“La Storia Infinita” di Michael Ende

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E’ tanto che non mi dedicavo alla lettura di un buon libro. Dopo la saga di Harry Potter le uniche cose che ho letto sono state le istruzioni dei mobili Ikea, e  la trama era più o meno sempre la stessa anche se poi non sai mai come vanno a finire. Non ho fatto altro che accumulare e non mi piace accumulare, mi sento come se non ci fosse sufficiente tempo. Ogni volta che vado in libreria acquisto due o tre libri e ne vedo altri dieci che vorrei leggere ed è come “oh mio Dio, non c’è tempo per leggerli tutti!”

E “La Storia Infinita” non mi ha aiutato affatto a calmare questa mia ansia da “morirò prima di aver finito la saga di Hunger Games” perché effettivamente sembra infinita.

Partiamo dal presupposto che “la Storia Infinita” è stato uno di quei film che ha segnato la mia infanzia. La notte sognavo di poter avere un Fortunadrago. Ora, dopo aver letto il libro, non sono più sicura di ricordare  il film e questo è stato un bene, perché a parte il muso dolce del drago della fortuna, ho potuto ricreare Fantasia e i suoi personaggi tenendomi lontana dalle immagini del film, che comunque domani riguarderò.

Il libro è lunghetto, se fosse stato scritto oggi ci avrebbero fatto uscire per lo meno quattro volumi, ma è ben lontano da un fantasy moderno, infatti nessuno dei protagonisti muore. Comunque dicevo che è lungo non tanto per il numero di pagine, ma per la molteplicità di eventi che narra e lo si può facilmente suddividere in due parti.

11391258_861675930574546_3614982807998595736_nNella prima un bambino grassottello e insicuro, con una situazione familiare non poco complicata (mamma morta, papà totalmente assente) e un nome che sembra quello di un notaio, Bastiano Baldassarre Bucci, si rifugia in una libreria per sfuggire a dei bulli e qui ruba un libro, La Storia Infinta, e si rintana nella soffitta della scuola per leggerlo. Inizia allora la storia di Fantasìa, mondo popolato dalle più svariate forme di vita e afflitto da un grosso male, il Nulla, che lo sta divorando e che sta allo stesso tempo uccidendo la sua sovrana, l’infanta Imperatrice.
L’unico che può salvare lei e l’intero mondo di Fantasìa è Atreiu, un ragazzino di dieci anni che partirà alla ricerca di una cura.
Atreiu attraversa l’intero regno di Fantasìa prima in groppa al suo cavallino e si, (SPOILER!) anche leggendo il libro ho pianto quando il cavallo muore, (FINE SPOILER) e poi con Fucur, un drago della fortuna. Affronterà sfide e mostri il tutto per scoprire che l’unico destinato a salvare il suo regno e la sua sovrana è colui che sta leggendo il libro, Bastiano.

Nella seconda parte Bastiano viene quindi trasportato a Fantasìa dove inizia a ricostruire il regno ormai distrutto dal Nulla. Lo fa grazie ai desideri. Ogni desiderio che esprime lo mette di fronte ad una strada che lo porta all’avverarsi dello stesso, ma per ogni desiderio Bastiano perde un ricordo della sua vita.
Più i suoi ricordi svaniscono più i suoi desideri diventano egoisti e la sua sete di potere cresce fino a quando si ritrova sul punto di perdere tutto e quindi intraprende una nuova via per tornare nel suo mondo, ma soprattutto, ritrovare se stesso.

Raccontata così la storia può sembrare sterile, ma la verità è che ogni fatto raccontato, o meglio, ogni storia, ogni avvenimenti e descrizione sono colmi di poesia.
Nella prima parte  la minaccia del Nulla che cancella ogni cosa al suo passaggio è un riferimento a come la condizione moderna abbia portato l’uomo non tanto a smettere di leggere, ma a smettere di sognare e creare storie, smettendo così di alimentare l’esistenza di Fantasìa. Ogni fantasiano che viene infatti inghiottito dal Nulla cade nel mondo reale trasformandosi in una mania o un’ossessione, un’idea di angoscia, in una bugia. La fantasia, nel caso de La Storia Infinita, non è riferita propriamente a qualcosa di fantastico, ma alla facoltà di creare storie. Così l’unico modo per salvare Fantasìa è trovare qualcuno con la capacità di inventare e dare un nuovo nome all’Infanta Imperatrice.

“<Resta calmo, piccolo sciocco>, brontolò il Lupo Mannaro <non appena verrà il tuo turno di saltare nel Nulla, diventerai anche tu un servo del potere senza volontà, irriconoscibile. Chi lo sa a che cosa potrai servire. Forse servirà il tuo aiuto per indurre gli uomini a comperare cose di cui non hanno bisogno, o a odiare cose che non conoscono, o a credere cose che li rendono ubbidienti, o a dubitare di cose che li potrebbero salvare. Con voi, creature di Fantasìa, nel mondo degli uomini si fanno i più grossi affari, si scatenano guerre, si fondano imperi…”

Nella seconda parte Bastiano viene trasportato a Fantasìa e inizia il suo viaggio per ricostruirla e ricostruire Fantasìa significa donarle nuove storie. Ma Bastiano assapora il potere e arriva ad utilizzarlo per porsi al di sopra della stessa Infanta Imperatrice. Utilizza i suoi desideri per cambiare se stesso e lo fa fino a dimenticare i suoi genitori e il suo stesso nome.

