La vera storia di Halloween….forse…

halloweenInizia la guerra. Halloween si, Halloween no. E’ la festa di Satana o una semplice americanata? A quanto ne ho capito nessuna delle due. Quindi, facciamo un po’ di chiarezza, anche se è piuttosto difficile.

Torniamo ai tempi in cui l’Irlanda era dominata dai Celti. In quel periodo il capodanno (per i Celti) non cadeva il 31 Dicembre, ma il 31 Ottobre, quando si dichiarava chiusa la stagione estiva riportando a valle i greggi dopo i mesi tiepidi di preparazione al freddo inverno. Tale capodanno veniva chiamato Samhain, che potrebbe derivare da una parola celtica che significa per l’appunto “fine dell’Estate”. Quindi si riteneva che la notte tra il 31 Ottobre e il 1 Novembre fosse un periodo di transizione tra due momenti dell’anno d che non apparteneva ne al passato, ne al futuro, gli ordini delle cose crollavano e le anime che risiedevano nel Tir nan Oge (l’equivalente dei  Campi Elisi greci e romani o del Valhalla vichingo) potessero vagare sulla terra in mezzo ai vivi. Era usanza lasciare del cibo o del latte per gli spiriti che andavano a far visita ai loro familiari o mascherarsi con pelli di animali per spaventare gli spiriti indesiderati. Si facevano sacrifici animali, si accendeva un grande fuoco sacro i cui tizzoni venivano utilizzati per illuminare delle rape intagliate (le attuali zucche).
Continua…!

Il mio Expo 2015

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Partiamo dal presupposto che ho messo piede all’Expo con la stessa mentalità che può avere un Salvini entrando in un campo Rom: Ruspe, ruspe e ancora ruspe.
Quanto tempo è che si parla di Expo? Tanto, e io in tutto questo “tanto” tempo non ne ho capito il senso, anche ora che ci sono stata.
Chiariamo prima di tutto il concetto che se non avessi dovuto accompagnare dei familiari non ci sarei mai andata. Ma è anche giusto conoscere una cosa prima di criticarla in tutto e per tutto anche se continuo a fare una merda “50 sfumature di grigio” senza averlo letto. Ma quella è un’altra storia.

Qui si parla di Expo Milano 2015.

Continua…!

Adoro il fatto che girando su Facebook sia possibile trovare articoli che ti rassicurano che qualsiasi cosa fai sei alla moda. È il 15 Agosto e sei bianca come un morto vivente? Tranquilla, sei alla moda. Ti caghi il cazzo di metterti lo smalto? Che ti frega?! Va di moda! Non ti curi della moda e ti vesti come Nonna Papera? È di moda!!! Non usi il deodorante? Brava!! Va di moda! La tua estetista è partita e tu non hai una lametta per farti i peli? Ma non lo sai che il femminismo è di moda? Porti le scarpe basse? Sei alla moda! Porti i tacchi alti? Porca troia sei alla moda! Hai i capelli biondi? Sei attualissima! Sei mora? Sei alla moda! Hai due occhi un naso e una bocca? Ua si porta assai! Hai un cervello? No quello è superato come i jeans a vita alta… Ah no aspè, quelli sono alla moda!!

