“Nora 2 – la Vendetta”

Nonostante “Nora” non sia balzata al primo posto nelle classifiche mondiali (con mia grande delusione perché avevo già pronta l’intervista per il Time), ho deciso, non di mia spontanea volontà, ma costretta da una forza interiore sfuggita al mio controllo, di scrivere ancora e di dare una fine alla storia di questa povera malcapitata nata dalla mente di un’altra povera malcapitata che sarei io.
Personalmente, dopo un’esperienza non proprio rosea con le case editrici che ancora oggi fanno a capelli per avere un mio scritto, non so se ho voglia di mettermi lì, leggere contratti, valutare ingaggi, milione di euro in più, milione di euro in meno. Con tutti i soldi che girano in quest’ambiente…Comunque per farla breve di seguito trovate un anticipo del capitolo (forse) finale della vita di Nora. Dico forse perché oggi giorno pare brutto non fare una trilogia, come si chiama una storia divisa in due libri? Esiste un termine?
Non lo so. Ma so quale sarà il titolo del secondo capitolo della saga di Nora.

“VOLEVO VIVERE CON 19 GATTI”

Enjoy!

 

Io sono Nora

Ogni riferimento a fatti accaduti

e/o a persone realmente

esistenti è puramente voluto

 

Mi chiamo Nora K.West, ho ventotto anni e qualche mese, mia madre è italiana, mio padre era australiano, da lui il mio bel cognome che fa tanto cantante hiphop. Sono una grafica pubblicitaria e sono single da due mesi.

Bene, ora che mi sono presentata posso dirvi una cosa.

La vita fa schifo.

Prima era facile. Tu nascevi, crescevi, ti sposavi, sparavi un paio di marmocchi, cucinavi, rendevi felice il tuo uomo a costo della tua felicità e poi morivi, comunque felice perché tuo marito era felice e tu gli avevi garantito un figlio maschio che potesse portare avanti la sua stirpe.

Basta.

Certo, c’erano quei due o tre particolari del tipo “tu donna, partorirai con dolore”, ma che volete che siano in confronto al “tu donna, partorirai con dolore, e sarai anche indipendente, acculturata, intelligente, bella (anche dopo aver partorito con dolore), renderai felice tuo marito e, cosa incredibile, sarai felice anche tu”?

E poi, prima, era così bello: veniva tuo padre, ti faceva sedere e ti diceva “allora, pare che ci sia un povero malcapitato che vuole sposarti, quindi preparati, perché finalmente ti levi dai coglioni”.

Oggi invece stiamo lì a cercare l’uomo perfetto come fosse un paio di scarpe. Ne proviamo uno e, oh no, guarda qui questa bolla dietro il tallone, via! Allora un altro, ma sta bene solo sotto i jeans. Avanti il prossimo! Ecco questo è perfetto, calza al millimetro come la scarpetta di cristallo di Cenerentola… ma se ci cammini per più di venti secondi hai i piedi che ti diventano due zampogne con tutti gli zampognari.

Per una ragazza come me, che ha difficoltà anche a scegliere da che lato del letto alzarsi la mattina (avendo il letto vuoto, ovviamente), il mondo è come un grande magazzino che mette i saldi. E hai così tanta scelta che, alla fine, esci a mani vuote.

Ma rettificherò. La vita non fa schifo, almeno non sempre. Ad esempio, se prendessimo come metro di paragone una favola, potremmo dire che tale favola, per quanto possa essere lunga, è perfetta solo per due virgola sei secondi, che è il tempo esatto che impieghiamo nel dire “e vissero tutti felici e contenti”. Ovviamente, dove per perfezione si intende una principessa (donna di successo) che, dopo svariate peripezie (vita), incontra il principe azzurro (uomo di successo) e lo sposa (matrimonio).

La mia vita è stata ai limiti della perfezione, dico ai limiti perché mancante dell’ultimo step, per circa due mesi. Poi il mio principe azzurro è sceso dal cavallo, si è tolto il mantello e si è rivelato per quello che era, uno stronzo marrone. Ma non fatevi ingannare da quelle frasi scritte sulle t-shirt delle ragazzine. Il principe azzurro esiste e non è gay, anzi, è fidanzato… ma non con voi. E, sinceramente, non lo sarà mai se continuerete ad indossare t-shirt del genere.