Sembrerà assurdo, ma il viaggio di Bastiano nella seconda parte del libro mi ha ricordato un po’ quello di Siddhartha e vi giuro che non sono ubriaca. Si, Siddhartha prova tutte le strade, da un estremo all’altro dell’esistenza umana per arrivare alla conclusione che il Nirvana, la felicità è ovunque noi guardiamo se sappiamo cosa stiamo cercando. Bastiano diventa (quasi) imperatore e dopo poco si ritrova con nulla, nemmeno il suo nome, ma nonostante questo sa che deve arrivare all’Acqua della Vita per tornare a casa, Acqua della Vita che altro non è che la felicità.

“In quel momento Bastiano fece un’esperienza molto importante: si può essere perfettamente convinti di desiderare una cosa, magari per anni interi, fintanto che il desiderio non è realizzabile.
Ma nel momento stesso in cui, all’improvviso, ci si trova di fronte alla possibilità ch’esso si trasformi in realtà, allora non si ha più che un solo desiderio: non averlo desiderato mai.”

E’ un libro molto più intenso di quel che sembra e andrebbe riletto tante volte quante le storie che contiene, solo spero, per la prossima lettura, di riuscire a trovarne un’edizione in cui il nome di Bastiano non è tradotto, perché veramente Bastiano Baldassarre Bucci non si può sentire!

Ma parlando cose che si possono sentire…la colonna sonora del film ha segnato la mia infanzia!

“Nora 2 – la Vendetta”

Nonostante “Nora” non sia balzata al primo posto nelle classifiche mondiali (con mia grande delusione perché avevo già pronta l’intervista per il Time), ho deciso, non di mia spontanea volontà, ma costretta da una forza interiore sfuggita al mio controllo, di scrivere ancora e di dare una fine alla storia di questa povera malcapitata nata dalla mente di un’altra povera malcapitata che sarei io.
Personalmente, dopo un’esperienza non proprio rosea con le case editrici che ancora oggi fanno a capelli per avere un mio scritto, non so se ho voglia di mettermi lì, leggere contratti, valutare ingaggi, milione di euro in più, milione di euro in meno. Con tutti i soldi che girano in quest’ambiente…Comunque per farla breve di seguito trovate un anticipo del capitolo (forse) finale della vita di Nora. Dico forse perché oggi giorno pare brutto non fare una trilogia, come si chiama una storia divisa in due libri? Esiste un termine?
Non lo so. Ma so quale sarà il titolo del secondo capitolo della saga di Nora.

“VOLEVO VIVERE CON 19 GATTI”

Enjoy!

 

 

Io sono Nora

Ogni riferimento a fatti accaduti

e/o a persone realmente

esistenti è puramente voluto

 

Mi chiamo Nora K.West, ho ventotto anni e qualche mese, mia madre è italiana, mio padre era australiano, da lui il mio bel cognome che fa tanto cantante hiphop. Sono una grafica pubblicitaria e sono single da due mesi.

Bene, ora che mi sono presentata posso dirvi una cosa.

La vita fa schifo.

Prima era facile. Tu nascevi, crescevi, ti sposavi, sparavi un paio di marmocchi, cucinavi, rendevi felice il tuo uomo a costo della tua felicità e poi morivi, comunque felice perché tuo marito era felice e tu gli avevi garantito un figlio maschio che potesse portare avanti la sua stirpe.

Basta.

Certo, c’erano quei due o tre particolari del tipo “tu donna, partorirai con dolore”, ma che volete che siano in confronto al “tu donna, partorirai con dolore, e sarai anche indipendente, acculturata, intelligente, bella (anche dopo aver partorito con dolore), renderai felice tuo marito e, cosa incredibile, sarai felice anche tu”?

E poi, prima, era così bello: veniva tuo padre, ti faceva sedere e ti diceva “allora, pare che ci sia un povero malcapitato che vuole sposarti, quindi preparati, perché finalmente ti levi dai coglioni”.

Oggi invece stiamo lì a cercare l’uomo perfetto come fosse un paio di scarpe. Ne proviamo uno e, oh no, guarda qui questa bolla dietro il tallone, via! Allora un altro, ma sta bene solo sotto i jeans. Avanti il prossimo! Ecco questo è perfetto, calza al millimetro come la scarpetta di cristallo di Cenerentola… ma se ci cammini per più di venti secondi hai i piedi che ti diventano due zampogne con tutti gli zampognari.

Per una ragazza come me, che ha difficoltà anche a scegliere da che lato del letto alzarsi la mattina (avendo il letto vuoto, ovviamente), il mondo è come un grande magazzino che mette i saldi. E hai così tanta scelta che, alla fine, esci a mani vuote.

Ma rettificherò. La vita non fa schifo, almeno non sempre. Ad esempio, se prendessimo come metro di paragone una favola, potremmo dire che tale favola, per quanto possa essere lunga, è perfetta solo per due virgola sei secondi, che è il tempo esatto che impieghiamo nel dire “e vissero tutti felici e contenti”. Ovviamente, dove per perfezione si intende una principessa (donna di successo) che, dopo svariate peripezie (vita), incontra il principe azzurro (uomo di successo) e lo sposa (matrimonio).

La mia vita è stata ai limiti della perfezione, dico ai limiti perché mancante dell’ultimo step, per circa due mesi. Poi il mio principe azzurro è sceso dal cavallo, si è tolto il mantello e si è rivelato per quello che era, uno stronzo marrone. Ma non fatevi ingannare da quelle frasi scritte sulle t-shirt delle ragazzine. Il principe azzurro esiste e non è gay, anzi, è fidanzato… ma non con voi. E, sinceramente, non lo sarà mai se continuerete ad indossare t-shirt del genere.

