori lo scopo primario del sesso era la riproduzione e non il piacere. Ma lo facevano, senza regole, senza pensieri, senza paura di andare all’inferno. Liberi.

Ed è fantastico osservare nell’evolversi della società umana, come quest’istinto primordiale vada in conflitto con i comandamenti che ci siamo dati.

Ad esempio, ultimamente circolava sul web, un finto spot per l’usato Aston Martin, in cui, di fianco alla foto di una modella di spalle, compariva la scritta “Sai di non essere il primo, ma ti interessa sul serio?”. E allora mi sono chiesta: perché gli uomini ci tengono così tanto ad essere i primi? Perché, nonostante tutto, l’idea della vergine attrae sempre? Lasciando l’immacolata concezione e tutto il resto appresso, in realtà, anche questa preferenza fa parte del nostro DNA, o almeno di quello dei maschi.

Il preferire una vergine ad una donna già “usata” infatti, ha motivazioni ben più antiche delle varie religioni e regole autoimposte. Anzi, probabilmente è stata proprio questa naturale necessità, sviluppatasi con il tempo, che ha creato quello che ora è il “mito” delle vergini.

L’accoppiarsi con una femmina vergine garantiva al maschio la certezza della paternità, senza dover ricorrere al test del DNA.

La certezza della paternità è stata, fin dai tempi più antichi, una delle maggiori preoccupazioni del maschio che, scelta con cura la femmina con cui procreare, doveva essere certo di trasmettere al nascituro i suoi geni e quindi portare avanti il suo “pacchetto genetico”. E non solo, dopo l’accoppiamento il maschio doveva accertarsi che nessun altro maschio entrasse in contatto con la sua femmina e quindi le restava accanto invece che andare ad ingravidare altre femmine.

Quindi, visto che la “mater semper certa”, il padre doveva farsi un culo a tarallo per assicurarsi di essere effettivamente geneticamente legato al bambino/cucciolo e di non perdere il suo tempo ad accudire un codice genetico che non gli appartenesse.

Questo istinto è rimasto nell’uomo, quindi, anche se non si ha alcuna intenzione di riprodursi, fare sesso con una vergine da all’uomo una certa soddisfazione, e non solo. Poiché la società, nonostante tutto, continua a dire “donna che fa tanto sesso= troia – uomo che fa tanto sesso= uno buono”, avere rapporti con una vergine garantisce sulla serietà della femmina. O almeno in passato era così. Ormai ci sono tanti modi per mantenere la propria verginità “apparente”. Magari sei lì a raccontare ai tuoi amici della vergine che hai “inaugurato” e vieni a scoprire che aveva già offerto svariate parti del suo corpo a svariati membri della comitiva.

Ma queste sono altre storie.

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Kim Jong-un, questo sconosciuto

 

Un momento SuperQuark, una pillola veloce di conoscenza, è da dedicare a questo strano ominide che sembra uscito direttamente da un film di Austin Powers e che negli ultimi giorni sta facendo un pochino preoccupare mezzo pianeta.

Kim Jong-un è il più giovane capo di stato al mondo. Ha il grado di Daejang (Generale) delle forze armate della Corea del Nord, e il 30 dicembre 2011 è stato nominato Comandante Supremo dell’Esercito Popolare di Corea.La sua data di nascita esatta è ignota al di fuori della Corea, ma si suppone che sia nato l’8 gennaio del 1983 o del 1984.Jong-un ha studiato alla Scuola Inglese Internazionale di Berna (Svizzera), fino al 1998, sotto pseudonimo.  Jong-un sa parlare, oltre al coreano, inglese, francese e tedesco (anche nella sua variante svizzera), è un appassionato di pallacanestro e amante della vita lussuosa. Ha studiato privatamente Scienze Informatiche nel suo paese, e ha ottenuto due lauree, una in fisica all’Università Kim Il-sung e una all’Accademia Militare Kim Il-sung e se continua così lo metterà nel culo a tutto il mondo.