Moto e strada

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Stamattina mi è capitato di leggere un articolo scritto da Marco Polli, Presidente del Coordinamento Italiano Motociclisti, nel quale viene descritta l’attuale rapporto tra motociclisti e regole della strada.
Mi ha fatto riflettere e non poco.
E’ molto che non ci pensavo, alle moto e alla strada. Prima era un tema più ricorrente nella mia vita. Il frequentare gruppi di motociclisti ti mette praticamente ogni domenica di fronte all’etica del motociclismo.
Io ho iniziato a fare da zainetta a 19 anni e fino ai 26  sono stata una folle. Nulla mia spaventava e non posso dire di essere stata sempre fortunata. Sono caduta e ho visto cadere, sono passata per ospedali, obitori e cimiteri, ma la voglia di adrenalina non mi passava mai, ne ero quasi dipendente, avevo paura del giorno in cui qualcosa mi avrebbe impedito di salire in moto, mi avrebbe privato della sensazione dell’accelerazione, dell’impennata, della piega al limite. Si, me ne uscivo anche io con la questione “Bisogna correre in pista”, ma ero ipocrita, perché per quanto l’andare in pista mi emozionasse, io volevo vivere la moto in modo diverso, volevo correre, ma avere la possibilità di fermarmi lungo il mare, essere parte di quelle domeniche con gruppi di 20, 30 moto, fermarsi al bar, controllare chi aveva chiuso di più le gomme, chi era arrivato prima e chi dopo. e io ero sono una passeggera. Bisognerebbe prendere queste sensazioni e moltiplicarle per 100 per mettersi nel panni di chi guida. Ma la stupidità, oggi mi rendo conto che quella io ne avevo più di tutti. Io affidavo la mia vita in mano agli altri.

Qualcosa poi è cambiato, senza che io decidessi nulla, senza subire traumi, da solo. Senza che me ne rendessi conto la dipendenza è passata e oggi ho paura.
C’è sempre una moto nella mia vita, ma se si va troppo veloce, ho paura, se l’accelerazione è troppo forte ho paura, se le macchine troppo vicine, ho paura.
Ma quando indosso il casco e sento quel suo odore che ormai è un misto di tessuto e me, ho sempre lo stesso brivido, la stessa emozione. un po’ più pacata, ma è sempre viva. So che sto andando a fare una passeggiata e non un giro di 400km, ma non mi interessa, i sentimenti non sono cambiati.
La mia percezione della vita è cambiata, soprattutto la mia concezione della felicità.
E’ una questione personale, ognuno va in moto per un motivo diverso, io forse perché ricercavo la felicità e mi sembrava di poterla avere solo a 250km/h. Ora non è più così, sono più calma e libera dalla costrizione di ricercare la felicità in qualcosa di momentaneo.
Ma questa è un’altra storia.
E’ giusto sentire il bisogno di determinate emozioni, di adrenalina, del limite che si supera. Ciò su cui bisogna riflettere è il modo in cui si cercano queste sensazioni. Oggi posso affermare che il motociclista che cerca la velocità per strada è come un pugile che cerca la rissa in un bar per allenarsi. Lo fa in modo sbagliato.
Bisogna dare un valore diverso alla propria vita e maggiore rispetto alla vita degli altri.
E’ bello dire “se n’è andato facendo quello che gli piaceva”. Non  è bello dirlo se per seguire la nostra passione ci dimentichiamo del resto della nostra vita, come uno che cammina su una corda a venti metri d’altezza senza rete solo perché va di fretta, perché vuole tutto e subito.
Ogni sport ha il suo campo da gioco, se si vuole avere la possibilità di giocare per strada forse è meglio appassionarsi al calcio.
Per strada bisogna rispettare le regole, ma soprattutto se stessi.
Purtroppo il guardrail-ghigliottina ci sarà sempre, l’automobilista stronzo anche, come la macchia d’olio a terra e la fatalità che decide che è arrivato il tuo momento di assaporare l’asfalto, i fattori esterni sono ovunque, sarebbe il caso però di non andarseli a cercare.

“La Storia Infinita” di Michael Ende

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E’ tanto che non mi dedicavo alla lettura di un buon libro. Dopo la saga di Harry Potter le uniche cose che ho letto sono state le istruzioni dei mobili Ikea, e  la trama era più o meno sempre la stessa anche se poi non sai mai come vanno a finire. Non ho fatto altro che accumulare e non mi piace accumulare, mi sento come se non ci fosse sufficiente tempo. Ogni volta che vado in libreria acquisto due o tre libri e ne vedo altri dieci che vorrei leggere ed è come “oh mio Dio, non c’è tempo per leggerli tutti!”