 

Capitolo 1
Slide to unlock

 

Diario di Nora. Luogo: le scale del mio appartamento. Data astrale: non pervenuta, forse è Novembre. Giocherello con le chiavi, non sono certa di voler salire da me, ma forse non ho alternative. Aprire quella porta e far varcare al mio sedere e alla mia valigia quella soglia significa non tornare indietro. Sono tre mesi che non metto piede a casa mia. Ho lasciato un mazzo di chiavi a mia cugina Mel. Ogni tanto lo usa come studio o come rifugio. Sono tre mesi che non vedo Mel e Rebecca. Mi siedo sulle scale, sto lì a rigirarmi la chiave del portone tra le dita… la chiave e il mio orgoglio. Sono tre mesi che non vedo le mie amiche. Sono quasi ventiquattro ore che non parlo con il mio fidanzato. Non sa nemmeno che sono in Italia. Non sa nemmeno che sono andata via.

Perché questa notte abbiamo dormito insieme, cioè, nello stesso letto, ma era come se io fossi al Polo Nord e lui al Polo Sud. Anche le temperature erano simili. Entrambi freddi come il ghiaccio, due iceberg alla deriva nell’infinità di un letto a due piazze Ikea.

La mia borsa vibra, io sussulto, le chiavi mi scivolano di mano. Scavo tra portafogli, assorbenti e passaporto e trovo il mio iPhone. Ma ovviamente non è Mitch, è Rebecca. Vuole aggiornamenti sul mio stato fisico e mentale, cioè vuole sapere dove sono e se sono ancora fidanzata. In breve vuole sapere se ho già tentato il suicidio. Non le rispondo perché in verità non so cosa dirle. Raccolgo le chiavi, noto che, con loro, anche il mio orgoglio è caduto. Ma quello non vuole essere raccolto. Se ne sta lì, sullo scalino, mi fa l’occhiolino e indica il telefono.

Tra me e il mio futuro c’è un semplice “slide to unlock”.

Passo il dito sullo schermo e cerco tra le ultime chiamate il numero di Mitch. La sua ultima telefonata risale alla sera prima. Chiamo.

Il cuore a mille.

«Pronto».

«Mitch».

«Nora».

Un attimo di silenzio e senza giri di parole gli faccio la domanda che avrebbe segnato il mio futuro:

«Sono sotto casa mia, dico alle mie amiche che sono in visita o che sono tornata per sempre?».

Silenzio.

«Ascolta Nora, tra noi non può andare più avanti, è finita».

 

Come tutte le mattine, Mitch si era alzato cinque minuti prima di me per andare al bagno e prepararsi. Io attaccavo a lavoro più tardi ma mi trattenevo a letto giusto qualche minuto in più. Quelli che mi servivano per trovare il coraggio di alzarmi, andare in cucina e preparare il caffè. Quando era pronto, lo zuccheravo, entravo in camera da letto, dove lui era a vestirsi e glielo porgevo sorridendo con un bel buongiorno stampato in faccia. Ma non quella mattina.

Feci finta di dormire, anche mentre lui si aggirava in camera cercando i calzini. Lo sentii prendere le sue cose e, senza il caffè, andare via.

Non mi svegliò, non mi salutò, anche se magari avesse voluto mandarmi a fare in culo. Niente.

L’aveva combinata grossa e lo aveva fatto perché si era stancato di stare con me. Era circa un anno e mezzo che si era stancato di stare con me ma, non avendo il coraggio di lasciarmi, aveva intrapreso questo viaggio verso l’esasperazione, la mia esasperazione. Meta dove lui cercava di accompagnarmi per mano. Per questo, quella mattina, preparai la valigia e andai all’aeroporto. Pensavo che ci avrei trovato un bel volo diretto con biglietto prenotato in prima classe per l’Isola di Esasperazione ma ci trovai solo una compagnia lowcost che, per quaranta euro, mi avrebbe portato nel luogo più vicino a casa mia e alla mia vita.

Gli mandai degli sms mentre preparavo i bagagli. Nulla che accennasse alla mia idea di andare via, non sapevo nemmeno io se fosse la scelta giusta o una trovata da drama queen.

Speravo che mi avrebbe chiamata mentre ero in taxi. Sarebbe corso all’aeroporto, scavalcato con prepotenza la fila al controllo bagagli e corso verso il Gate7 con due tizi della sicurezza che lo inseguivano. Mi avrebbe bloccata un minuto prima dell’imbarco, chiesto scusa, abbracciata e baciata. Io avrei lasciato cadere la valigia, le guardie si sarebbero commosse e tutto sarebbe cambiato.

Ma i miei messaggi non ebbero risposta, così come le mie telefonate. Smisi di provare ad avere un contatto con lui verso mezzogiorno e chiesi al tassista di fare un giro lungo per le strade di Valencia, prima di portarmi a destinazione. Sapevo che non l’avrei rivista per parecchio tempo.

Fare il biglietto fu la cosa più difficile. Ero davvero convinta di voler osare tanto? Lui era nel torto, torto marcio, eppure io avevo paura che volesse lasciarmi e che, se ci fosse stata una minima speranza per la nostra relazione, il mio gesto avventato l’avrebbe affogata.

Lui aveva sbagliato, tutto. Lui mi aveva fatto soffrire, per più di un anno, nei modi più cattivi e meschini. Lui non si curava di sapere che morte avessi fatto e io avevo paura che mi lasciasse. Io avevo paura di rovinare tutto, che la mia reazione fosse esagerata. E allora capii. Mitch non mi aveva amata, mi aveva sottoposta ad un lavaggio del cervello. Presi il biglietto ripensando a tutte quelle frasi del cazzo sullo stile “chi non ti cerca non ti vuole”, rendendomi conto che io meritavo qualcosa di più, meritavo non una persona che mi cercasse, ma una persona che non mi lasciasse andare.