Come costruirsi una penisola con i libri :D


 
Buongiorno a tutti e benvenuti ad una nuova puntata di “Non ho i soldi per comprare i mobili nuovi in casa e allora mi ingegno per apparare qualcosa con quello che ho”.

Di solito non faccio questo tipo di cose, ma ho pensato che su Real Time c’è quella tipa che usa le cascette della frutta per fare divani, quindi perchè non mostrarvi come la mia mente malvagia ha realizzato il mio desiderio di avere una sorta di penisola nella mia minicucina?

Mi rendo conto che non tutti possono avere mobili che gli avanzano, però è giusto per farvi capire che se avete un pò di fantasia, ma soprattutto se avete lo stimolo, cioè, se siete stimolati dal fatto che non volete spendere un euro, allora si trovano tante soluzioni carine.

Iniziamo 😀

Partiamo dal presupposto che la dispensa della mia cucina altro non è che il guardaroba di quand’ero una giovane fanciulla e che ci ho inserito dentro una cassettiera. Facendo ciò, ho potuto smontare due della quattro ante che lo compongono che così mi sono avanzate e guardandole ho pensato “Una di voi diventerà la mia penisola”!

Tra i fornelli e la fine del mobile della cucina non c’è molto spazio e quindi non potevo limitarmi a poggiare l’anta sul mobile e ricercare un modo per fare un piede dalla parte “libera” in modo che non si abboccasse.

Aspettate provo a farvi un disegnino: 

 

Ecco, comunque per sopperire a tale mancanza di equilibrio ho aggiunto un mobiletto sotto che però era troppo basso e allora mi serviva qualcosa che fungesse diciamo da piede per il tavolo e cosa se non i libri?
Qua c’abbiamo libri ovunque, in camera da letto, nello studio, nel bagno, in cucina, nello stanzino, perchè non anche sotto il tavolo! Di solito quando un piede del tavolo balla si riequilibra con un libro, io ho deciso di costruirlo direttamente, più o meno.
Ho scelto una collezione di libro old style che avevo messo a prendere polvere sull’ultima mensole della libreria, e ho accuratamente scelto i titoli che di sicuro non mi verrà voglia di leggere o rileggere. Ho preso le misure, fatto le prove, constatato il fatto che, sebbene reggesse bastava anche semplicemente sfiorarlo per farlo cadere e ho iniziato la mia opera d’arte con l’aiuto attivo dell’uomo di casa, proto a darmi una mano se ce ne fosse stato bisogno 
 

Ho preso la fila di libri utilizzata per la prova, mi sono munita di ABBONDATE COLLA VINILICA, diluita in acqua e ho iniziato il mio momento Art Attak, incollando tra loro i libri e passando la colla vinilica anche sui lati di modo che le pagine si quagliassero tra di loro. 
 
Poi con un metodo tecnologicamente avanzato, le ho messe ad asciugare 
 
Il progetto iniziale prevedeva due file di libri, cioè due piedi, ma alla fine ne ho utilizzata solo una. Comunque, andando avanti, questo “piede” doveva essere fissato sul mobiletto per poi poggiarci l’anta. Dato che i libri, per quanto li puoi inguacchiare di colla vinilica, non è che siano così stabili, ho deciso di abbondare con le viti. 
 
Ho praticato tre fori (come mi emoziona parlare così) dove dovevo fissare la pila vinavilicolosa di libri, ma non fate come me che solo dopo aver fatto i fori, mi sono resa conto di aver usato la punta sbagliata per il trapano. Poi ho girato il mobiletto a capa sotto poggiandolo direttamente sui libri, facendoli combaciare con i tre fori e avvitando (a mano perchè l’avvitatore non c’entrava) 
 
Una volta fissati i libri all’estremità del mobiletto, dovevo capire come fissare l’anta dall’altro lato e ancorarla direttamente alla cucina senza bucare il top che sta nu sacc e sord. Sono così arrivata alla soluzione meno invasiva, poi è probabile che domani, mentre ci starò mangiando, mi verrà in mente qualche altra brillante idea, ma ormai sarà troppo tardi.
Comunque, la soluzione meno invasiva mi è venuta in mente perché scavando ho trovato due piccole staffe di una piccola mensoletta, quindi ho preso le misure e ho avvitato le due staffe sotto l’anta (così se mai mi verrà voglia di rimontarla al guardaroba, fuori non avrà buchi) (ma so troppo intelligente!). 
 
