Ondina nel fantastico mondo della Kick Boxing

Un mese fa ho messo per la prima volta piede in una palestra di boxe. Sono sicura che è un mese fa perchè ieri ho pagato la seconda retta.
Mi è piaciuta da subito, la palestra dico, al primo impatto.
Odio quelle palestre tutte bianche, con gli specchi anche sotto il soffitto, gli attrezzi Technogym appena usciti dalla fabbrica. E in principal modo odio la gente che frequenta questi tipi di palestre, quelli che nella pausa tra una serie e l’altra stanno lì a guardarsi i muscoli o il culo alto, quelle con le loro tutine attillate che flirtano con i tipi con le canottine aderenti che mettono in risalto i pettorali.
Si, la mia è tutta invidia.
Sarà per questo che di base prediligo le palestre come questa qui.
Rude, una parete di specchi, il ring, i sacchi e i poster alternati di Bruce Lee e Mohammed Alì. Ma soprattutto l’odore, quel mix di scarpe da ginnastica, sudore e guantoni che rende un uomo…uomo! Perchè una sensazione che ho da un pò di tempo quando mi ritrovo nelle palestre da fighetti è che l’ dentro, per quanti muscoli possa avere gli uomini, non mi sembrano poi tanto mascolini.
Ma non siamo qui a parlare del fatto che gli uomini che praticano sport di combattimento sono più maschi degli altri. Ne parleremo un’altra volta.
Siamo qui per parlare dello stile di lotta che ho deciso di praticare: la kick boxing.
Volevo fare uno sport di combattimento, ma non riuscivo mai ad incastrare gli orari di lavoro con quelli dei corsi, poi l’illuminazione, questo corso alle 20:30, nelle palestre sotto lo stadio San Paolo.
Non sapevo cosa fosse esattamente la kick boxing, in realtà anche ora non è che ne so molto, è per questo che ho deciso di scrivere questo articolo. L’unica cosa che sapevo è che una persona a me molto cara aveva iniziato a praticare tale disciplina in un periodo in cui era psicologicamente a terra e ne aveva trovato giovamento, sia mentale che fisico.
Quindi eccomi qui, ad indossare fascette e guantoni, con una collezione vasta e varia di lividi. Mi ci sono buttata dentro ad occhi chiusi che non so manco che tipo di disciplina è.
Vediamo un pò WikiWiki cosa dice:

La kick boxing è uno sport di combattimento che combina tecniche di calcio tipiche delle arti marziali orientali ai colpi di pugno proprio del pugilato inglese.

Ok, fin qui c’ero arrivata.
Negli anni ’60 in Giappone le uniche forme di combattimento a contatto pieno erano il full contact karate, il muay thai thailandese, il sambo russo, il taekwondo coreano e il sanda cinese. Gli mancava giusto il mazzateallacecata napoletano e poi stavano al completo.
Ma secondo i promoter giapponesi, i match che andavano di più erano quei di boxing thailandese, quindi, decisero di eliminare i colpi di gomito, ginocchio e prese, creando uno sport da combattimento nel quale si utilizzano pugni e calci alle gambe, al tronco e al viso. Il look degli atleti invece piaceva e si mantennero i calzoncini come nella boxe (sappiate che non li indosserò mai) e nacque così la kick boxing giapponese, per gli amici kickboxing.
Le tecniche di pugno sono le stesse utilizzate nel pugilato occidentale: diretto, gancio e montante, mixate a piacimento.
Di calci ce ne sono parecchi, chi ha scritto la pagina di Wiki riporta come principali il calcio frontale, sferrato portando la gamba al petto e poi stendendola in avanti, tipo “sfonda quella porta”, poi il calcio laterale, che più o meno è come quello frontale, ma di lato (ma va!) cioè sferrato girando la gamba di appoggio di 45 gradi. Ed infine parla del calcio circolare o rotante (si, come quello di Chuck Norris!) nelle sue varianti low kick (basso) middle kick (al fianco) high kick (al volto). Però non parla del mio amato calcio ad ascia, o ancora il mio adorato calcio saltato (in padella). Forse un giorno, quando ne capirò un pò di più, ve ne parlerò io, anzi, vi faccio una bella dimostrazione video!!
Andiamo avanti.
Nella kickboxing si combatte su un ring, come nella boxe, o su di un tatami che prevedono misure regolamentari di 6 metri per 6 o di 8 metri per 8. Come nelle altre versioni sportive delle arti marziali, durante una gara non è che ci sgomma di sangue (termine tecnico), ma vengono assegnati dei punti da arbitri e giuria. Inoltre gli atleti devono indossare un determinato abbigliamento che comprende anche pantaloni lunghi (ringraziando il Signore) oltre al casco, guantoni, paratibie, paradenti, conchiglia (per i maschietti) e corpetto (per le femminucce).
Mi sceglierò mai uno sport in cui non bisogna indossare protezioni??
Comunque un bel giorno del 1993 in Giappone si decise di organizzare un torneo, chiamato K-1 dove la K sta per Karate, Kempo (che suppongo sia un’altra disciplina marziale) e Kickboxing.
In questo torneo vale il regolamento della kickboxing, ma si possono dare anche ginocchiate, pugni saltati e girati.
Questo per permettere ad atleti provenienti da diverse discipline di confrontarsi sullo stesso ring. Il torneo è diventato così importante che ormai con K1 si indica una disciplina di combattimento a se stante che però permette ad atleti provenienti dal muay thai, kickboxing e altre arti, di gareggiare insieme.
Nella versione occidentalizzata della kickboxing invece esistono tre formule di combattimento: il semi-contact, il light-contact e il full-contact.
Ma ne parliamo la prossima volta 😀

Se intanto qualcuno di buona volontà avesse qualche sito da indicarmi con notizie e news non mi dispiacerebbe.

 

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