E “La Storia Infinita” non mi ha aiutato affatto a calmare questa mia ansia da “morirò prima di aver finito la saga di Hunger Games” perché effettivamente sembra infinita.

Partiamo dal presupposto che “la Storia Infinita” è stato uno di quei film che ha segnato la mia infanzia. La notte sognavo di poter avere un Fortunadrago. Ora, dopo aver letto il libro, non sono più sicura di ricordare  il film e questo è stato un bene, perché a parte il muso dolce del drago della fortuna, ho potuto ricreare Fantasia e i suoi personaggi tenendomi lontana dalle immagini del film, che comunque domani riguarderò.

Il libro è lunghetto, se fosse stato scritto oggi ci avrebbero fatto uscire per lo meno quattro volumi, ma è ben lontano da un fantasy moderno, infatti nessuno dei protagonisti muore. Comunque dicevo che è lungo non tanto per il numero di pagine, ma per la molteplicità di eventi che narra e lo si può facilmente suddividere in due parti.

11391258_861675930574546_3614982807998595736_nNella prima un bambino grassottello e insicuro, con una situazione familiare non poco complicata (mamma morta, papà totalmente assente) e un nome che sembra quello di un notaio, Bastiano Baldassarre Bucci, si rifugia in una libreria per sfuggire a dei bulli e qui ruba un libro, La Storia Infinta, e si rintana nella soffitta della scuola per leggerlo. Inizia allora la storia di Fantasìa, mondo popolato dalle più svariate forme di vita e afflitto da un grosso male, il Nulla, che lo sta divorando e che sta allo stesso tempo uccidendo la sua sovrana, l’infanta Imperatrice.
L’unico che può salvare lei e l’intero mondo di Fantasìa è Atreiu, un ragazzino di dieci anni che partirà alla ricerca di una cura.
Atreiu attraversa l’intero regno di Fantasìa prima in groppa al suo cavallino e si, (SPOILER!) anche leggendo il libro ho pianto quando il cavallo muore, (FINE SPOILER) e poi con Fucur, un drago della fortuna. Affronterà sfide e mostri il tutto per scoprire che l’unico destinato a salvare il suo regno e la sua sovrana è colui che sta leggendo il libro, Bastiano.

Nella seconda parte Bastiano viene quindi trasportato a Fantasìa dove inizia a ricostruire il regno ormai distrutto dal Nulla. Lo fa grazie ai desideri. Ogni desiderio che esprime lo mette di fronte ad una strada che lo porta all’avverarsi dello stesso, ma per ogni desiderio Bastiano perde un ricordo della sua vita.
Più i suoi ricordi svaniscono più i suoi desideri diventano egoisti e la sua sete di potere cresce fino a quando si ritrova sul punto di perdere tutto e quindi intraprende una nuova via per tornare nel suo mondo, ma soprattutto, ritrovare se stesso.

Raccontata così la storia può sembrare sterile, ma la verità è che ogni fatto raccontato, o meglio, ogni storia, ogni avvenimenti e descrizione sono colmi di poesia.
Nella prima parte  la minaccia del Nulla che cancella ogni cosa al suo passaggio è un riferimento a come la condizione moderna abbia portato l’uomo non tanto a smettere di leggere, ma a smettere di sognare e creare storie, smettendo così di alimentare l’esistenza di Fantasìa. Ogni fantasiano che viene infatti inghiottito dal Nulla cade nel mondo reale trasformandosi in una mania o un’ossessione, un’idea di angoscia, in una bugia. La fantasia, nel caso de La Storia Infinita, non è riferita propriamente a qualcosa di fantastico, ma alla facoltà di creare storie. Così l’unico modo per salvare Fantasìa è trovare qualcuno con la capacità di inventare e dare un nuovo nome all’Infanta Imperatrice.

