“Carrie” di Stephen King

 

Mi sento molto in colpa perché mi ero ripromessa di non lasciare mai un libro a metà ed ho fallito. “L’ombra dello scorpione” giace lì, con il segnalibro bloccato sulla soglia delle trecento pagine. Non che non mi piacesse, ma quelle 900 pagine che valevano per 1800 sembravano non finire mai e alla fine mi sono resa conto che lo avevo abbandonato e che i sensi di colpa mi impedivano di iniziarne un altro. Ma alla fine ho fatto finta di niente e come se il fatto non fosse mio l’ho posato tra gli altri libri, come quando rompi un vaso della mamma e lo rimetti al suo posto fatto in mille pezzetti sperando che lei non se ne accorga.

E mentre posavo quello, ho tirato fuori “Carrie”, sempre diel signor Stephen King, che mi pareva brutto lasciarlo appeso così.

Di Carrie ho visto il rifacimento cinematografico targato Brian De Palma mentre ero nella fase della mia vita “adoro i film horror”. Avevo circa dieci anni. Quindi i ricordi offuscati del film non hanno interferito con la lettura del libro, 170 pagine che volano via veloci.

La storia ha di base un clichè dei racconti americani. La brutta e asociale del liceo presa di mira dalle belle cheerleader e i loro fidanzati della squadra di football.
Carrie non si cura, è timida e si cuce da sola i vestiti, lunghi fino al polpaccio che non lascino niente in vista, e larghi, che nascondano per bene le sue “sporchetette”, come le chiama la madre.
Ed è a causa della madre che la sua vita va a rotoli. La madre che non si separa mai dalla sua Bibbia e fa di tutto perché la giovane Carrie non cada nei tranelli del diavolo. La cresce come una reclusa, lontana dagli altri ragazzi e da ogni fonte di comodità e divertimento, chiudendola nella cantina anche per giorni, se necessario, con un enorme crocifisso e un angolo per fare pipì. La madre sa che Carrie ha un segreto, un potere enorme e maligno. Carrie è telecinetica.
Come nelle più classiche storie dei super eroi, lo sfigato che trova il suo riscatto salvando il mondo con i suoi superpoteri.
Ma Carrie è cresciuta in un mondo contorto, dove tutto è male e nulla è bene. Ama sua madre, cosciente del fatto che le sue azioni sono guidate da un insano senso di protezione, ma allo stesso tempo la odia, perché è chiara ai suoi occhi l’esagerazione con cui la madre teme il peccato. Odia i suoi compagni del liceo che non fanno altro che prendersi gioco di lei. Così, dopo l’ennesimo litigio e l’ennesimo brutto scherzo, decide di utilizzare i suoi poteri, non per mostrare la sua forza e ottenere il rispetto, ma per punire.

E’ inutile dire quanto sia bravo Stephen King a trasmettere attraverso le sue parole non solo le sensazioni fisiche e mentali che accompagnano un avvenimento, ma ciò che i personaggi stessi provano nella loro mente riuscendo così a definirli in poche pagine.
Carrie è l’anti-eroe per eccellenza, il vero male, quello che non nasce in natura, me che cresce e si trasforma alimentato dalle circostanze ed è bello che per una volta la protagonista sia così. Niente perbenismi, solo egoismo e vendetta.

“Ma il “mi dispiace” è il pronto soccorso delle emozioni umane.”

“Quasi nessuno scopre mai che le sue azioni feriscono davvero gli altri. La gente non migliora, diventa solo più furba. Quando diventi più furbo non smetti di strappare le ali alle mosche, cerchi solo di trovare dei motivi migliori per farlo.”

“Gesù Cristo mi guarda là dal muro ma la sua faccia è fredda come pietra, e se mi ama come lei dice, perchè mi sento così sola e infelice?”

 

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