Dicevo, l’altro lato delle staffette le avviterò al bordo del top. 
 
Ora, come fissare l’anta ai libri? Avevo pensato ad una staffa, ma poi mi scombussolava tutte le misure e allora ho pensato a tutti quei mobili di Ikea montati durante la mia esistenza e ho avuto quella che per me è stata la genialata (si, lo so, mi accontento di poco).
Prima di tutto, ho preso la vite più lunga che avevo e l’ho avvitata nella pila di libri. Già erano belli incollati, ma non si sa mai. E poi trapanare una copia dei Miserabili fa sempre piacere. Poi ho inserito nella pila di libri altre due viti, ma le ho lasciate sporgenti 
 
Ho preso le misure e fatto due buchi nel lato interno dell’anta, assicurandomi di non trapassarla del tutto. E poi zac! Li ho incastrati!
Ho avvitato le staffette usando di nuovo la mia assistente Caraffa piena d’acqua per fare peso e mi sono emozionata.
Ultimo particolare, dato che il mobiletto che ho usato stava attaccato al muro, la parte di dietro era bianca, quindi ho stampato delle frasi che mi piacevano ed ho utilizzato la restante colla vinilica (cà nun s iett nient – qui non si getta via nulla) per ricoprire con le frasi la parte bianca.
 

 
Ed ecco il risultato! Come direbbe la tizia di Real Time “sono molto soddisfatta” e io aggiungo “spero che duri più di una settimana”. Ora devo solo comprare gli sgabbelli.

 

 

 

 
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Cos’è il Servizio Civile?

(Articolo scritto per il Corriere di Pianura) Come volontaria del servizio civile mi capita molto spesso che la gente mi chieda esattamente cosa si intende quando si utilizzano tali parole. In realtà, per chi fosse interessato a diventare volontario, il significato di servizio civile è fondamentale già in sede di primo colloquio. Altrimenti sarebbe come andare a fare il colloquio come art director e non sapere cos’è un art director.

In principio vi era il servizio di leva obbligatorio. Chi non sentiva di avere in sé uno spirito da soldato non poteva far altro che opporsi è divenire così “obiettore di coscienza”.

Gli obiettori di coscienza esercitavano il loro dovere di difesa della patria, dovere sancito dall’articolo 52 della Costituzione, dall’interno, fornendo cioè un servizio sul territorio che garantisse “la prevenzione dei bisogni della società civile”. Non è possibile né sufficiente, difendere i propri confini o dedicarsi a missioni militari all’estero, se lo stesso territorio che tentiamo di difendere non è in equilibrio.

Ed è per questo che, nonostante il servizio di leva non sia più obbligatorio, il servizio civile non è mai stato abolito.

Attualmente il servizio civile funziona su progetto. Enti privati o pubblici presentano la loro proposta al Ufficio Nazionale per il Servizio Civile, che li giudica e li approva. La durata di un progetto è di un anno. Nell’arco di dodici mesi quindi, giovani tra i 18 e i 28 anni hanno la possibilità di dedicare un seppur breve, periodo della loro vita al volontariato contribuendo allo sviluppo sociale, economico e culturale della nostra bella nazione.

Questo attraverso la salvaguardia del territorio sia a livello ambientale che del patrimonio artistico, e l’aiuto della fasce più deboli, come anziani o bambini.