Feci il checkin e mi misi seduta al bar vicino il mio gate di imbarco. Mancava ancora un’ora. Rimasi a fissare il vuoto per circa dieci minuti, con il cellulare poggiato sul tavolino e le cuffiette nelle orecchie, senza musica. Non stavo andando dall’altra parte del mondo. Spagna -Italia in aereo era più o meno una gita. Lo avevo fatto decine di volte negli ultimi due anni. Una volta lo feci solo per pranzare con le ragazze: arrivai a casa, presi la moto, andammo in costiera Amalfitana, mangiammo, rientrai a casa e via di nuovo in volo per la Spagna.

La moto, la mia moto, quanto mi mancava. Benché fossi circondata tutti i giorni da moto, piloti, piste, paddock, niente era come salire in sella alla mia Ducati per un giro in solitaria o per stare con Rebecca o, solo, stare lì in garage, a prendermene cura, seduta a guardarla, perdendo i miei pensieri nelle fiamme del suo rosso acceso.

Lei stava lì, come sempre, vicino al Monster di Reb che, ogni tanto, la metteva in moto o le faceva sgranchire le ruote.

Il mio appartamento, la mia moto, le mie amiche. Non avevo abbandonato nulla, non avevo mai preso una decisione definitiva. Vivevo a metà tra due mondi: il mio e quello di Mitch, costantemente sulla linea di confine. E niente mi apparteneva.

Era chiaro a tutti, tranne che a me, che avevo preso la decisione sbagliata. Non perché fosse sbagliato cambiare paese, cambiare lavoro, cambiare vita, ma era sbagliato il motivo per cui l’avevo fatto. Avevo rinunciato a me stessa per stare vicino ad una persona che: a) non amavo, b) non amava me e c) non aveva rinunciato a nulla per me.

Quei dieci minuti di vuoto assoluto, seduta al bar dell’aeroporto, furono più illuminanti di dieci sedute da uno psicanalista e resero chiaro un concetto ancora più profondo. Negli ultimi due anni non mi ero mai fermata a pensare a me stessa. Il mio principe azzurro era così azzurro che la sua azzurrità mi aveva offuscato la vista. Mitch dice, Mitch pensa, Mitch vuole, Mitch fa.

E Nora?

Nora chi?

Nora io!

In taxi avevo mandato un sms a Rebecca. Non ero ancora convinta di ciò che volessi fare, quindi ero stata vaga dicendole solo che eravamo ad un punto di rottura. Ora lei mi chiamava e mi tartassava di messaggi ma io non avevo voglia di risponderle. Avevo intrapreso una conversazione molto interessante con me stessa e mi sembrava da scostumata interromperla.

 

 

Si dice che, quando rischi la vita, ti sia permesso di rivedere tutto il tuo passato compresso in un nanosecondo. Quel nanosecondo in cui hai una paura fottuta di morire, i muscoli si rilassano e rischi di fartela addosso.

Credo che sia una cosa che accade ogni qual volta sai che sta per finire qualcosa, un periodo, un’esperienza, una relazione. È come se il tuo cervello ti desse la possibilità di valutare il tutto in pochi secondi.

Stai per morire e, alla fine di quel nanosecondo, puoi dire: “cavolo, n’è valsa la pena vivere così” . Oppure: “ehi, aspetta un attimo, ho quella questione in sospeso”. Oppure stai lì che non hai ben chiaro se la relazione che hai da due anni sia finita o no ed ecco che quei due anni ti scorrono davanti agli occhi come un fiume in piena, una valanga di ricordi. E così puoi dire: “devo combattere per mandarla avanti”, oppure: “grazie a Dio, finiamola”.

Nel mio caso, ancora ringrazio Dio.

 

E’ arrivato il momento di leggere “Nora” :D

Buonasera a tutti!

Oggi bazzicavo su Facebook e su uno dei vari gruppi di “lettura” di cui faccio parte è stato pubblicato un bellissimo articolo (da tutti molto apprezzato) dal titolo “Gli scrittori esordienti hanno rotto il cazzo” o qualcosa del genere.

In tale articolo l’autore, evidentemente circondato da autori esordienti, si lamentava di come, tali autori, stiano lì a rompere il cazzo promuovendo il proprio libro.

Questo mi ha fatto pensare a tante cose, la prima è stata: da quanto tempo non promuovo il mio libro?

Io non mi sono autopubblicata come il protagonista dell’articolo su citato, eppure, quasi quasi ricomincio a rompervi un po’ le palle!

Sarà che (rullo di tamburi) la seconda parte di “Nora” deve essere solo corretta, ma si, ho proprio voglia di parlarvi di nuovo di “Nora”, questa povera crista che ha avuto la disgrazia di essere la protagonista del mio primo libro, lei e la sua Ducati e le sue amiche, le sue scarpe, i suoi uomini e la sua voglia di capire se alla fine l’amore esiste.

Che alla fine è la domanda che ci poniamo tutti.

 

Il libro di “Nora” è in vendita qui  EBAY

Oppure inviando una mail a

getnora1@gmail.com

 

Intanto ve la “ripresento” così…

…..

Mentre Reb si apprestava ad ordinare gamberoni e vino bianco io buttai un po’ di tonno in scatola in un piatto di riso in bianco avanzato a pranzo e lo divorai davanti alla tv. A stomaco pieno (o quasi) e dopo un veloce zapping decisi che non era possibile stare a casa, era deprimente anche per me, i lupi solitari stanno soli, ma mica chiusi nella loro tana a guardare la tv!!

