Un mese senza plastica, sfida accettata :D

 

Facciamo un esperimento. Aprite il frigo, o il mobile in bagno e fate il conto di quanti contenitori di plastica, una volta finito il loro contenuto, finiranno in spazzatura.

Parecchi eh?

Avete mai sentito parlare del “Plastic Free July”? No??? Bene, visto che sembrate così impazienti di sapere cos’è, ve ne parlo io 😀 .

Il “Plastic Free July” (Luglio senza Plastica) è un’iniziativa lanciata nel 2011 dal Earth Carers Waste Education team, un associazione australiana che si occupa per l’appunto di trasmettere ai propri concittadini una buona educazione nell’ambito rifiuti. Ogni estate, a Luglio, viene lanciata questa sfida. Un mese intero cercando di produrre meno plastica possibile. Iscrivendosi sul sito e seguendo le loro pagine social, si ha accesso ad una serie di consigli per rendere la sfida più semplice, vi viene inviata anche una check list da poter stampare e appendere al frigo e in cui vi sono elencati varie scelte quotidiane da poter prendere per produrre meno rifiuti plastici possibili.

Ma andiamo per gradi.
Perché mai dovrei seguire un’iniziativa del genere? Non è sufficiente la raccolta differenziata?
No.
Anche io mi sentivo in pace con me stessa quando ho comprato i miei bei cestini per la raccolta differenziata, ma non basta. Bisogna considerare che non tutti differenziano i rifiuti e, come riportato in un documento di Greenpeace: La plastica scartata può finire nelle discariche, può essere incenerita o riciclata, ma una parte finisce nei corsi d’acqua e in mare attraverso la rete fognaria, gli scarichi, durante il trasporto verso le discariche, o tramite la fuoriuscita accidentale dalle navi e dagli impianti di trattamento delle acque reflue. O, semplicemente, la plastica viene intenzionalmente gettata in mare (Derraik, 2002). 


Beh dai, allora sarà poca roba, un paio di bottiglie qua e la.
Riportando sempre GreenPeace:

Eriksen et al. (2014) stimano che la massa di rifiuti di plastica di superficie nel Mar Mediterraneo sia pari a 23.150 tonnellate. Van Sebille et al. (2015) calcolano il volume di microplastica presente nel Mediterraneo variabile tra 4,8 e 30,3 mila tonnellate. Le cifre stimate da Eriksen et al. (2014) e Van Sebille et al. (2015) contrastano con quelle di Cózar et al. (2015), i quali stimano che nella regione galleggino in superficie da 756 a 2.969 tonnellate di plastica. Nonostante la differenza delle stime sopra descritte, il Mar Mediterraneo può essere considerato come una zona di accumulo di rifiuti galleggianti di plastica. I monitoraggi suggeriscono che la densità media di plastica presente nel bacino del Mediterraneo è di 1 – 4 pezzi per metro quadrato, paragonabile all’accumulo di rifiuti plastici dei cinque vortici subtropicali.

E inutile che stia qui a dirvi quali conseguenze porti con se questa enorme presenza di plastica nel nostro mare, ma se proprio siete curiosi e volete saperlo vi invito a leggere il documento da cui ho tratto le suddette citazioni e lo trovate a questo link: Un Mediterraneo pieno di plastica.

Ma ora veniamo alla parte pratica. E’ possibile produrre meno spazzatura? Anche se la domanda principale dovrebbe essere “Posso davvero far a meno della plastica?”.
La plastica sotto processo, quella che invade i nostri mari, è essenzialmente un tipo di plastica, quella usa e getta, quella che nei decenni passati ci hanno venduto come la nuova frontiera della comodità, ma che poi si è piazzata sullo stomaco del nostro ecosistema che non riesce a digerirla, esattamente come i peperoni ripieni che ho mangiato ieri sera.

Già in passato abbiamo cercato di ridurre la nostra produzione di plastica “da scarto”, ma accettando la sfida del PFJ siamo diventati più consapevoli e più decisi nel portare avanti quest’iniziativa. Quindi, anche se Luglio è passato, potete comunque accettare la sfida e fare il vostro Plastic Free Month. Nel caso ecco qualche piccolo consiglio per ridurre il vostro impatto sull’ambiente, perché life in plastic non è fantastic.
Magari per alcuni saranno cose scontate, per altri dei buoni consigli, ad altri faranno schifo, ma poi io che ne so!