Ma chi segue il percorso annuale del servizio civile, aiuta sicuramente anche se stesso, soprattutto se non ha mai avuto a che fare con il mondo del lavoro, ha la possibilità di entrare a contatto con quelle che sono le prime responsabilità di un impiego e con tutte le difficoltà che un progetto di gruppo comporta, ma lo fa prestando i propri servizi per una giusta causa, venendo ogni giorno a contatto con persone sempre diverse, meno fortunate, alle quali né le famiglie né il territorio su cui vivono, hanno potuto garantire aiuto o un’istruzione di base. Allora, oltre i propri obblighi verso la nazione e verso le responsabilità di un lavoro, si tocca con mano la responsabilità del nostro futuro, si percepisce l’importanza del singolo e il potere che abbiamo. Perché non tutte le guerre si combattono imbracciando un fucile.

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Ti spiego al volo cos’è la Superbike…

 

(Articolo scritto per Il Corriere di Pianura)

Il nome di Max Biaggi è, nel motociclismo mondiale, un’icona riconosciuta anche da chi di motociclismo non ne sa nulla. Di solito i piloti che riescono ad arrivare al grande pubblico sono quelli che vincono, anche se, soprattutto in Italia, negli ultimi dieci anni, i piloti i cui nomi riecheggiano nei bar i lunedì mattina, sono quelli che, in modo o nell’altro sono stati associati al pilota per eccellenza: Valentino Rossi.
Ecco perchè, per il popolo degli sportivi “generici”, Max Biaggi non è il quattro volte campione del mondo, ma è quello che, ogni domenica, prendeva questioni con il Rossi nazionale.
Così sono un paio d’anni, anzi, tre, che la gente è un po’ confusa. Mi incontra e mi dice “Ho sentito che Biaggi ha vinto il mondiale. Ma all’improvviso è diventato più forte di Valentino?”
Allora ti prendi qualche secondo di tempo per fargli notare che sono ben cinque anni che Biaggi corre in una categoria diversa che non ha nulla a che vedere con Valentino Rossi, la misteriosa “Superbike”. “Ah” ti rispondono loro “la 250!”. “No. La Superbike”.
E che cos’è la Superbike?
La definizione tecnica dice che la Superbike è il campionato delle derivate di serie. In pratica vi prendono parte dei team che gareggiano utilizzando come base moto presenti sul mercato. A differenza della MotoGP (Categoria in cui corre il Valentino), le cui moto sono dei prototipi, di solito utilizzati dalle case madri per sviluppare la tecnologia che viene poi applicata sul mercato di serie.
E qui cala l’entusiasmo, perchè da sempre, chi non è proprio del settore, considera la Superbike una categoria inferiore alla MotoGP. La sensazione è quella e deriva da un motivo che con il motociclismo non ha nulla a che vedere: i soldi.
In MotoGP ne girano di più, molti di più, una valanga in più.
In realtà, soprattutto negli ultimi anni, chi bada alla sostanza e non all’apparenza, sa che il campionato da guardare è quello della Superbike. Ancora non sporcato dal dio danaro, propone non solo una griglia di partenza ricca di marchi e team, ma piloti incentivati dalla passione e non dai guadagni. In più ogni gara è formata da due manches. Questo crea uno spettacolo “doppio” senza pari per chi vuole godere dell’adrenalina di gare costruite con sorpassi e duelli e non di monologhi in solitudine come ci hanno abituati ultimamente Stoner e compagni. Si può far riferimento a uno dei piloti simbolo della Superbike, il tre volte campione del mondo Troy Bayliss, che dopo un incidente in Gara1 chiese che gli fosse amputato un dito in modo da poter correre, dopo poche ore, Gara2. O ancora basti pensare che Max Biaggi si è aggiudicato il mondiale appena concluso per solo mezzo punto.
Ma il nostro Biaggi non è l’unico pilota passato da quella che è definita “la classe regina” alla Superbike. Anche Marco Melandri, considerato all’epoca come il successore di Rossi, ha preso la stessa strada di Max. Questo perchè i costi minori e la costante crescita di pubblico hanno portato molti team e molti sponsor a puntare sulle derivate dalla serie per il futuro del spettacolo motociclistico, tanto che dall’anno prossimo sarà trasmessa in Italia, non più da La7, ma su Italia1. Speriamo solo che i cari amici di Mediaset si rendano conto che tormentoni come “Rossi c’è” e “Tutti in piedi sul divano” con il campionato mondiale Superbike non hanno nulla a che vedere. In breve, speriamo che cambino cronista!