 

Capitolo 1
Slide to unlock

 

Diario di Nora. Luogo: le scale del mio appartamento. Data astrale: non pervenuta, forse è Novembre. Giocherello con le chiavi, non sono certa di voler salire da me, ma forse non ho alternative. Aprire quella porta e far varcare al mio sedere e alla mia valigia quella soglia significa non tornare indietro. Sono tre mesi che non metto piede a casa mia. Ho lasciato un mazzo di chiavi a mia cugina Mel. Ogni tanto lo usa come studio o come rifugio. Sono tre mesi che non vedo Mel e Rebecca. Mi siedo sulle scale, sto lì a rigirarmi la chiave del portone tra le dita… la chiave e il mio orgoglio. Sono tre mesi che non vedo le mie amiche. Sono quasi ventiquattro ore che non parlo con il mio fidanzato. Non sa nemmeno che sono in Italia. Non sa nemmeno che sono andata via.

Perché questa notte abbiamo dormito insieme, cioè, nello stesso letto, ma era come se io fossi al Polo Nord e lui al Polo Sud. Anche le temperature erano simili. Entrambi freddi come il ghiaccio, due iceberg alla deriva nell’infinità di un letto a due piazze Ikea.

La mia borsa vibra, io sussulto, le chiavi mi scivolano di mano. Scavo tra portafogli, assorbenti e passaporto e trovo il mio iPhone. Ma ovviamente non è Mitch, è Rebecca. Vuole aggiornamenti sul mio stato fisico e mentale, cioè vuole sapere dove sono e se sono ancora fidanzata. In breve vuole sapere se ho già tentato il suicidio. Non le rispondo perché in verità non so cosa dirle. Raccolgo le chiavi, noto che, con loro, anche il mio orgoglio è caduto. Ma quello non vuole essere raccolto. Se ne sta lì, sullo scalino, mi fa l’occhiolino e indica il telefono.

Tra me e il mio futuro c’è un semplice “slide to unlock”.

Passo il dito sullo schermo e cerco tra le ultime chiamate il numero di Mitch. La sua ultima telefonata risale alla sera prima. Chiamo.

Il cuore a mille.

«Pronto».

«Mitch».

«Nora».

Un attimo di silenzio e senza giri di parole gli faccio la domanda che avrebbe segnato il mio futuro:

«Sono sotto casa mia, dico alle mie amiche che sono in visita o che sono tornata per sempre?».

Silenzio.

«Ascolta Nora, tra noi non può andare più avanti, è finita».

 

Come tutte le mattine, Mitch si era alzato cinque minuti prima di me per andare al bagno e prepararsi. Io attaccavo a lavoro più tardi ma mi trattenevo a letto giusto qualche minuto in più. Quelli che mi servivano per trovare il coraggio di alzarmi, andare in cucina e preparare il caffè. Quando era pronto, lo zuccheravo, entravo in camera da letto, dove lui era a vestirsi e glielo porgevo sorridendo con un bel buongiorno stampato in faccia. Ma non quella mattina.

Feci finta di dormire, anche mentre lui si aggirava in camera cercando i calzini. Lo sentii prendere le sue cose e, senza il caffè, andare via.

Non mi svegliò, non mi salutò, anche se magari avesse voluto mandarmi a fare in culo. Niente.

L’aveva combinata grossa e lo aveva fatto perché si era stancato di stare con me. Era circa un anno e mezzo che si era stancato di stare con me ma, non avendo il coraggio di lasciarmi, aveva intrapreso questo viaggio verso l’esasperazione, la mia esasperazione. Meta dove lui cercava di accompagnarmi per mano. Per questo, quella mattina, preparai la valigia e andai all’aeroporto. Pensavo che ci avrei trovato un bel volo diretto con biglietto prenotato in prima classe per l’Isola di Esasperazione ma ci trovai solo una compagnia lowcost che, per quaranta euro, mi avrebbe portato nel luogo più vicino a casa mia e alla mia vita.

Gli mandai degli sms mentre preparavo i bagagli. Nulla che accennasse alla mia idea di andare via, non sapevo nemmeno io se fosse la scelta giusta o una trovata da drama queen.

Speravo che mi avrebbe chiamata mentre ero in taxi. Sarebbe corso all’aeroporto, scavalcato con prepotenza la fila al controllo bagagli e corso verso il Gate7 con due tizi della sicurezza che lo inseguivano. Mi avrebbe bloccata un minuto prima dell’imbarco, chiesto scusa, abbracciata e baciata. Io avrei lasciato cadere la valigia, le guardie si sarebbero commosse e tutto sarebbe cambiato.

Ma i miei messaggi non ebbero risposta, così come le mie telefonate. Smisi di provare ad avere un contatto con lui verso mezzogiorno e chiesi al tassista di fare un giro lungo per le strade di Valencia, prima di portarmi a destinazione. Sapevo che non l’avrei rivista per parecchio tempo.

