Si chiama “non sappiamo più di cosa scrivere” ed è l’ultima mania che sta spopolando sui siti di informazione

La mania delle manie, o semplicemente il non saper più di cosa scrivere, ecco la vera moda che spopola nel web. Siti di informazione o pseudo tale che non fanno altro che effettuare ricerche sul web, scegliere una foto a cazzo e farla passare per una moda, o peggio ancora, una mania.

Ma vediamo un attimo cosa si intende per “mania”.

La definizione che ne da la Treccani è questa

Mania
Il termine mania (dalla radice greca μαν- del verbo μαίνομαι, “smaniare, essere pazzo”) era usato un tempo nel linguaggio medico per indicare vari tipi di affezioni psichiche ed è ancora diffuso nel linguaggio comune con l’accezione generica di disturbo mentale. È usato, impropriamente, anche con il significato di entusiasmo, invasamento religioso, oppure per indicare una tendenza esclusiva e smodata verso qualche cosa, un’infatuazione fanatica sia individuale sia collettiva. Propriamente, in psicopatologia, è la condizione psichica caratterizzata da eccitamento del tono dell’umore, orientato verso l’euforia o l’irritabilità, da alterata attività mentale e da attività motoria disordinata che, nei gradi estremi, può giungere a stati di grave agitazione psicomotoria.

In pratica, per gli autori di questi articoli, il web sarebbe pieno di psicopatici. Su questo non gli si può dar torto, se non fosse che sono gli stessi articoli a promuovere mode assurde spacciandole per manie.

Basta che Megan Fox si faccia una foto in cui si scaccola ed ecco la nuova mania lo “scaccoling”. Cazzo, lo hanno scritto su internet che scaccolarsi fa figo. E giù tutti a infilarsi dita nel naso.

Che sul web ci siano persone che utilizzano le nuove tecnologie per portare alla luce le loro poco sane abitudini o la loro scarsa igiene mentale (mania per l’appunto) è risaputo, ma voler far passare tali eventi per mode, manie, come se si stesse parlando della nuova collezione primavera-Estate di Zara mi pare non solo esagerato, ma anche lievemente offensivo nei confronti di chi legge e della generazione a cui tali mode vengono attribuite.

Se non avete un cazzo da scrivere, non scrivete! Se avete necessità di visite sui vostri siti almeno cercate di sfruttare il vostro potere in modo positivo. Invece di convincere le ragazzine che è moda fotografarsi la parte bassa delle tette, magari inventatevi che è moda farsi i selfie mentre si legge un libro, che uno poi non se lo legge sul serio, ma almeno prendendolo per farsi la foto inizia a vedere com’è fatto!

Cosa dite? Non interessa a nessuno?

Beh, allora è questo che ci meritiamo. Essere una vrancata di psicopatici che utilizzano 600€ di alta tecnologia per condividere una foto del nostro culo. E pace all’anima di Steve Jobs, che è vero che si voleva fare i soldi, ma forse non era questa l’idea con cui sperava di farseli.

Per farvi capire di cosa parlo ecco un po’ di titoli pubblicati da diversi siti negli ultimi quattro mesi

 

– La “finger dance” è la nuova mania del web. Ecco perché

– Yoga in spiaggia. E’ la nuova mania

– Belfie Mania: la selfie del lato B

– Dopo il selfie, arriva il dronie. Una nuova mania made in USA

– Si chiama “Sellotape”, ed è la nuova inquietante mania scoppiata sui social network ECCO DI COSA SI TRATTA

– AUTOSCATTI AL FUNERALE, LA NUOVA MANIA 2.0

– “Bikini Bridge”, la nuova mania che spopola sul web

– Whaling video: dopo selfie e twerking arriva una nuova mania, ecco i filmati più divertenti

– Cattoos: la nuova mania di tatuarsi dei gatti!

– NUOVA MANIA TRA I RAGAZZI: “BRUCIATURA CON GHIACCIO E SALE” CHE LASCIA SFIGURATI A VITA

– La nuova mania del selfie-ascensore

– Web scatenato, Rippln la nuova mania del momento

– Si chiama SexSelfie ed è la nuova mania dell’autoscatto che spopola sui social.

– La nuova mania del web? Fotografarsi con una baguette (FOTO)

– La “donna barbuta” è virale: la nuova mania è coprirsi il viso con i capelli

– La nuova mania del momento prende vita su Instagram: dopo gli autoscatti in palestra e le foto in riva al mare arrivano i selfie con il cibo spazzatura

– “Thigh Gap”, la nuova ossessione delle adolescenti

– VEDETE QUELLA COSA VERDE? E’ LA NUOVA MANIA CHE STA SPOPOLANDO SUL WEB

– Si chiama “UNDERBOOB” ed è la nuova moda che sta spopolando tra le più giovani

-Leccarsi il bulbo oculare, la nuova mania che può portare alla cecità

-Train surfing: la nuova mania dei giovani spopola su internet

– PRIMA E DURANTE IL SESSO. ECCO LA NUOVA MANIA CHE HA CONTAGIATO TUTTI

Come ti sputtano il web


 

Internet.