A cosa servono i peli?


Ieri io e le mie colleghe di lavoro, in uno dei momenti più impegnati della nostra giornata, abbiamo affrontato un argomento assai intenso e profondo: la depilazione.
Tra un “ho dei peli sulle gambe che ci potrei fare i rasta” e un “mi sono tirata un pelo nero sulla pancia e me ne sono cresciuti dieci”, non ho potuto far a meno di pormi la domanda fondamentale che tutte le donne si fanno nella loro infinita ricerca del metodo migliore per combattere questo immortale nemico. Ma a cosa diavolo servono i peli?
Si, dai, la natura è così precisa, studia tutto nei minimi dettagli, niente è lasciato al caso. Quindi ora, care amiche, vi spiegherò a cosa servono i peli.

(Superquark mode on)

La funzione più importante del pelo è quella percettiva. I peli sul nostro corpo funzionano come i baffi del gatto. I follicoli peliferi, il punto da cui cerchiamo di stracciare il pelo, sono circondati da una fitta rete nervosa che ci aiuta ad ampliare il nostro senso tattile. Anche i peli che crescono su quello che gli scienziati chiamano “pollicione”, ci aiuterebbero a percepire meglio cosa ci sta intorno, se vivessimo a piedi scalzi.
Nonostante il pelo faccia schifo un pò a tutti, dobbiamo dire che può avere anche una funzione sessuale (da qui il famoso detto “tira più un pelo di f.. che un carro di buoi). I peli ascellari ad esempio, servono non solo a stordire le vecchiette in autobus, ma anche a diffondere nell’ambiente il sudore apocrino, cioè quello ricco di feromoni.
E poi, le sopracciglia impediscono al sudore della fronte di arrivare agli occhi, i peli del naso e delle orecchie bloccano l’ingresso di corpi estranei.
In fine, il pelo delle gambe, soprattutto nelle donne, se tenuto folto e selvaggio, è un ottimo anticoncezionale o, in alternativa al mal di testa, un ottima scusa per respingere il proprio uomo e continuare a guardare “Onore e rispetto”.

(Superquark mode off)

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Che cosa significa “Avatar”?


Ma guardando il mega colossale “Avatar” di James Cameron, vi siete mai chiesti perchè diavolo si chiamasse “Avatar”?
Beh si, in molti sono convinti che gli Avatar fossero gli alieni blu alti 3 metri. Io non è che ne ero proprio convinta di sta cosa, soprattutto ora che mi sono azzeccata (termine che indica uno stato oltre “l’appassionata”, visto che ho divorato due serie in meno di una settimana) al cartone animato “Avatar: l’ultimo dominatore dell’aria”.
Insomma, questa parolina, cosa significa?

Ecco qui:
La parola Avatara (devanāgarī अवतार) è un sostantivo maschile della lingua sanscrita e può significare “discendere in” “discendere da” “arrivare a” “essere adatto” oppure, quello che più ci interessa, “incarnarsi”.
Nella religione induista l’Avatar indica la comparsa sulla terra di una divinità, in particolar modo di Vishnu, in forma fisica, con lo scopo di ristabilire l’equilibrio. Si dice che tale discesa avvenga in periodi in cui etica e giustizia vengono schiacciati e le forze demoniache operano nel senso opposto alla legge cosmica.
Gli induisti ritengono che fino ad oggi Vishnu abbia avuto 10 Avatar ad ognuno dei quali viene attribuito in significa e una fase dell’evoluzione umana:

1) Matsya, il pesce, rappresenta la vita negli oceani primordiali.
2) Kurma, la tartaruga o la testuggine, rappresenta il passo successivo, gli anfibi.
3) Varaha, il verro o il cinghiale, simboleggia la vita sulla terraferma.
4) Narasimha, l’uomo-leone (dal sanscrito nara, “uomo”, e simha, “leone”) simboleggia il principio dello sviluppo dell’uomo.
5) Vamana, il nano, simboleggia invece l’incompleto sviluppo dell’essere umano.
6) Parashurama, Rama con la scure o l’abitante della foresta, suggerisce il concetto dello sviluppo fisico completo, dell’umanità.
7) Rama, Sri Ramachandra, il principe del regno di Ayodhya, rappresenta l’abilità umana a governare le Nazioni.
8) Krishna, significa infinitamente affascinante ed era un esperto in 64 settori della scienza, in accordo con la religione Induista, rappresenta l’evoluzione culturale dell’umanità.
9) Balarama o Buddha l’Illuminato, simboleggia l’illuminazione e l’evoluzione spirituale dell’uomo.
10) Kalki (“Eternità”, o “tempo”, o “Il Distruttore della Malvagità”), che la tradizione Indù attende alla fine del Kali Yuga, l’era contemporanea. E’ l’avatar dal cavallo bianco, rappresenta la finale liberazione dell’uomo e il ritrovamento della propria natura divina.

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A cosa serve l’amore?

A cosa serve l’amore? Ci avete mai pensato?

Tra un San Valentino e una litigata con annessa scaricata di vaffanculi, vi siete mai fermati a chiedervi ” a che pro?”

Non basterebbe incontrare una persona con cui si sta bene, come un amico, e procreare? Non sarebbe anche più semplice? Niente gelosie, niente “ti lascio perchè ti amo troppo” e basta con quei “non ti amo più” o gli ancora più devastanti “non ti ho mai amato”. Come sarebbe un mondo senza amore?

Sarebbe un mondo “medio”. Un mondo senza estremi, senza follie da innamorati, probabilmente, sarebbe un mondo senza odio, CSI non avrebbe gli omicidi passionali, gli avvocati divorzisti sarebbero poveri e Fabio Volo lavorerebbe alle Poste.

Ma sarebbe anche un mondo senza poesia, senza leggende, senza fiabe, senza Romeo e senza Giulietta, un mondo senza fuoco e, soprattutto, senza regali costosi.

E allora è a questo che serve l’amore? A farci vibrare leggendo Shakespeare? A renderci serial killer di rose e divoratori di cioccolattini?

In un mondo in cui tutto sembra dover aver un senso, l’amore cosa diavolo ci sta a fare?

Non ce lo siamo mai chiesti, almeno io non me l’ero mai chiesto. Ho sempre pensato che l’amore è un viaggio la cui meta non è importante, ma il tragitto è fondamentale.

Oggi giorno sarebbe meglio dire che l’amore è come un iPhone, tutti lo vogliono, ma in pochi sanno a cosa serve.

Comunque, mentre noi siamo qui a scaricare dal Love Store, tutte le applicazioni più inutili e insensate stile “Angry lovers” o “Jelous ninja”, qualcuno si è chiesto perchè ci innamoriamo, e ci ha fornito anche una bella risposta, fredda, cinica, priva d’amore. In altre parole, scientifica.

Cosa centra l’amore con la scienza? Parecchio.

Io non sono una scienziata e la mia professoressa di biologia del liceo può confermare, quindi cercherò a modo mio di spiegarvi cosa dicono i cervelloni riguardo l’amore.

Partiamo dal cervello, siete pronti?

SUPERQUARK MODE ON

Diciamo che sommariamente il cervello è composto da tre grandi settori. Il primo è quello più profondo, quello che il prof. Paul D. Maclean definisce “rettile”, da dove partono gli impulsi di base per la sopravvivenza, dove in pratica c’è l’istinto. Poi c’è la parte centrale che invece controlla le emozioni e infine la corteccia esterna, sottile che avvolge il cervello (da qui il detto scientifico “a cervell è na sfoglia e cipoll”) e dove si controllano le attività superiori, tipo il linguaggio, il pensiero, la musica etc etc.