Infilai un paio di stivali bassi sopra i jeans e scesi, attraversai la strada, girai l’angolo e dopo due minuti mi trovai di fronte la mia seconda casa a trovare la mia seconda migliore amica. Era un’amica particolare perché in qualunque momento andassi lei era lì ad aspettarmi e qualsiasi cosa volessi fare lei non mi diceva mai di no. Pigiai sul tastino destro del telecomando e la saracinesca venne su in modo particolarmente rumoroso, un po’ d’olio non le avrebbe fatto male. L’interno era buio, ma ero solita farle visita anche nelle più tarde ore della notte. Trovai il grosso interruttore, si accese prima il neon sulla destra illuminando le mensole con due caschi dalle visiere scure che sembrarono aprire gli occhi di scatto infastiditi dalla luce improvvisa, poi si accese il neon a sinistra, vibrando un po’ prima di trovare la sua stabilità. La mia piccola Signora era lì, splendeva come fosse mezzogiorno. Rossa, semplicemente italiana, semplicemente bella, semplicemente Ducati 748. Al suo fianco la sua complice, una Ducati Monster S4R, la bimba di Rebecca.

Quello era il mio momento di pazzia. Di solito la gente parla con i cani o con i gatti, io parlavo con la mia moto, le raccontavo come se potesse davvero ascoltarmi e assimilare quello che dicevo e intanto la pulivo e la coccolavo.
«Forse dovrei trovarmi un uomo?» le chiedevo e lei mi guardava come a dire «ma com’è possibile che ancora non ce l’hai???». Più che una moto era la voce della mia coscienza! Rebecca era fuori con il suo cuoreingolae io in un garage a parlare con una moto, certo, una signora moto, ma pur sempre una cosa molto diversa da un uomo!

Salii in sella e girai il contatto. La misi in moto, il doppio scarico Termignoni “molto poco legale” scoppiettava, sembrava dire «infilati il casco e andiamo a tagliare un pò il vento». Rimasi qualche secondo ad ascoltarla girando lentamente la manopola del gas, poi levai la chiave e quasi accarezzandola le dissi «stasera no, ti lascio dormire!».

Già con le dita sull’interruttore della luce, mi girai per darle un’ultima occhiata. Era stata il mio sogno da quando ero bimba e a volte non mi sembrava vero averla a mia disposizione ogni volta che volevo.

 

“Voglio solo ammazzarti” di Stefano Piedimonte

Lo Zio è un boss della camorra, di quelli ricchi e potenti. La sua attuale residenza è il carcere di Poggioreale. A Poggi Poggi però, con i giusti agganci e i giusti contanti, non si vive male. Ma lo Zio è insofferente, ha una questione aperta fuori dal carcere, che è il motivo per cui poi è lì dentro. Lo Zio è stato tradito, qualcuno lo ha venduto alla polizia e quel qualcuno merita un proiettile in fronte e a sparare dev’essere lui, perché quel qualcuno è Gessica, sua moglie.
Aiutato dai suoi “fedeli”, Stiv Ciops, il mago dei computer, Spic e Span, il sicario che non lascia tracce e Erripò, il cocainomane dagli occhialini tondi, Lo Zio affronterà un’evasione, passando dalle strade di Napoli a quelle del centro di Milano, alla ricerca della sua traditrice.
Sulle sue tracce c’è Wu, il poliziotto che l’ha buttato in carcere, noto per la sua pesante somiglianza con Woody Allen.

“Voglio solo ammazzarti” interpreta la camorra in modo diverso, dando ai personaggi una nota quasi tarantiniana, per il modo ironico in cui vivono la loro condizione di malviventi assassini tossicodipendenti, come Arripò, che ogni volta in cui “chiede alla polvere” ricorda con nostalgia quando la sua famiglia si riuniva intorno ad un tavolo e il padre portava la cocaina e tutti sniffavano allegramente, mentre la madre preparava dei cicchetti per accompagnare. E la camorra che si rifà ai miti moderni come Steve Jobs o Harry Potter con riferimenti al cinema poliziesco americano e la passione dello Zio per il Grande Fratello. Sono tutte trovate comiche che bene si sposano al linguaggio ironico tipicamente partenopeo che però, a differenza di molti altri scritti simili, può essere compreso anche da chi Poggioreale non sa manco che cos’è.

Io poi mi ci sono rivista parecchio. Non sono un boss evaso da un carcere, ma come Lo Zio mi sono ritrovata a passare da Napoli a Milano, guardarne la cartina e decifrarla come una ragnatela, pensare che il quartiere in cui sto ora, in teoria di periferia, è più pulito e sistemato del Vomero e lamentarmi della poca privacy che comporta avere gli ingressi delle case sui balconi, che quando esco fuori a fumare una sigaretta c’è la vecchia che si apposta tipo gatto e mi fa gli attentati per dirmi che lo scarico del cesso di casa nostra combacia con la sua camera da letto.

p.s. un sentito ringraziamento a mio fratello, che da New York è riuscito a consigliarmi questo libro.