  • La Spesa al supermercato

Prima di tutto le buste, prendete quelle riutilizzabili, di solito le hanno disponibili i supermercati e costano pochi euro, noi le abbiamo da circa 4 anni e ci abbiamo fatto anche un trasloco, sono un ottimo investimento 😀

Prendete frutta e verdura sfusa, non quella già confezionata nelle vaschette. E’ comunque necessario metterle in buste di plastica per pesarle e appiccicarci il prezzo sopra, ma una volta a casa è possibile svuotarle e riutilizzarle la volta successiva. Ricordate solo di staccare il vecchio adesivo con il prezzo, altrimenti la cassiera vi lancia dietro i meglio morti e c’ha pure ragione.

Prediligete packaging di carta o vetro. E questa è difficile perché ormai tutto viene confezionato nella plastica e più prenderete a cuore questa sfida, più ve ne renderete conto. Prendete per esempio i multipack di assorbenti, sono tipo 50 assorbenti avvolti singolarmente nella plastica, messi in due confezioni di plastica che a loro volta sono unite in una busta di plastica…
O le merendine, o i pacchetti di fazzoletti. Io l’altro giorno ero così arrabbiata con la plastica che mi sono rifiutata di comprare una busta di patatine…io che rifiuto le patatine….
Comunque basta iniziare con poco, ad esempio molte grandi catene di supermercati producono carta igienica, rotoloni e tovaglioli non solo con carta riciclata, ma in confezioni biodegradabili. O scegliere latte in cartone invece che in bottiglia, prendere le uova in confezioni di carta, yogurt in vetro e così via. Se quando andate a fare la spesa non siete di fretta, ma vi godete il momento potete anche prendere in considerazione l’idea di acquistare alcune cose in altri tipi di negozi, come quelli della catena di NaturaSì o altri piccoli negozietti che vendono prodotti sfusi. Qui a Milano ci troviamo bene da BioMì.

Riducete il consumo di bevande gasate e pseudo succhi di frutta. Prendete bevande in bottiglie di vetro, tipo la birra, la birra va sempre bene.

Se è possibile bevete l’acqua del rubinetto invece di comprarla, magari prendendo un purificatore e riempiendo bottiglie di vetro.

  • Cura della casa e della persona

I detersivi, quanti ne avete in casa? Di quanti tipi? Per quante superfici diverse? Vi servono sul serio?
In un mese in cui abbiamo cercato di non comprare plastica quel cavolo di cestino invece era sempre pieno, pieno di cosa? Di bottiglie di detersivi! Quindi ci sono diverse opzioni e io ho deciso di utilizzarle tutte. Prima di tutto l’acquisto di ricariche o di detersivi in “busta”, poi l’autoproduzione ed in fine l’acquisto di detersivi alla spina. Sono tutte opzioni che riducono la plastica e soprattutto la spesa. Per quanto riguarda le ricariche è facile trovarle al supermercato, diversi marchi hanno prodotti in buste di plastica e non bottiglie, è sempre plastica, ma in quantità inferiore. Per l’autoproduzione al momento ho preparato un prodotto per vetri e superfici varie semplicemente con aceto, acqua e essenze profumate, ma on line è possibile trovare diverse ricette, non ve le propongo perché non le ho ancora testate. L’aceto però lo ho utilizzato, sotto consiglio di un’amica, anche come ammorbidente, sempre abbinato a qualche goccia di essenza profumata. Appena terminerò i prodotti che ancora ci sono in casa proverò anche quelli alla spina puntando alla qualità più che alla varietà. C’è davvero bisogno di un prodotto specifico per il bagno quando ce n’è un altro più generico, ma che ha lo stesso potere pulente/disinfettante e abbatte il 99,99999999% dei germi in modo da poter permettere a mio figlio immaginario di giocare con le macchinine sul pavimento del cesso e allo stesso tempo pulirci anche la cucina?

