Il mio Expo 2015

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Partiamo dal presupposto che ho messo piede all’Expo con la stessa mentalità che può avere un Salvini entrando in un campo Rom: Ruspe, ruspe e ancora ruspe.
Quanto tempo è che si parla di Expo? Tanto, e io in tutto questo “tanto” tempo non ne ho capito il senso, anche ora che ci sono stata.
Chiariamo prima di tutto il concetto che se non avessi dovuto accompagnare dei familiari non ci sarei mai andata. Ma è anche giusto conoscere una cosa prima di criticarla in tutto e per tutto anche se continuo a fare una merda “50 sfumature di grigio” senza averlo letto. Ma quella è un’altra storia.

Qui si parla di Expo Milano 2015.


Nutriamo il pianeta, dicono loro. E’ evidente che il mio cane non fa parte di questo pianeta da nutrire, perché lui non può entrare e l’ho dovuto lasciare a casa.
Nutriamo il pianeta, insistono. E come? Facendo file.

Abbiamo fatto una fila per arrivare ai tornelli, una fila ai tornelli, la fila per mangiare, la fila per andare al bagno e, ovviamente, le file per entrare nei padiglioni. Fortunatamente si è desistito davanti alla 4 ore di fila per il padiglione del Giappone e le ben 5 ore di fila per quello del Kazakistan.
Io ora mi rendo conto che se fossimo andati in settimana la cosa forse sarebbe stata diversa…forse, ma voglio chiedervi una cosa. Come può una mente sana accettare di farsi 5 ore di fila così, a cazzo di cane.
Uno viene e ti dice: “Sai, quella stanza è fighissima, ma devi stare in piedi (sotto il sole) per 5 ore per sapere cosa c’è dentro. Ti va?”.
“Ci sono delle opere d’arte risalenti a più di 1000 anni fa lì dentro?”
“No”
18428902678_ff9f9a44ca_z“C’è Lady GaGa vestita da Alberto Angela che parla del Qatar?”
“No”
“C’è Brad Pitt NUDO?”
“No”
“Regalano il pane?”
“No”
“E cosa, di grazia, c’è lì dentro?”
“Mah, cose messe a cazzo che ti dicono come prevalentemente la popolazione ricca del nostro paese riesce a mangiare a discapito di milioni di persone che stanno senza acqua alle quali abbiamo dedicato una foto e un paragrafo sul muro dietro una colonna gigante fatta di mutande appese sulla quale proiettiamo il screensaver di Windows ’95, quello con i pesci e i coralli”
“Ua, figo! Ok, aspetto!”.

Io non lo so, mi sarò persa i padiglioni più importanti, quelli che magari davano un senso all’Expo, ma quelli che ho visto mi hanno lasciato con quel punto interrogativo stampato in fronte, quello del “che senso ha?”.
Nel padiglione dell’Irlanda ho letto tutte le didascalie sull’energie rinnovabili utilizzate per produrre il cibo e su come siano felici le mucche prima di morire per essere esportate nel resto del mondo, mi sono fatta una foto con un pupazzo di una mucca, ho mangiato una frittura risalente alla data di inaugurazione dell’Expo e ho ascoltato gli U2.
Non ho appreso nulla di nuovo, niente che non avrei potuto leggere comodamente schiattata sul divano di casa su Wikipedia, non mi sono sentita più ricca, non ho aperto gli occhi di fronte una qualche situazione. Ho solo invidiato quelle mucche che vivevano così felici.
12038014_10153568087193830_4521687953440736154_nIdem nel padiglione degli Stati Uniti nel quale mi sono divertita a mettere le dita nel naso a Obama prendendomi pure una cazziata da uno che gli voleva fare una foto. Stesso risultato nel padiglione del Qatar nel quale c’era questa sorta di albero fatto di teli sul quale venivano proiettate immagini a cui la gente non faceva nemmeno caso, presi da tutti i giochi di luci e laser che circondavano il suddetto albero di mutande.
Sembravano quelle aree dei musei che non sanno come riempire e ci buttano dentro foto e didascalie con citazioni. Quelle sale dove ti fermi a guardare la mappa per decidere la prossima cosa bellissima che andrai a vedere. Ecco, stai nel padiglione e ti aspetti di arrivare ad una cosa bellissima che, però non arriva mai.
Fuori gli altri padiglioni c’era da aspettare ore e ore. In pratica quando mi hanno detto: “Per visitare l’Expo servono almeno 4 giorni” intendevano che 4 giorni servono per entrare nel padiglioni, non per visitarli.

L’unica cosa per cui non c’era da aspettare era lo spettacolo fuori il padiglione del Kazakistan e ora quella dannata canzone non mi si leva più dalla testa…
Ah, anche a casa Algida non c’era coda. All’Expo “nutriamo il pianeta”, il nostro pranzo è stato un magnum alle mandorle.

E poi eccolo, quello di cui tutti parlano, il grande, spettacolare, albero della vita!
E’ bello, come tutta l’architettura dell’Expo. Ma…citazione dal sito del padiglione Italia:”rimanda a simbologie più complesse e comuni a numerose culture, per cui l’Albero della Vita è simbolo della page_mg7369Natura Primigenia, la grande forza da cui è scaturito il tutto […]L’Albero della Vita non è solo tradizione e simbologia religiosa (!?!?!): è anche il segno di uno slancio rivolto al futuro, all’innovazione e alla tecnologia.”.
Vai lì pronta ad assistere allo spettacolo della tecnologia che si fonde con la forza della natura e ti ritrovi prima di tutto una sfilza di annunci degli sponsor che ti ricorda che l’albero della vita si accende grazie a loro (che è un po’ il vero senso dell’Expo) e poi un minuto e mezzo di giochi d’acqua che culminano in un fiore di plastica gonfiabile dal dubbio gusto che si apre ai piedi dell’albero.
E’ vero che io ho varcato i tornelli dell’Expo piena di pregiudizi, ma voi non fate niente per farmi cambiare idea!

L’Expo mi è sembrato un enorme Gardaland che da fuori sembra bellissimo e poi arrivi alle giostre e non funzionano.

E’ bello che si organizzino eventi, che si dia spazio alle diverse culture, ma a parer mio ho trovato molto più interessanti il Festival dell’Oriente e la sagra dell’artigianato. Mi sento meglio con il mondo anche dopo un comicon…
Non si puo’ affrontare un tema così grande in questo modo, non è un’esposizione universale, e’ solo una grande e costosa fiera.
Un evento così grande dovrebbe dare più spazio ai punti focali di un tema importante come il cibo. Il cibo e la fame. Dovrebbe permettere alla gente di interagire non solo con un touch screen. Dovrebbe proporti nuova conoscenza, nuove idee, nuovo soluzioni
Sono stati spesi miliardi per creare delle strutture bellissime dai contenuti miseri, una grande facciata sfavillante ricca di materiali, ma povera di idee.
Non siamo più ricchi grazie ad Expo, non siamo più consapevoli.
Forse si sarà mossa un po’ l’economia italiana, ma ne è valsa la pena?
Mai come in questo caso è giusto dire “Molto fumo e niente arrosto”.

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