“Wallada” di Matilde Cabello

Era un lontano 31 Dicembre…non ricordo l’anno, forse il 2012…il giorno in cui mi fu regalato questo libro.

Mi fu chiesto “aiutami a scegliere un libro, uno che non hai mai letto così che possa prestartelo”. E quale miglior libro se non quello che narra di una principessa che scrive poesie?

Ma la poesia, in realtà, la stavamo scrivendo noi.

Mi sembra passata un’eternità, ma non è trascorso nemmeno un mese da quel giorno. Ecco un altro libro importante, non per la sua storia, ma per il motivo per cui è finito tra le mie mani.

“”Wallada. L’ultima luna” è la storia dell’amore tra la principessa e poetessa Wallada e il poeta Ibn Zaydun, ma anche il racconto della vita di una donna straordinaria che rinunciò a un destino regale per dedicare la sua esistenza all’arte e alla poesia. Siamo intorno all’anno mille, nella ricca e liberale Cordova, capitale dell’Andalusia araba. Durante l’ultima notte della sua vita, la principessa racconta il suo essere stata una donna libera, fiera e indipendente. Unica spettatrice muta ma complice di questo monologo è la schiava nera Muhía, poetessa, amica e amante d’un tempo. Venduti i suoi diritti regali, tolto il velo, Wallada aprì una scuola di poesia femminile e un salotto letterario, che sarebbe diventato il fulcro dell’attività intellettuale e artistica dell’intero Paese, grazie al quale la poetessa fu in grado di discutere con governanti e filosofi, con imam e con astrologi, senza contare i letterati. Ogni pagina gronda di amori, tradimenti, gelosie, amicizie infrante, incantamenti per la natura e per l’arte, esilii, congiure di palazzo e nazionali, ma anche delle perle poetiche dei maggiori poeti arabo-andalusi, mentre i vari personaggi si muovono in una città dove l’arte e la poesia hanno trionfato ma che ormai è al tramonto.”

Sembra bello no? E lo è, anche se alcune delle poesie citate nel volume non sono all’altezza, per quanto mi riguarda, di essere chiamate tali. Ma forse era il concetto di poesia ad essere diverso. Noi italiani, grazie alla nostra storia e alla nostra tradizione, non utilizziamo tale termine con molta facilità, la poesia va oltre un insieme di parole scritte in versi, mentre nel libro (e molto probabilmente nella storia araba di cui sono profondamente ignorante) vengono definite poesie parole il cui significato è diretto e che, a parer mio, sembrano prosa con una diversa punteggiatura.

C’è più poesia in quello che scrive l’autrice raccontando la storia di Wallada che nelle poesie stesse.

E c’è più poesia nel fatto che la vera storia d’amore di cui il libro parla non è quella tra la poetessa e Ibn Zaydun, ma tra lei e la sua schiava Muhia, vero amore della sua vita, a cui  le sue ultime parole sono dedicate.

Ma la realtà è che per me questo libro avrà per sempre un valore speciale, e lo aveva anche prima che lo iniziassi a leggere.

Ogni libro dovrebbe essere così.

…ho disprezzato la goffaggine di coloro ai quali l’età non aveva concesso la saggezza necessaria per dare risposte ad una bimba”

“La luna è testimone, qualsiasi parola d’amore che serbo per te l’ho già pronunciata in sogno”

“Certo la solitudine è condizione primaria dei poeti; persi nella folla possono arrivare a sentirsi come naufraghi in balia delle onde, lo so per certo”

“Avevo dimenticato il piacere di camminare senza fretta, addentrandomi nel boschetto amaro di una poesia, capace di irretirmi nell’esiguo sentieri di un verso, e di perdermi, mentre perlustro, avanti e indietro, la stessa riga, senza trovare una via d’uscita; tutto questo senza rendermi conto del saluto della luna o del congedo del sole”

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