Il sapone per le mani, usate le saponette. No, non sono meno igieniche del sapone liquido, anzi.
Igienicamente parlando infatti sono molto più pulite e sicure del dosatore della bottiglietta del sapone liquido, ed è il motivo per cui in molti bagni pubblici trovate i dosatori che si attivano con la fotocellula e state lì a imprecare per due ore perché la fotocellula vi vede per un secondo e vi sputa in mano una quantità di sapone inutile.
La saponetta quindi è molto più igienica (non lo dico io, ma diverse ricerche), economica, dura di più, non inquina, al supermercato se ne trovano di naturali e cruelty free, se vuoi te la puoi fare a casa e, quel che conta in questo caso, di solito è avvolta in un piccolo foglio di carta, contro le bottiglie di plastica del sapone liquido.
Se proprio dovesse farvi schifo potete tenere la saponetta per voi e il sapone liquido per gli eventuali ospiti.

Prodotti di bellezza, vi ripropongo le domande sui detersivi, quanti ne avete in casa? Di quanti tipi? Per quante superfici diverse? Vi servono sul serio?
Bagnodoccia, docciashampoo, shampoo per la messa in piega, balsamo per mantenere il colore, crema corpo, scrub corpo, anticellulite, crema giorno, crema notte, scrub viso, tonico, struccante bifasico, struccante normale, latte detergente, maschera, antirughe e alla fine quando hai un problema ti dicono: hai provato con il limone?
Ecco allora il mio consiglio: limitarsi ai prodotti base e poi autoproduzione e prodotti naturali. Fa bene a tutti, a noi, all’ambiente e al portafogli.
Sul sito di Karotina potete trovare diversi consigli e ricette per il fai da te.
Quello che comunque è sicuramente da evitare è l’acquisto di prodotti con microgranuli quali dentifricio e scrub e vi riporto nuovamente ad un articolo di GreenPeace

  • In giro

Acquistate una borraccia, da riempire a casa e tenere in borsa invece di comperare bottigliette d’acqua. Decathlon ne ha una bella collezione e se ne trovano parecchie anche su Amazon, alcune anche molto carine.

Tenete una shopper in borsa, di quelle di tessuto che occupano poco spazio, in questo modo potete evitare di prendere buste di plastica per spese improvvise.

Il sito di Plastic Free July consiglia anche l’acquisto di una mug riutilizzabile, stiamo parlando di un sito australiano dove i bicchieri di plastica per il caffè lungo sono il quotidiano. Noi non abbiamo l’abitudine del caffè americano “da asporto”, in generale non abbiamo l’abitudine del caffè americano. Almeno non tutti. Perché invece qui in casa abbiamo proprio la macchinetta e ci facciamo colazione ogni mattina, quindi abbiamo anche le mug riutilizzabili, più di due direi, e le usiamo quando dobbiamo fare lunghi viaggi in auto o quando non c’è tempo per la colazione. Sono comunque utili se invece del caffè volete un tea da portar via 😀

E infine, smettete di comprare bicchieri, piatti e posate usa e getta, davvero vi rompete così le palle di lavare due piatti?

Sono piccoli gesti, piccole abitudini che però possono fare la differenza, una differenza minima nella nostra vita, ma enorme in quella del mondo che ci circonda.

Ci sono tante persone in giro che dicono che è inutile o che addirittura alzeranno il dito chiamandovi ipocriti.
Lo si legge tanto in giro, “sei ipocrita perché lotti contro l’inquinamento e poi vai in giro in macchina” è una delle frasi più gettonate, l’altro giorno l’ho letta anche sotto un post di Leonardo Di Caprio che elencava tutti gli obiettivi raggiunti dalla sua associazione ambientalista, l’ho letta quando si è parlato di gasdotto, di trivelle, quando si parla di animali del circo o di boschi che bruciano. Lasciatele perdere, sono persone che aspettano che il cambiamento arrivi dall’alto, che forse non riescono a fare nulla e per questo chiamano ipocrita chi fa anche solo un piccolo gesto. A quelle persone bisognerebbe far capire che anche 0,1 è maggiore di 0 e che o,1 per 10 fa 1.

Siate quel 0,1 😀

Non è necessario rinunciare a tutto per poter apportare un cambiamento, basta iniziare da poco ed essere di esempio per gli altri.