“Ciruzzo Stiv Ciops stava rifinendo la sua app intitolata, proprio in onore del carcere di Poggioreale, <iPog>”

“… Causa una genetica poco benevola unita a un difficile conflitto a fuoco con gli ndranghetisti della Locride, Wu era un vero e proprio cesso universale…”

“Ma le inclinazioni naturali te le infili come le supposte se nessuno scopre che ce le hai”

“<…lo sa pure Gigi D’Alessio che si fa prima passando in galleria> Nel girone degli infami, oltre ai castratori di piccioni, Germano ci metteva anche il cantante. La sua colpa era stata quella di abbandonare il dialetto partenopeo per cedere alle lusinghe dell’italiano più o meno standard. Per Germano, dire D’Alessio era come dire una delle più basse forme di vita esistenti al mondo”

“Un uomo senza pesi o è un illuminato o si è appena sfracellato sul marciapiede lanciandosi dal sesto piano”

 

– “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll
– “ZeroZeroZero” di Roberto Saviano
– “Vita di Pi” di Yann Martel
– “Summer and the City” di Candace Bushnell


“Carrie” di Stephen King

 

Mi sento molto in colpa perché mi ero ripromessa di non lasciare mai un libro a metà ed ho fallito. “L’ombra dello scorpione” giace lì, con il segnalibro bloccato sulla soglia delle trecento pagine. Non che non mi piacesse, ma quelle 900 pagine che valevano per 1800 sembravano non finire mai e alla fine mi sono resa conto che lo avevo abbandonato e che i sensi di colpa mi impedivano di iniziarne un altro. Ma alla fine ho fatto finta di niente e come se il fatto non fosse mio l’ho posato tra gli altri libri, come quando rompi un vaso della mamma e lo rimetti al suo posto fatto in mille pezzetti sperando che lei non se ne accorga.

E mentre posavo quello, ho tirato fuori “Carrie”, sempre diel signor Stephen King, che mi pareva brutto lasciarlo appeso così.

Di Carrie ho visto il rifacimento cinematografico targato Brian De Palma mentre ero nella fase della mia vita “adoro i film horror”. Avevo circa dieci anni. Quindi i ricordi offuscati del film non hanno interferito con la lettura del libro, 170 pagine che volano via veloci.

La storia ha di base un clichè dei racconti americani. La brutta e asociale del liceo presa di mira dalle belle cheerleader e i loro fidanzati della squadra di football.
Carrie non si cura, è timida e si cuce da sola i vestiti, lunghi fino al polpaccio che non lascino niente in vista, e larghi, che nascondano per bene le sue “sporchetette”, come le chiama la madre.
Ed è a causa della madre che la sua vita va a rotoli. La madre che non si separa mai dalla sua Bibbia e fa di tutto perché la giovane Carrie non cada nei tranelli del diavolo. La cresce come una reclusa, lontana dagli altri ragazzi e da ogni fonte di comodità e divertimento, chiudendola nella cantina anche per giorni, se necessario, con un enorme crocifisso e un angolo per fare pipì. La madre sa che Carrie ha un segreto, un potere enorme e maligno. Carrie è telecinetica.
Come nelle più classiche storie dei super eroi, lo sfigato che trova il suo riscatto salvando il mondo con i suoi superpoteri.
Ma Carrie è cresciuta in un mondo contorto, dove tutto è male e nulla è bene. Ama sua madre, cosciente del fatto che le sue azioni sono guidate da un insano senso di protezione, ma allo stesso tempo la odia, perché è chiara ai suoi occhi l’esagerazione con cui la madre teme il peccato. Odia i suoi compagni del liceo che non fanno altro che prendersi gioco di lei. Così, dopo l’ennesimo litigio e l’ennesimo brutto scherzo, decide di utilizzare i suoi poteri, non per mostrare la sua forza e ottenere il rispetto, ma per punire.

E’ inutile dire quanto sia bravo Stephen King a trasmettere attraverso le sue parole non solo le sensazioni fisiche e mentali che accompagnano un avvenimento, ma ciò che i personaggi stessi provano nella loro mente riuscendo così a definirli in poche pagine.
Carrie è l’anti-eroe per eccellenza, il vero male, quello che non nasce in natura, me che cresce e si trasforma alimentato dalle circostanze ed è bello che per una volta la protagonista sia così. Niente perbenismi, solo egoismo e vendetta.

“Ma il “mi dispiace” è il pronto soccorso delle emozioni umane.”

“Quasi nessuno scopre mai che le sue azioni feriscono davvero gli altri. La gente non migliora, diventa solo più furba. Quando diventi più furbo non smetti di strappare le ali alle mosche, cerchi solo di trovare dei motivi migliori per farlo.”

“Gesù Cristo mi guarda là dal muro ma la sua faccia è fredda come pietra, e se mi ama come lei dice, perchè mi sento così sola e infelice?”

 

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“Ombre alla ricerca della luce” di Diego Cozzolino