“<Resta calmo, piccolo sciocco>, brontolò il Lupo Mannaro <non appena verrà il tuo turno di saltare nel Nulla, diventerai anche tu un servo del potere senza volontà, irriconoscibile. Chi lo sa a che cosa potrai servire. Forse servirà il tuo aiuto per indurre gli uomini a comperare cose di cui non hanno bisogno, o a odiare cose che non conoscono, o a credere cose che li rendono ubbidienti, o a dubitare di cose che li potrebbero salvare. Con voi, creature di Fantasìa, nel mondo degli uomini si fanno i più grossi affari, si scatenano guerre, si fondano imperi…”

Nella seconda parte Bastiano viene trasportato a Fantasìa e inizia il suo viaggio per ricostruirla e ricostruire Fantasìa significa donarle nuove storie. Ma Bastiano assapora il potere e arriva ad utilizzarlo per porsi al di sopra della stessa Infanta Imperatrice. Utilizza i suoi desideri per cambiare se stesso e lo fa fino a dimenticare i suoi genitori e il suo stesso nome.

Sembrerà assurdo, ma il viaggio di Bastiano nella seconda parte del libro mi ha ricordato un po’ quello di Siddhartha e vi giuro che non sono ubriaca. Si, Siddhartha prova tutte le strade, da un estremo all’altro dell’esistenza umana per arrivare alla conclusione che il Nirvana, la felicità è ovunque noi guardiamo se sappiamo cosa stiamo cercando. Bastiano diventa (quasi) imperatore e dopo poco si ritrova con nulla, nemmeno il suo nome, ma nonostante questo sa che deve arrivare all’Acqua della Vita per tornare a casa, Acqua della Vita che altro non è che la felicità.

“In quel momento Bastiano fece un’esperienza molto importante: si può essere perfettamente convinti di desiderare una cosa, magari per anni interi, fintanto che il desiderio non è realizzabile.
Ma nel momento stesso in cui, all’improvviso, ci si trova di fronte alla possibilità ch’esso si trasformi in realtà, allora non si ha più che un solo desiderio: non averlo desiderato mai.”

E’ un libro molto più intenso di quel che sembra e andrebbe riletto tante volte quante le storie che contiene, solo spero, per la prossima lettura, di riuscire a trovarne un’edizione in cui il nome di Bastiano non è tradotto, perché veramente Bastiano Baldassarre Bucci non si può sentire!

Ma parlando cose che si possono sentire…la colonna sonora del film ha segnato la mia infanzia!

Io e l’Estate non ci capiamo

Beautiful scenery summer evening beach WallpapersChe bello, non vedo l’ora che arrivi l’Estate! Il mare, il sole, il caldo, i vaffanculo e i kitemmuorti.