Per un mese abbiamo cercato di produrre meno rifiuti plastici possibili e per un mese ci siamo guardati intorno rendendoci conto che la plastica è ovunque, ma sai di aver fatto qualcosa e che quello che hai fatto per un mese può tranquillamente diventare un’abitudine costante.

 

 

 

 

Io, le mie orecchie a sventola e altre decine di problemi mentali inesistenti

Quando ero piccola mi prendevano in giro perché avevo, ho, le orecchie a sventola. Ovviamente da piccola si notavano di più, per questo mia madre cercava di tranquillizzarmi dicendo che poi ci sarebbe cresciuta la testa in mezzo e loro sarebbero diventate normali. Normali proprio non lo sono diventate, diciamo che adesso hanno una grossa mania di protagonismo e sono sempre lì.
Torniamo però alla questione importante, mi prendevano in giro. “Ciao Dumbo” “Wa e che orecchie enormi” e via dicendo. Non mi sento di chiamarlo bullismo, è una parola che oggi quasi mi spaventa utilizzare, erano ragazzini e ragazzine che non si rendevano conto di ciò che facevano, era uno sfottò innocente, nella loro testa. Nella mia testa, anzi, sulla mia testa invece io avevo le orecchie a sventola, diverse da quelle delle altre ragazze, piccole, affusolate e attaccate al cranio. Le mie stavano lì eleggendosi con prepotenza a protagoniste del mio viso. Chi se ne fotte se hai il naso alla francese e gli occhi da cerbiatta, fanculo noi siamo orecchie a sventola e la comandiamo!
Ecco perché, mentre mi avvio verso i 34 anni, posso dire che per più di 20 anni della mia vita io non ho mai portato i capelli legati in pubblico.
Non è grave, insomma, ci sono ragazzine che hanno subito del bullismo serio che ha provocato in loro conseguenze serie, io ho solo risparmiato in elastici per capelli, e mollette, e cappellini e in qualsiasi altra cosa che potesse mettere in risalto le mie orecchie. I miei capelli erano sempre lunghi abbastanza da coprirle e non li legavo mai, in estate, quando mi allenavo, ad una festa, non parliamo della spiaggia poi. Mai! Quando andavo dal parrucchiere era “fai quello che vuoi, basta che non si vedano le orecchie”.

Ed è più o meno quello che gli ho detto quando sono andata a farmi sistemare i capelli per il matrimonio. Il giorno in cui ogni donna agogna la perfezione, ore di prove, sveglia alle 6 del mattino, chili di lacca e poi volete sapere com’è andata a finire? Manie di protagonismo, una delle mie orecchie è riuscita in qualche modo a farsi strada tra trecce e lacca ed eccola lì in quasi tutte le foto del mio album di nozze. Per 30 anni le ho tenute nascoste, come la mamma pazza che tiene nascosta sua figlia nella soffitta. Ricordo che una volta nello spogliatoio della palestra del liceo per un attimo misi i capelli dietro un orecchio e una ragazza mi guardò esclamando “Uà Giò, che hai fatto all’orecchio?!”. Presa dal panico farfugliai qualcosa e la ricoprì all’istante.
La questione è che vedendo quanto fosse un tasto dolente, quanto ci tenessi a nasconderle, a un certo punto anche le persone che mi volevano bene non insistevano più nel dirmi che non erano poi così a sventola.Poi un giorno faceva caldo, mi ero da poco trasferita a Milano e faceva MOLTO caldo. Quando ti trasferisci in una nuova città dove non conosci nessuno ti sembra quasi di essere in vacanza e di solito in vacanza osi quello che a casa eviti. Quel vestitino particolare, quel cappello strambo, quelle orecchie a sventola. Comunque faceva un caldo assurdo e dovevo portare giù Altair, così abbozzai una coda, guardai mio marito, all’epoca fidanzato, e gli chiesi “Sono ridicola se scendo così?” (è la domanda tipica di quando non sono convinta del mio aspetto) e la sua risposta fu “Perché mai dovresti essere ridicola, sei così carina!”. “Ma le orecchie?” gli chiesi “Sono carine pure loro” mi rispose.
Così scesi di casa.
Siete mai andati in giro con un cucciolo di Husky al guinzaglio? Un morbido cucciolo di Husky che sembra un Trudi, ma più coccoloso? E’ come se l’intero mondo si fermasse colto da un improvviso attacco di coccolosinaggine puntando verso di voi con sguardi persi nel fantastico mondo dei cuccioli, saltando all’improvviso urlando “oh mio dio!” come se l’universo stesse finendo, ma hanno solo visto un cucciolo, destinando tutta la loro attenzione a voi e solamente a voi che avete la fortuna di portare in giro un essere così infinitamente peloso. Ora prendete tutte queste attenzioni e giratele verso una che per vent’anni non ha mai legato i capelli e che in quel momento sta facendo outing con l’intero pianeta. Nella sua testa il cucciolo di Husky passa in secondo piano. Nella sua testa la gente sta provando pena per lei e le sue gigantesche orecchie.
Ma ho resistito all’istinto di sciogliermi i capelli, avvolgere la testa in una sciarpa, infilarmi un casco integrale e darmi fuoco, e ho camminato a testa alta fiera delle mie orecchie, e pure del mio cucciolo di Husky. E così ho scoperto che la gente ha altro a cui pensare che alle mie orecchie. Prima di tutto se avete un cucciolo di Husky voi non esistete, siete solo un appendice del guinzaglio in cui sono state inserite della frasi pre registrate quali “ha 5 mesi, è maschio, si chiama Altair. No Aldair, come il giocatore della Roma, Altair come l’assassino”. E poi sul serio, perché mai, con tutto il mondo che ci circonda, la gente dovrebbe essere interessata alle mie orecchie?! E anche se fosse?! Dopo 30 anni sono arrivata alla conclusione che mi piace come mi stanno i capelli legati, e che mi sono privata di questa comoda acconciatura a causa di qualche ragazzino a cui non è mai stato insegnato a farsi i cazzi suoi. “Oh si” avrei dovuto rispondere “ho le orecchie a sventola, è un tratto distintivo della mia famiglia. Qual è quello della tua, a’ facc e cazz?”. Ma non l’ho fatto e ora mi tocca guardare i tutorial della mia amica Karotina per recuperare decine di anni in cui non ho mai imparato nemmeno a farmi una treccia!

