“Siddharta” di Herman Hesse


Ho riletto “Siddharta. Rileggere è una grossa parola. Diciamo che finalmente ho letto “Siddharta”. Non lo ricordavo, non lo avevo compreso. Ho scelto il momento migliore, senza saperlo, Siddharta, colui che cerca.
Hesse racconta un viaggio.
In molti libri, storie, racconti, il protagonista si ritrova a viaggiare, a volte alla ricerca di qualcosa che lo completi, altre volte solo alla fine del suo percorso si rende conto di aver trovato qualcosa.
Siddharta è diverso. Lui sa esattamente cosa sta cercando e sa anche dove trovarlo, quella che gli manca è la via giusta da seguire. E a differenza di chi inizia una ricerca, lui sa, impara, che non sempre bisogna percorrere le strade convenzionali, non sempre per arrivare ad un antico tesoro bisogna percorrere la giungla, a volte è necessario scavare in città. Insomma, per dirla all’Indiana Jones, non sempre la “x” è il punto dove scavare.
Siddharta cerca qualcosa a cui può sembrare che solo gli eremiti e i monaci siano destinati: il Nirvana.
Ma cos’è il Nirvana se non la felicità, il benessere dei sensi. Qualcosa a cui tutti gli esseri umani possono puntare. Qualcosa che tutti gli esseri umani sanno dov’è, ma che la maggior parte di essi cerca di raggiungere seguendo le strade sbagliate, seguendo strade che di solito li allontanano e li pongono di fronte ad un misero riflesso di quella che era la loro meta. Una vita da eremita o nel lusso più sfrenato, entrambe le vie portano nella mortificazione del corpo e dell’anima e ci allontanano da noi stessi convincendoci che la felicità sia lì fuori, nascosta nel piacere fisico o nell’annullamento dell’Io.
Siddharta ci insegna che il Nirvana è in ognuno di noi e che nessuno potrà mai insegnarci dov’è, un maestro potrà parlarci della via che ha seguito per trovarlo, ma non potrà mai dirci dove esattamente si trova. Possono insegnarci a scrivere e leggere, ma la felicità è un viaggio che va fatto senza seguire una mappa. Senza precludersi a nessuna esperienza, perchè la conoscenza è la nostra migliore compagna nel lungo cammino che ci siamo scelti. Siddharta sa che non esistono maestri o santoni, ma solo uomini .
Egli vive nella miseria per poi arrivare alla ricchezza più estrema e tutti i vizi che ne comporta. Annulla il suo “Io” e smette di provare sentimenti per poi farsi bruciare dall’amore per un figlio e alla fine comprende che per trovare la completa unità con tutto quello che ci circonda, per sentire esattamente quello in cui siamo immersi, bisogna essere uno e nessuno, bisogna essere nel mezzo, avere senza desiderare, perdere senza rimpiangere. Scegliere una via estrema è solo un modo per nascondere le proprie paure, ma non per sconfiggerle.
Non c’è bisogno di digiunare sotto un albero per raggiungere il Nirvana, se siamo abbastanza aperti alla conoscenza della vita e alle sue esperienze, se siamo davvero propensi alla ricerca della felicità, potrà capitare che un giorno mentre siamo in treno tornando da lavoro o mentre stiamo dando da mangiare al gatto, alzeremo lo sguardo e sentiremo dentro di non essere più delle entità messe di passaggio sul mondo, ma il mondo stesso.

Questo è il motivo per cui continuo la mia peregrinazione: non per cercare un’altra e migliore dottrina, ma per abbandonare tutte le dottrine e tutti i maestri e raggiungere da solo la mia meta o morire

Ma dei segreti del fiume, per quest’oggi non vedeva che una cosa sola, tale però da afferrare interamente l’anima sua. Ecco quel che vedeva: quest’acqua correva correva, sempre correva, eppure era sempre lì, era sempre in ogni tempo la stessa, eppure in ogni istante un’altra.

Quando apprese che Siddharta era sparito, non si meraviglió. Non se l’era sempre aspettato? Non era egli un Samana, un randagio, un pellegrino?

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