Dopo l’ultima settimana a quota 37 gradi sono arrivata ad una conclusione: quelli che amano l’Estate sono quelli che vivono con l’aria condizionata a culo. Cioè, anch’io amo l’Estate…l’amo…la gradisco, ma non so se vale la pena tutta questa sofferenza per una settimana di bagni, che tra l’altro non faccio da almeno 4 anni.
Io ho capito che quelli che amano il caldo sono quelli che stanno a casa e c’hanno l’aria condizionata, vanno a lavoro e c’hanno l’aria condizionata, vanno al centro commerciale perché c’é l’aria condizionata e poi nel week end non hanno case da sistemare, lavatrici da stendere, mobili da montare o videogame da finire e quindi si mettono in auto (che ha l’aria condizionata) e vanno al mare. spiagge-affollateE quando dico mare significa un qualsiasi luogo che abbia l’acqua. Cioè, stanno tutta la settimana alla ricerca di aria condizionata e poi il week end si schiattano su spiagge dove ogni persona ha diritto ad un metro quadrato di sabbia e dove l’acqua fa così schifo che non puoi farti il bagno quindi, nel nome di Santa Bilboa protettrice della tintarella, puoi schiattare di caldo per otto ore e più.
Io quando la temperatura supera i 29 gradi inizio a iastemmare dalla mattina che mi sveglio tutta imporpata di sudore e comunque con il mal di gola perché siamo stati con il ventilatore acceso tutta la notte. Mi faccio la doccia, ma appena chiudo l’acqua già sto sudata. Non riesco a vestirmi perché i pantaloni si azzeccano addosso all’altezza delle caviglie, posso vestirmi solo se intanto ho un incontro intimo con il ventilatore, nel momento in cui penso di mettere i pantaloncini mi rendo conto che i peli hanno deciso di ricrescere e non ho il tempo per una passata di Venus al volo. Il reggiseno, d’obbligo anche con 40 gradi, diventa un attrezzo di tortura. All’interno delle sue coppe imbottite si crea un microclima tropicale e ora capisco perché le tette vengono chiamate anche meloni. Poi metti il reggiseno nero, ma decidi di mettere una canotta bianca e pare brutto vestirti da juventina e quindi ti devi cambiare, idem accade con le mutande, metti quelle nere ma all’ultimo minuto scegli i pantaloni bianchi che ovviamente sono trasparenti e non vuoi finire su una di quelle pagine Facebook dedicate alle vrenzole.
E fa caldo, troppo caldo, vuoi mettere i sandali ma ti guardi i piedi e hai lo smalto messo due settimane fa. Ma chi se ne fotte, pare che poi la gente va a guardati i piedi. Ebbene si!
E quando ero a Napoli se si doveva andare a mare doveva significare andare al mare, non in spiaggia. Trascorrere un’ora e mezza in auto per arrivare a Miseno e non trovare parcheggio oppure pagare 15euro per mettere la macchina a 2 chilometri dal lido mi sembrava veramente assurdo. E’ meglio farsi un’ora e mezza di macchina, fermarsi a Mondragone a farsi la merenda con mozzarella e poi proseguire per Sperlonga. Ma ti devi svegliare come minimo alle 6 se non vuoi trovare traffico. Fa niente, sarà per sabato prossimo.
E in tutto ciò devi pure sopportare quelli che ti vedono e ti dicono “ma lo vuoi prendere un po’ di sole!”:
Ma ti vuoi fare i cazzi tuoi?
Sono pigra e la tintarella non vale tutto questo. Poi questa strana sensazione di calore perenne pure quando stai a casa. Cioè, stai a casa e fa caldo come se fossi in spiaggia, poi arrivi la sera e ti aspetti di stare abbronzata, perché la sensazione è quella, invece sei ancora più mozzarella perché il sudore ti ha sbiancato.
sunset2A me l’Estate piace, solo che non ci capiamo.
Mi piace l’Estate quando metti il tavolino sul balcone e le candele accese, mi piace mangiare l’anguria, mi piace il mare con i suoi profumi e i suoi rumori, non mi piace l’odore di abbronzante e la musica lounge dei lidi alla moda, soprattutto quando ti passano le versioni delle canzoni rock cantate da una tipa in fin di vita. Mi piacciono i grilli la sera, mi piace una Corona gelata al tramonto, mi piace la pioggia e quella temperatura perfetta che c’è nei paesini di montagna. Mi piace quella poesia e quella magia che l’Estate racchiude, che è un po’ come il Natale, ma senza regali. Mi piace la spiaggia alle 8 di sera, quando tutti vanno via, ma l’acqua è calda. Mi piace Summertime e un bicchiere di vino in compagnia.

Schifo a morte gli spot Sammontana con quelle poesie del cazzo della gente sul motorino e le feste da Paolino, spero sempre in un ultimo verso tipo “la tempesta tropicale da Zio Pasquale, arrivano gli squali di Sharknado e tre amiche muoiono nel tornado”. Una rima peggio di cuore-amore, ma almeno si levano dai coglioni.