Non nego che a volte nella mia testa si è fatta strada l’idea della chirurgia plastica, mi è stato detto “Se ti serve per sentirti meglio va bene”, ma la verità è che non mi serviva per sentirmi meglio, la verità è che ci sono rimasta così male quando ero piccola, quando mi prendevano in giro, che poi sta povere orecchie le ho solo odiate e nascoste, non ci ho mai avuto un rapporto sano, non mi sono mai fermata davanti allo specchio a guardarle, a farci amicizia. Sono sempre stata fiera del mio naso, di quando mi chiedevano se lo avessi rifatto, e le orecchie? Ora le guardo, se ho il sole alle spalle sono più rosa perché ci passa la luce, sono simpatiche, guardandole bene poi non sono nemmeno così tanto grandi
e grazie a loro ho rivalutato tutto il resto.
A volte mi fermo davanti mio marito, mi metto di profilo, alzo la maglia, schiaffo le mani sulla pancia e dico “Guarda amore, guarda che bella panza, questi so due gemelli, altro che Beyoncè, se so maschio e femmina li chiamiamo Pizza e Puparuolo”.
Guardo le mie gambe e quella cellulite che inizia ad affacciarsi, ma ho iniziato a mettere i pantaloncini e i vestitini che prima non mettevo mai, sempre convinta che la gente vivesse per venire a guardare le mie gambe imperfette. Se devo scendere al volo non sento più la necessità di truccarmi perché non si dica mai che Giovanna è una che va al supermercato con le occhiaie in bella mostra o che porta a pisciare il cane sfoggiando un brufolo fresco fresco. A volte penso “Dovrei mettermi a dieta, perdere giusto qualche chilo”, ma la verità è che quando mi guardo allo specchio lentamente sto imparando a mettere in secondo piano questi difetti che fanno parte di me, e vedere ciò che sono: una donna felice.

ps E vi ho risparmiato quelli che notavano quanto le mie mani fosse viola in inverno, e che me lo dicevano convinti, come se io non ci avessi mai fatto caso. In effetti questa è un’altra storia.