SUPERQUARK MODE OFF

Ora, ognuno di noi si presume che abbia un cervello. Quando ci siamo accertati di questa cosa è anche chiaro che ogni cervello ha la suddivisione riportata qui sopra, ma non è che tutti siamo uguali, in alcuni sono più sviluppate alcune zone, in altri di meno. Queste zone, sottoposte a degli stimoli esterni, producono delle sostanze che ci provocano delle reazioni fisiche. Ad esempio quando abbiamo paura una zona del cervello produce l’adrenalina che aumenta il battito cardiaco e la resistenza muscolare e ci aiuta, ad esempio, a scappare. La stessa cosa succede quando ci innamoriamo. No, non produciamo adrenalina, anche se, nel caso dell’innamoramento, sarebbe utile avere un aiuto per la fuga. Quando ci innamoriamo (ci sono esperimenti a dimostrarlo) il nostro cervello produce dopamina. La dopamina a sua volta è causa di iperattività, perdita del sonno, perdita dell’appetito, tremori e batticuore.

Vi risultano familiari queste reazioni?

No?

Dio santo, da quanto tempo non vi innamorate?

Comunque, se quando abbiamo paura il cervello produce adrenalina per preparare il nostro corpo ad una fuga o ad una reazione più forte e veloce, perchè diavolo di fronte alla persona che ci piace iniziamo a sfornare dopamina in quantità industriale? A cosa ci serve?

Secondo gli scienziati questa produzione di dopamina e quindi l’innamoramento, non sarebbe altro che un sistema primario di sopravvivenza, sviluppato in anni di evoluzione affinchè un uomo e una donna si uniscano in una coppia stabile finalizzata alla riproduzione.

Riproduzione. Non basterebbe fare un pò di bunga bunga per mettere al mondo dei marmocchi e preservare la specie?

No!

Brutti porci che non siete altro!

La verità è che preservare la specie non dipende dalla semplice riproduzione, come si pensa di solito, ma dalla sopravvivenza dei cuccioli che debbono, a loro volta, riprodursi.

Per far si che i cuccioli sopravvivano la natura ha due escamotage: 1) fai un sacco di figli e li abbandoni (e se sei maschio vai ad ingravidare un’altra femmina), su 10 marmocchi almeno 2 camperanno; 2) fai pochi figli e te ne prendi cura.

Il genere umano, evolvendosi evolvendosi, ha scelto il secondo sistema. Per prendersi cura dei cuccioli e fare in modo che campino fino a che non diventano indipendenti, c’è bisogno che padre e madre siano uniti (in teoria, mentre la madre allatta, il padre difende il territorio). Per far si che padre e madre siano uniti è buono che siano innamorati.

Gli scienziati dicono che  la vita di una coppia di esseri umani si divide in tre fasi: innamoramento, sessualità e attaccamento, ma le ultime due dipendono dalla prima.

Quindi l’innamoramento non sarebbe altro che una sorta di cavallo di Troia della natura per farci stare insieme, riprodurci e assicurarci che i nostri figli possano fare lo stesso.

E ora che lo sapete, andate, innamoratevi e riproducetevi!

 

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Le femmine degli uccelli ne sanno una più del diavolo


La monogamia non è molto diffusa in natura, ma uno degli esempi più belli che vi possiamo trovare è quello offerto dagli uccelli.
A parte i galli, tra gli uccelli la monogamia è una pratica molto presente, direi che è quasi “obbligata”.
Le femmine degli uccelli sono difatti, molto furbe.
In alcune specie, le femmine, prima di concedersi all’accoppiamento, costringono il maschio a costruire un nido. Se il nido non è soddisfacente, vanno da un altro maschio.
In altre invece i maschi sono costretti a duettare, cioè, inserirsi nel cinguettio della femmina in modo da creare una vera e propria armonia. La cosa richiede tempo e questo scoraggia il maschio, che dopo essersi accoppiato, preferisce restare con quella femmina invece che ricominciare tutto da capo.
In altre specie ancora, le femmine diventano tutte fertili simultaneamente e il maschio ha il tempo per accoppiarsi sono con una di loro.
La monogamia garantisce ai piccoli una maggiore possibilità di sopravvivenza.