Giovedì 4 Luglio presso la libreria Loffredo di Via Kerbaker, al Vomero, è stato presentato il libro d’esordio di Diego Cozzolino, “Ombre alla ricerca della luce” edito da Edizioni Eracle.
 Diego, classe 1984, è un giovane pianurese distaccatosi dalla realtà del quartiere periferico napoletano grazie alla sua passione per la cultura, la filosofia, la musica e, ovviamente, la scrittura. La sua famiglia non è nuova nell’ambiente artistico, Diego è difatti cugino della famosa cantante e attrice partenopea Serena Autieri.
Inizia a riversare i suoi pensieri su carta sotto forma di poesia a 16 anni, ma solo nell’ultimo periodo riesce a realizzare il suo intento di dedicarsi alla narrativa, pur mantenendo uno stile a metà strada tra prosa e poesia con contenuti che si rifanno alla cultura classica e religiosa, ma anche alle filosofie orientali come ci spiega lui stesso:“I miei libri sono carichi di simbolismo per un interesse mio verso le religioni, culti sacri, mitologia, sia orientale che occidentale.”dato evidente anche nella scelta dei nomi dei suoi protagonisti, a volte casuale, altre volte voluta. Orfeo, Elena, Giovanna , Nadir, sono elementi che, anche estrapolati da un qualsiasi contesto, riescono da soli a raccontare storie in grado di trasportarci indietro nel tempo e lontano nello spazio.
“Ombre alla ricerca della Luce” è un romanzo dell’anima che diventa scenografia in grado di accogliere i veri protagonisti, i sentimenti, quelli nascosti nell’Ombra e quelli esposti alla Luce, volutamente e non.
Quando hai iniziato a scrivere?
Ho iniziato a scrivere intorno ai 16 anni, poesie; poi sono diventate canzoni, ho fatto il cantautore per un po’ di tempo, proponendo le mie canzoni in giro, voce, chitarra ed armonica a bocca… tutto da autodidatta… ho divorato una quantità mostruosa di libri nel tempo, ho sempre desiderato di scrivere narrativa ma ne sono stato capace solo adesso.
Da cosa nasce il tuo desiderio di mettere nero su bianco i tuoi pensieri?
Mi viene naturale farlo; ho iniziato con le poesie intorno ai 16 anni… è tutto così naturale per me.
Hai già altri libri nel cassetto o altri lavori in corso?
Ombre alla ricerca della luce è un libro sull’Essere, sono già impegnato a scrivere un nuovo libro sull’Avere; anche nel prossimo libro sarà mantenuto lo stile raffinato ma essenziale che caratterizza “Ombre alla ricerca della luce” (una specie di approccio Zen alla letteratura); anche nel prossimo libro ci saranno tantissimi riferimenti simbolici… sarebbe bello vedere, un giorno, raccolti in un unico libro “Ombre alla ricerca della luce” e l’altro sull’Avere; In questo libro sull’Avere sarà indagata la ricerca dell’appagamento del piacere che coinvolge noi tutti, e saranno spesso citati alcuni eminenti personaggi della letteratura italiana, Leopardi, D’Annunzio, come si sono relazionati loro con l’Avere (e con la ricerca del piacere) e come ha contribuito in loro l’appagamento alla lacuna interiore mediante nei confronti dell’Essere.
“Ombre alla ricerca della Luce” è disponibile in libreria ad un prezzo di copertina di 13,00 euro.

 

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“Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll

Certe storie fanno parte delle nostra vita a prescindere, come se ce le avessero date di serie prima di nascere, come le App che trovi già installate nel cellulare appena comprato. “Alice nel paese delle meraviglie” è una di quelle. Molto probabilmente grazie a Walt Disney e il suo Stregatto rosa (che poi è il Gatto del Cheshire). Più recente è la versione MOOOOOOOOOLTO rivisitata di Tim Burton, ma in pochi si soffermano a pensare che tale storia vede la sua nascita nella mente di un uomo che la riversa nero su bianco in un libro del 1865. Lewis Carroll.

In realtà mi sono rifiutata di leggere la prefazione, volevo che la mia lettura non fosse condizionata da nozioni e analisi del testo. Volevo leggerlo così, come lo leggerebbe un bambino.

Mi sarebbe riuscito meglio se fossi stata sotto l’effetto di qualche droga…niente di pesante, un paio di canne di erba buona!

E’ un sogno, un sogno continuo. Come quando si sogna di essere in un posto che però non è quel posto, ma ne è un altro e poi mentre si era lì, senza nemmeno muoversi, ci si ritrova altrove.

Non voglio parlare dei riferimenti di cui il libro è pieno, ma dei dialoghi insensati che però hanno un senso, dei personaggi assurdi, le duchesse che lanciano oggetti, i bambini che diventano maialini, il tempo ammazzato, la cuoca che vive di pepe, la Finta Tartaruga, è tutto surreale. E forse per questo da bambina non riuscivo a guardare il cartone animato, perché ancora non riuscivo  a capire che i sogni non sempre devono avere un senso, anzi, non ce l’hanno quasi mai e per questo possono essere inquietanti, perché stravolgono la realtà, quella realtà che da piccoli stiamo imparando a conoscere e i sogni non fanno altro che confonderci. Anche se a pensarci bene, pure Dumbo mi angosciava, con quella danza degli elefanti rosa…vabbè.

Leggetelo con mente distaccata da tutto, provate a farlo tutto d’un fiato, perché è così che mi piace pensare sia stato scritto, un flusso di pensieri assurdi che ne richiamavano altri ancora più assurdi che messi insieme creano una storia nella quale in effetti ogni pagina può essere letta indipendentemente dal resto, come un racconto a parte. In realtà ci sono riferimenti alla società e al mondo degli adulti. Ma quello lo viviamo tutti i giorni. Seguiamo Alice nel paese delle meraviglie come se fossimo bambini che si perdono, incuriositi da un coniglio bianco col panciotto.

 

– “Ma Alice si era ormai tanto adattata a non aspettarsi niente che non fosse strano, che le sembrò del tutto banale e piatto che vita andasse avanti in modo normale”

– “I gatti mangiano i pipistrelli? I gatti mangiano pipistrelli?” e ogni tanto “I pipistrelli mangiano i gatti?”, perché, vedete, il fatto è che siccome in nessun caso avrebbe saputo rispondere, non aveva poi grande importanza il modo in cui si poneva la domanda

– “Se tutti si occupassero dei fatti loro”, disse la Duchessa con un cupo grugnito, “il mondo girerebbe un po’ più in fretta di come gira”

– “Potrebbe dirmi, per piacere, da che parte devo andare per andar via di qui?”
“Questo dipende in buona misura da dove vuoi andare” disse il Gatto
“Non importa tanto il dove…” disse Alice
“Allora non importa neanche da che parte andrai” disse il Gatto

-“Allora dovresti dire quel che pensi” proseguì la lepre Marzolina
“Certo,” rispose Alice in fretta, “o almeno…almeno penso quel che dico…che poi, sapete, è la stessa cosa.”
“Non è la stessa cosa per niente!” disse il Cappellaio, “Alla stessa stregua potresti dire che ‘Io vedo quel che mangio’ è la stessa cosa che dire ‘Io mangio quel che vedo’!”