13 lezioni da imparare da “13 reasons why” (Spoiler alert)

Quando ho aperto Netflix e mi sono ritrovata in homepage le schermate di presentazione di questa nuova serie 13 Reasons why, ne sono stata subito incuriosita. Un teen drama dalla svolta misteriosa, perché no! L’ho messo in lista dietro una decina di serie ancora da vedere. E ne ho di serie da vedere, cioè, al di la di Netflix, non ho ancora finito l’ultima di The Walking Dead, porca puzzetta.
Ma io le serie le divido in due gruppi, il primo è quello “da vedere mentre lavoro all’uncinetto” il secondo è “da vedere con Giulio la sera dopo cena”. 13 Reasons why era sicuramente da primo gruppo, insieme a The Crown, Teen Wolf, Modern Family, New Girl e cose simili, quelle serie che ti prendono, ma puoi anche distrarti un attimo tra una maglia alta e una mezza maglia bassa che non fa niente.
Poi all’improvviso BOOM, tutti a parlare di sto 13 di qua e 13 di la, così ha scalato di forza la lista di tutte le altre serie e l’ho iniziato a vedere.
La prima puntata mi ha preso tantissimo, il mistero delle cassette, l’ispanico figo che ha 17 anni, ma pare che ne ha 30, il nerd che cita Star Wars. Alla seconda puntata si è unito anche Giulio e pensavo che ce le saremmo sparate tutte di fila anche se erano già le 7 di sera. Alla fine della terza puntata ci siamo guardati e:
“Guardiamo Big Bang Theory?”
“OK”.
Lenta e noiosa, e ve lo dice una che stravede per Downton Abbey…

Continua…

Lavoro all’uncinetto…e allora?

Se fare l’uncinetto e lavorare a maglia viene da alcuni ancora oggi considerata un’attività da nonna allora diciamoci la verità, le nonne sono davvero fighe. Il detto “sta a casa a fare la cazetta” ormai ha lo stesso significato del “va in palestra a fare yoga”. Sempre di più si sente parlare di bar e locali a tema dove se vi presentate con ferri e filo siete i benvenuti come un hipster con un Mac in uno Starbucks e se girate su Youtube i tutorial e video dedicati a questa attività sono sempre di più.
Si pensa che ferri e uncinetto possano creare solo maglioni di dubbio gusto e centrini stile country senza considerare il fatto che imparando una di queste attività vi si apre un intero nuovo mondo di creatività. E’ sufficiente acquistare una qualsiasi rivista a tema o navigare un po’ su internet per comprendere la vastità dei capi e degli oggetti che è possibile realizzare partendo da un filo di cotone. Cappelli, maglie, scaldamuscoli, guanti, costumi, borse il tutto personalizzabile nei colori e nelle forme, dal momento in cui si è appresa un po’ di manualità. Per non parlare della così detta tecnica dell’ amigurumi.

L‘amigurumi è l’arte (si arte) giapponese del creare all’uncinetto, o a maglia, piccoli e kawaii (adorabili) pupazzetti imbottiti.
Ha origini antiche, ma è probabile che sia diventata popolare soprattutto nel periodo della seconda guerra mondiale come tecnica “economica” per creare giocattoli durante il periodo di crisi. Ma è solo dall’inizio del nuovo secolo che quest’arte ha iniziato a diffondersi nel resto del mondo soprattutto grazie a siti di handmade come Etsy e se non sapete cos’è Etsy è arrivato il momento di saperlo…e magari farvi anche un giro sul nostro negozio 😀

Gli amigurumi non servono a niente, esattamente come i centrini che faceva la nonna. Ma a differenza dei centrini sono dolci e colorati 😀

Continua…

Cartoomics Milano 2017

Con giusto qualche giorno (una settimana) di ritardo ecco qualche foto dal Cartoomics di quest’anno. Anche questa volta ci siamo presentate vestite da noi stesse (vergogna)…
Come ogni anno è stata una bella esperienza, e questa volta siamo riusciti a girare tutta la fiera senza perderci seguendo le indicazioni di Giulio che a differenza nostra non viene risucchiato dal vortice degli stand che vendono cose a caso, che sono quelli che di base io e Sara preferiamo.

