Cicatrici e tatuaggi

Caro Dean,
l’altro ieri ho aggiunto dell’inchiostro alla mia pelle. Ho scoperto di essere una schiava della parole e come tale i miei ultimi tatuaggi non potevano essere altro che frasi.
Dopo averlo fatto ho iniziato a guardarmi. Quando un tatuaggio ha un vero significato si fonde con la pelle e diventa come una cicatrice.

Ho una cicatrice sulla mano destra, sembra un isolotto in un oceano. Mi ricorda quella volta che Peppe impennò e io scivolai dalla sella. Ogni volta che salgo in moto quella cicatrice mi ricorda di mettere i guanti, perchè se li avessi avuti, di quel giorno conserverei solo un ricordo, di quelli che ti tornano alla mente se qualcosa ti costringe ad andarli a scavare, quelle vicende che racconti quando rivedi un vecchio amico o quando qualcuno ti chiede “sei mai caduta dalla moto?”.

Più su sul braccio destro ho questo nuovo tatuaggio, ancora nero, un graffio fresco, dice “Ringrazio qualunque dio esista per la mia anima invincibile”, è un verso della poesia “Invictus” e nonostante la lingua originale sia l’inglese, l’ho voluto in arabo. Alla vista l’arabo è quanto c’è di più vicino tra il peso del significato delle parole e la leggerezza del loro suono. Questo tatuaggio mi ricorda e mi ricorderà per sempre di ringraziare dio ogni mattina per l’alba e ogni sera per il tramonto e di come si senta la mia anima ora, come quella di una guerriera forgiata da tante battaglie. Alcune le ho vinte, molte le ho perse, ma la mia invincibilità sta nel non aver mai ceduto e non essermi mai tirata indietro.

Proseguendo lungo il braccio, dietro la spalla, ho il mio primo tatuaggio, ormai consumato e sbiadito, una piccola maschera, alcuni la scambiano per una farfalla, in realtà era il viso di un demone tigre. Mi ricorda la continua duplicità a cui inutilmente molti cercano di sfuggire e come il mio concetto di “maschera” si sia evoluto nel tempo. Di solito quando si dice che una persona indossa una maschera si intende che è falsa, non è se stessa. Ma cosa accade quando il nostro essere non è una lastra di ghiaccio, ma un diamante dalle mille sfaccettature? Indossare una, mille maschere diviene l’unico modo che abbiamo per mostrare come siamo davvero. Solo chi è convinto di dover scegliere tra bianco e nero non riuscirà mai ad essere del tutto coerente con la sua scelta e la sua maschera, indossata di rado, sarà costruita di bugie agli occhi degli altri. Ma chi accetta ogni parte di se stesso capirà che le sue non sono maschere, ma foglie di uno stesso albero che si adattano alla diversa esposizione del sole.

Scendendo lungo la schiena, sempre sul lato destro, ho una frase, una citazione di Cicerone, questa l’ho tenuta in lingua originale, cioè in latino. Anche visivamente ho voluto che mantenesse l’austerità della nostra lingua madre. “Alterius non sit qui suus esse potest” che tradotto suona più o meno così “Non appartenga ad un altro chi può appartenere a se stesso”. Nella continua ricerca di una persona che ci stia affianco, ci convinciamo di essere incompleti e una volta che troviamo quella che riteniamo la nostra metà instauriamo con quella un rapporto di possessione e ci facciamo possedere, facciamo in modo che quella possa decidere della nostra vita e gestire la nostra libertà nella paura di restare da soli, da soli con noi stessi. E’ così difficile essere padroni della propria vita che preferiamo affidarla a qualcun altro. Kahlih Gibran spiega bene questo concetto quando scrive:
“Amatevi reciprocamente, ma non fate dell’amore un laccio:
Lasciate piuttosto che vi sia un mare in moto tra le sponde delle vostre anime.
Riempia ognuno la coppa dell’altro, ma non bevete da una coppa sola.
Scambiatevi il pane, ma non mangiate dalla stessa pagnotta.
Cantate e danzate e siate gioiosi insieme, ma che ognuno di voi resti solo,
Così come le cordedi un liuto son sole benché vibrino alla stessa musica.”

Proseguendo lungo la schiena, scendendo fino al piede, ho un gatto che un gatto non sembra, mi ricorda mia madre che insiste con il dire che sono come una “gatta foresta”, una “gatta selvaggia” e mi ricorda che a volte per insicurezza e debolezza si seguono dei consigli che ci porteranno a fare degli errori le cui conseguenze restano nell’anima come un tatuaggio resta sulla pelle.

Tornando su fino al polso sinistro ho un carattere cinese, “Bo”, che significa “Onda” e che in pochi tratti mi ricorda tutti i giorni chi sono e se mi sento persa, mi aiuta ad ascoltare e ritrovare il mio vento.

E per finire, l’ultimo, è in italiano e mi ricorda che quello che noi definiamo “realtà” ha mille interpretazioni a seconda degli occhi di chi la guarda e che se si è pronti ad affrontare la conseguenze delle nostre azioni niente ci è negato.

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