Fare il biglietto fu la cosa più difficile. Ero davvero convinta di voler osare tanto? Lui era nel torto, torto marcio, eppure io avevo paura che volesse lasciarmi e che, se ci fosse stata una minima speranza per la nostra relazione, il mio gesto avventato l’avrebbe affogata.

Lui aveva sbagliato, tutto. Lui mi aveva fatto soffrire, per più di un anno, nei modi più cattivi e meschini. Lui non si curava di sapere che morte avessi fatto e io avevo paura che mi lasciasse. Io avevo paura di rovinare tutto, che la mia reazione fosse esagerata. E allora capii. Mitch non mi aveva amata, mi aveva sottoposta ad un lavaggio del cervello. Presi il biglietto ripensando a tutte quelle frasi del cazzo sullo stile “chi non ti cerca non ti vuole”, rendendomi conto che io meritavo qualcosa di più, meritavo non una persona che mi cercasse, ma una persona che non mi lasciasse andare.

Feci il checkin e mi misi seduta al bar vicino il mio gate di imbarco. Mancava ancora un’ora. Rimasi a fissare il vuoto per circa dieci minuti, con il cellulare poggiato sul tavolino e le cuffiette nelle orecchie, senza musica. Non stavo andando dall’altra parte del mondo. Spagna -Italia in aereo era più o meno una gita. Lo avevo fatto decine di volte negli ultimi due anni. Una volta lo feci solo per pranzare con le ragazze: arrivai a casa, presi la moto, andammo in costiera Amalfitana, mangiammo, rientrai a casa e via di nuovo in volo per la Spagna.

La moto, la mia moto, quanto mi mancava. Benché fossi circondata tutti i giorni da moto, piloti, piste, paddock, niente era come salire in sella alla mia Ducati per un giro in solitaria o per stare con Rebecca o, solo, stare lì in garage, a prendermene cura, seduta a guardarla, perdendo i miei pensieri nelle fiamme del suo rosso acceso.

Lei stava lì, come sempre, vicino al Monster di Reb che, ogni tanto, la metteva in moto o le faceva sgranchire le ruote.

Il mio appartamento, la mia moto, le mie amiche. Non avevo abbandonato nulla, non avevo mai preso una decisione definitiva. Vivevo a metà tra due mondi: il mio e quello di Mitch, costantemente sulla linea di confine. E niente mi apparteneva.

Era chiaro a tutti, tranne che a me, che avevo preso la decisione sbagliata. Non perché fosse sbagliato cambiare paese, cambiare lavoro, cambiare vita, ma era sbagliato il motivo per cui l’avevo fatto. Avevo rinunciato a me stessa per stare vicino ad una persona che: a) non amavo, b) non amava me e c) non aveva rinunciato a nulla per me.

Quei dieci minuti di vuoto assoluto, seduta al bar dell’aeroporto, furono più illuminanti di dieci sedute da uno psicanalista e resero chiaro un concetto ancora più profondo. Negli ultimi due anni non mi ero mai fermata a pensare a me stessa. Il mio principe azzurro era così azzurro che la sua azzurrità mi aveva offuscato la vista. Mitch dice, Mitch pensa, Mitch vuole, Mitch fa.

E Nora?

Nora chi?

Nora io!

In taxi avevo mandato un sms a Rebecca. Non ero ancora convinta di ciò che volessi fare, quindi ero stata vaga dicendole solo che eravamo ad un punto di rottura. Ora lei mi chiamava e mi tartassava di messaggi ma io non avevo voglia di risponderle. Avevo intrapreso una conversazione molto interessante con me stessa e mi sembrava da scostumata interromperla.

 

 

Si dice che, quando rischi la vita, ti sia permesso di rivedere tutto il tuo passato compresso in un nanosecondo. Quel nanosecondo in cui hai una paura fottuta di morire, i muscoli si rilassano e rischi di fartela addosso.

Credo che sia una cosa che accade ogni qual volta sai che sta per finire qualcosa, un periodo, un’esperienza, una relazione. È come se il tuo cervello ti desse la possibilità di valutare il tutto in pochi secondi.

Stai per morire e, alla fine di quel nanosecondo, puoi dire: “cavolo, n’è valsa la pena vivere così” . Oppure: “ehi, aspetta un attimo, ho quella questione in sospeso”. Oppure stai lì che non hai ben chiaro se la relazione che hai da due anni sia finita o no ed ecco che quei due anni ti scorrono davanti agli occhi come un fiume in piena, una valanga di ricordi. E così puoi dire: “devo combattere per mandarla avanti”, oppure: “grazie a Dio, finiamola”.

Nel mio caso, ancora ringrazio Dio.

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