Le origini del Carnevale

Lo scorso Halloween, come ogni anno, si sono scatenate le proteste di chi vive la celebrazione di tale festività come un’esaltazione del demonio legata alle sue origini pagane. Ho letto di mamme che ritenevano opportuno evitare che i figli partecipassero a quei festeggiamenti e che l’unico momento in cui ci si dovrebbe travestire sia il Carnevale, non solo perché festa di origine italiana (gli irlandesi festeggiamoli a casa loro), ma perché comunque legata alla tradizione della Chiesa cattolica. Effettivamente il Carnevale si presenta con una nota più allegra rispetto ad Halloween, ma mi sono posta una domanda: perché ci si traveste? Cosa c’è di cattolico in “A Carnevale ogni scherzo vale”?. Assolutamente nulla, anzi. Ma andiamo per gradi.
Oggi il Carnevale è considerato come una festa per bambini, ricco di colori, musica e scherzi, ma le sue origini sono ben più cupe e profonde.

Continua…!

FertilityDay: pensieri di una donna appena sposata che da 3 mesi subisce sempre la stessa domanda

Questa cosa del Fertility Day ci ha veramente spiazzati. Anche se fosse stato un scherzo sarebbe stato di cattivo gusto.

E invece è una cosa seria che ha portato alla luce la gravità della situazione culturale generale in Italia.
Si, siamo tornati indietro. Di parecchi anni anche. Alcuni hanno pensato all’epoca fascista, il mio primo pensiero invece è andato a lei, immagine tonda e abbondante della dea della fertilità. C’è da dire che nei periodi in cui le divinità andavano forte di solito la fertilità era indicata in senso lato, cioè, tanto quella di una donna, tanto quella del terreno. Quindi la invocavi un po’ per i figli un po’ per il raccolto di pummarole. Allora se la mettiamo così io ci sto, anche perché credo che la dea della fertilità sia dalla mia. In un vaso sul balcone infatti è spuntata una bella pianta di pomodori, così, selvatica e magari sto autunno mi ci faccio na bella fresella.
L’unica mia preoccupazione per questo FertilityDay è che proprio non so dove trovare una vergine e 3 capretti da sacrificare. Forse per i 3 capretti ci riesco pure, ma la vergine proprio mi manca.

Continua…!

Riflessioni sulla donna da spogliarellista

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Eccoci arrivati ai giorni post 8 Marzo e tutti questi commenti sulla festa delle donne mi hanno fatto ragionare.
Partiamo dal presupposto che per me la festa delle donne è un po’ una cagata. Non una cagata come alcuni dicono del San Valentino o come quelli che affermano di odiare il Natale.
Per me la festa delle donne è una cagata perché mi sa tanto di contentino, di quel giocattolo dato alla bambina rompipalle per farla stare zitta.
Che significa “ricordare le lotte e i nostri diritti”? Insomma, io trovo giusto che ci sia tipo una giornata della memoria per le vittime dell’olocausto, che se no veramente ce le dimentichiamo. Ma abbiamo bisogno di un giorno per ricordarci dei nostri diritti? Noi non siamo vittime nel senso che siamo morte e ci dovete ricordare, noi siamo vive, che i nostri diritti vengono calpestati e che ci facciamo un culo a tarallo per essere rispettate ce lo ricordiamo ogni maledetto giorno, dal momento in cui apriamo gli occhi.
Quindi per me sta storia della festa delle donne bla bla bla è na grande cazzata.
Comunque, chiarito sto concetto, arriviamo al punto.
Continua…!

Che fine ha fatto la nostra immaginazione?

hqdefaultSono arrivata ad una conclusione, si, mentre me ne stavo lì sul gabinetto nella mia sessione mattutina di “Facebook nel bagno” mi sono imbattuta nelle solite 4 o 5 foto che ti aiutano a svegliarti, quelle di cani martoriati, bambini morti e pseudo violentatori linciati dalla folla. Purtroppo stanno lì, non ci devi nemmeno cliccare sopra, tra un unicorno arcobaleno e un gattino paffutello…BAAAAM…cane impiccato….e ti sale un machessangechivebbiv che veramente ti fa porre delle domande. Anzi, una domanda.
Perché?

Si mi sento un po’ ripetitiva, ma non ci posso fare nente. Lo dirò fino alla morte, come mai smetterò di sputtanare la gente che pubblica bufale senza accertarsi della fonte.
Continua…!