-“Un gatto può guardare in faccia un re,” disse Alice. “L’ho letto in qualche libro, ma non ricordo dove”

-Il Coniglio Bianco si mise gli occhiali. “Da dove devo iniziare, col permesso di vostra maestà?” chiese.
“iniziate dall’inizio,” disse il Re con tono solenne, “e andate avanti fino alla fine; e lì fermatevi.”

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“ZeroZeroZero” di Roberto Saviano

Zero Zero Zero è la qualità di farina migliore che si trova sul mercato. La farina è l’ingrediente fondamentale per gli alimenti che mettiamo a tavola tutti i giorni. Senza farina non ci sarebbero pane o pasta. Esattamente come senza cocaina.
La cocaina è dovunque, è l’unico prodotto al mondo che non conosce crisi, anzi, il suo consumo viene incrementato dalla povertà. La cocaina è dovunque e il suo è un percorso di morte. Morte tra i narcotrafficanti colombiani, dove viene prodotta, morte tra i cartelli messicani, dove viene smistata. Morte negli Stati Uniti, il primo paese in cui entra. Morte in Africa, da dove partono i muli, uomini e donne che ingeriscono anche 200 ovuli pieni della polvere bianca, diretti in Europa. Morte per chi la importa fino ai porti calabresi. Morte per chi l’acquista per poi smerciarla. Morte per i piccoli spacciatori e morte per chi la consuma.
Morte e soldi. I soldi che girano intorno alla cocaina non si contano. Milioni e milioni di dollari nelle mani di pochi, dei più spietati, o dei più furbi. Soldi che permettono ai narcotrafficanti di acquistare sommergibili per il trasporto della droga, o  intere flotte di aerei con il rischio elevatissimo che vengano sequestrati o abbattuti. ma sono perdite nulle se paragonate agli introiti della magica farina. Soldi che permettono di corrompere banche per il riciclaggio o anche interi paesi, soldi così intrisi di sangue da poter comprare le anime stesse di chi li accetta.
Faide, guerre, complotti, torture. La cocaina ha le sue origini in paesi dove avere soldi non basta, per avere potere e rispetto bisogna essere i più cattivi, bisogna incutere terrore negli occhi di chi ti guarda.
La cocaina non uccide solo chi ne fa abuso, non consuma solo chi la tira su per il naso. La cocaina che stai sniffando nel bagno del club più “in” della tua città, quella che ti servirà a sballarti e a continuare a ballare per tutta notte e dopo avere la forza di scoparti la tipa che hai rimorchiato, quella ti entra nella narici già sporca di sangue. Il sangue di quei poveracci che hanno “scelto” di coltivarla, o dei narcos che si sono fatti la guerra, o di un poliziotto infiltrato tradito da un collega corrotto. Quella stessa cocaina, a lungo andare non ti farà più effetto e allora dovrai aumentare le dosi per il tuo organismo assuefatto, e  non ti darà più energie, ma te le succhierà, sarà lei a sniffare te, fino alle ossa, non avrai più erezioni e anche la tua donna non proverà più piacere, ma tu magari sei uno di quei figli di papà che si fa per divertirsi, sei fortunato, non sei uno di quelli che si fa per dimenticare.
In varie parti del libro, Saviano ripete di come lo stesso investigare e  ricercare notizie sulla cocaina sia diventato per lui una sorta di droga, di dipendenza. La cocaina è come la polvere che leviamo via dalla mensole, si infiltra dovunque. Magari il tizio che sta seduto accanto a te in aereo ne è pieno,magari ne fanno uso le tue migliori amiche e non lo sai. Puoi dire di averla comprata solo una volta, per provare, che non ti è successo nulla, ma ormai i tuoi soldi sono entrati nel circolo, hanno dato ossigeno ai polmoni di un narcotrafficante che ci ha comprato altra morte.

 

“La codardia un animale la sa sentire. La paura un animale la rispetta. La paura è l’istinto più vitale, quello più da rispettare. La codardia è una scelta, la paura uno stato.”

“Puoi pensare che occuparti di tutto questo sia un modo per redimere il mondo. Ristabilire la giustizi. E magari in parte è così. ma forse, e soprattutto in questo caso, devi anche accettare il peso di essere un piccolo supereroe senza uno straccio di poter. Di essere in fondo un patetico essere umano che ha sovrastimato le sue forse solo perché non si era mai imbattuto nel loro limite. La parola ti dà una forza assai superiore a quella che il tuo corpo e la tua vita possono contenere”

” – Se avanzo, seguimi. Se mi fermo, spingimi avanti. se indietreggio, uccidimi- scritta all’entrata del centro di addestramento dei Kaibiles”

“Lei consuma i suoi nomi come consuma i suoi amanti perciò questo elenco non è altro che un assaggio, ma puoi chiamarla come ti piace, lei risponderà sempre alla tua chiamata”

“Se conti i soldi, non ne hai o non ne hai abbastanza. Solo se sei in grado di pesarli, puoi essere a tua volta certo del tuo peso. Questo lo sanno i trafficanti”

“Leggere è un atto pericolo perché dà forma e dimensione alle parole, le incarna e le disperde in ogni direzione. Capovolge tutto, fa cadere dalle tasche del mondo monete e biglietti e polvere.”

 

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