Ieri verso le 18:30 a Milano è mancata la corrente. Troppi condizionatori accesi. In un secondo la società è stata catapultata ai primi del 900. I milanesi hanno aperto le finestre scoprendo cosí di avere dei balconi e, addirittura, dei vicini. Quelli del sesto e settimo piano, privi di ascensore, si sono ritrovati sulle panchine nel giardino del condominio, insieme ai vecchietti del primo piano che comunque stann semp la. Noi abbiamo giocato a scacchi, maledicendo quelli con i condizionatori perchè se invece di chiudersi dentro con l’aria condizionata avessero tenuto due finestre aperte io avrei potuto continuare la mia partita a “l’ombra di Mordor” e invece alla fine ho perso a scacchi e pure alla Play Station…

Fa caldo…

Quant’è che non scrivo!? Boh…direi che l’ultima volta che ho postato qualcosa avevo ancora una cucina per preparare dei dolci.
Faccio due conti, abbiamo iniziato i lavori di ristrutturazione lo stesso giorno della nostra prima riunione di condominio (per citare Mad Max “What a Lovely day!”)). Ho postato una foto di commento alla riunione su Facebook il 13 Aprile ed è quindi con gioia che confermo che siamo senza cucina dal 13 Aprile. Sto facendo la faccia degli involtini primavera. A un certo punto pure il tizio del ristorante cinese ha iniziato prenderci per il culo. A parte che uno dei primi giorni che è venuto a consegnare ha dato uno sguardo dentro e invece di “ristrutturazione” ha gridato “AaAah, LIFAZIONE” e se n’è andato ridendo. Comunque abbiamo cambiato ristorante.
Decidere di ristrutturare casa è una scelta che va fatta con criterio, è più semplice decidere di abbandonare tutto e andare a fare la boscaiola in Canada che mettersi gli operai in casa.
Mettersi poi gli operai in casa quando in quella casa già ci vivi. Sul serio, datemi un’ascia e una camicia a quadroni!
Ci hanno mandato a casa questi tipi un po’ egiziani, un po’ tunisini, ma soprattutto un po’ di Mondragone, posto dove avevano passato la maggior parte della loro permanenza in Italia. E hanno iniziato a distruggere ed è assurdo quante cose si possono distruggere in un appartamento di 70 metri quadri. Ad un certo punto avevano così tanta voglia di distruggere che si sono ritrovati nell’appartamento della signora affianco. E’ stata una bella esperienza.
Venti giorni in una valle di polvere e lacrime, in un eterno giorno della marmotta. Io la sera pulivo e la mattina mi svegliavo ed era tornato tutto come prima, con i vicini che in un modo o nell’altro devono trovare il modo di cacarti il cazzo (se gli operai non gli sfondano le pareti di casa). Era davvero una sorta di Mad Max tunisino, George Miller deve aver avuto gli operai in casa mentre lavorava al secondo capitolo della saga.
E ora mi dicono che dobbiamo ristrutturare il bagno. E io stanotte ho fatto un incubo assurdo e pure nell’incubo alla fine dicevo “Io gli operai non lo voglio vedere più. Questo cesso è veramente un cesso, ma andiamo da Leroy Marlene e ricopriamo tutto”.
Io stanotte però ho anche sognato  gente che girava con i kart attorno ad un tavolo in cucina.
Ah, e ho sognato che era arrivato il giorno delle nozze e ci saremmo sposati nella mia vecchia stanzetta, e il prete suonava al citofono e io mi rendevo conto di non aver stampato i libretti e iniziavo a lavorare sulla grafica della copertina partendo da un collage africano con elefanti e leopardi.

E ora capisco perché in questi mesi non ho scritto. E forse era meglio continuare questo periodo di astinenza. Prima o poi gli alberi che hanno piantato per procurarsi il legno dal quale costruiranno la nostra cucina cresceranno e allora avrò di nuovo un forno per fare dolci e quello sarà un bel giorno. Intanto fa caldo.

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