Era il mezzo della rivoluzione, conoscenza e comunicazione a portata di mano, ovunque e comunque. Dove per conoscenza si intendeva uno spazio infinito dove condividere informazioni concrete e per comunicazione la possibilità di interagire con persone dall’altro capo del mondo. Conoscersi, azzerare i limiti dello spazio. Imparare, aggiornarsi. Sapere cosa accade dall’altro capo del mondo in tempo reale. Essere parte integrante dell’immenso universo della rete. Crearla e condividerla con la possibilità di scegliere cosa e come guardare.

Questa possibilità ce l’abbiamo ancora, più o meno, ma il resto…il resto lo devi andare a scavare, non puoi più dare per scontato quello che leggi in rete, non puoi più essere sicuro di quello che ti mostrano, esattamente come anni fa si diceva con fare rassicurante “l’ho sentito in tv” e allora eri certo che fosse verità o che fosse importante.

E tutto a causa della pubblicità.

Perché se il tuo sito, la tua pagina facebook, il tuo buco del culo di internet ha un certo tot di visite, puoi venderlo o metterci su degli spot, e farci soldi.

Ed ecco la reazione a catena.

Pur di avere click al tuo indirizzo ci butti dentro tutte le merdate che trovi in giro, e se non le trovi le inventi, o raggiri le notizie pur di portare gente al tuo mulino, per creare scalpore e scandalo.
Allora prendi la foto di uno ammazzato in una faida tra cartelli messicani a cui hanno tagliato il pene e dici che era un pedofilo punito per le sue colpe.
La foto di un gatto durante un operazione e dici che è vivisezione.
O magari l’ultima che gira sulla Boldrini, “Incredibile: Negli anni 80 Laura Boldrini si guadagnava da vivere con balletti ai limiti della pornografia!” con una bella foto di un culo anni 80. Tralasciando il mio pensiero sulla notizia ho visto decine di persone condividere il link con commenti indignati senza nemmeno averlo aperto per leggere che il culo in foto non era quello della Boldrini.

Una volta che hai attirato gli stupidi e i curiosi con falsi titoli o promesse di notizie sensazionali hai i numeri giusti per guadagnare soldi con la pubblicità.

Ed ecco qui, nel mondo del web, per il quale si sono scritte pagine e pagine sulla usability, dove i programmatori e i grafici studiano per rendere i contenuti leggeri e veloci e gli utenti pagano un botto per caricare le loro pagine in un nanosecondo invece che due, perché ormai siamo abituati a non dover più aspettare, tu mi costringi a guardare uno spot da 30 secondi prima di darmi la possibilità di accedere ad una notizia (magari falsa) di 15 righe.

Oppure, mentre sono lì a leggere il titolo, mi si apre una finestra che, tra le altre cose, mi fa saltare dalla sedia, e mi metti quella “x” nascosta ed è più il tempo che impiego a cercare come chiuderla che la durata dello spot che mi hai appena propinato.

Il web ormai non è meglio della TV, dove in ogni pausa pubblicitaria c’è qualcuno che ti invita a non cambiare canale.

Da che eravamo noi i tasselli dell’informazione e della comunicazione, parte integrante della macchina internet, siamo tornati ad essere semplici numeretti affamati di pubblicità di prodotti che non compreremo mai.

Siamo di nuovo numeri, click, che producono soldi e ancora una volta non è colpa del sistema, ma nostra, perché come l’occasione rende l’uomo ladro, gli stupidi rendono il furbo ricco.

Jamba, vita morte e fregature di un’offesa all’intelligenza umana

 

Investire in un’idea non significa tanto produrla quanto promuoverla. Per alcuni prodotti l’idea più grande sta nella pubblicità e non negli articoli che questa cerca di vendere.

Alcuni marchi sono ormai talmente affermati e la loro qualità è così conosciuta che potrebbero tranquillamente far a meno della pubblicità, tipo la Nutella o la CocaCola. Altri vivono di promozione e capita che i loro spot siano più famosi di loro stessi ed è per questo che la gente li compra. Come il Mulino Bianco. Non è che le merendine del Mulino Bianco siano più buone di altre e il loro prezzo non è direttamente proporzionale alla qualità degli ingredienti utilizzati. Se un pacco di cornetti Mulino Bianco costa di più di quelli di Cicciopasticcio è perché all’interno del prezzo dei primi c’è anche il costo dell’ingaggio di Antonio Banderas. Quindi pubblicità non equivale a qualità, ma se questa è costante nel tempo è sicuramente sinonimo di un buon riscontro da parte degli acquirenti. Nessuna azienda continua a pubblicizzare un prodotto che non vende.

E’ questo il ragionamento che ha attraversato la mia mente ogni qualvolta MTV passava uno spot marchiato Jamba. E vi assicuro che su MTV Jamba scartavetra i coglioni più che il pinguino che telefona illimitatamente.

Cos’è Jamba? Jamba è quella cosa che cerca di venderti applicazioni per il cellulare tipo “Scopri se è vero amore mandando -il tuo nome- spazio – il suo nome – al 48118”. Oppure “Scopri se sei una brava baciatrice mandando -bacio- al 48118”.

 

continua su: http://www.fanpage.it/jamba-vita-morte-e-fregature-di-un-offesa-all-intelligenza-umana/#ixzz2aQjY4KDe

 

Nascita di un Blog



(Articolo scritto per Openart Magazine)
Con i mezzi che la rete ci mette a disposizione oggi anche un bambino è in grado di creare un sito web, che sia di vetrina o un blog, e spacciarlo per un lavoro di un web designer professionista. Ma noi non siamo bambini e non dobbiamo spacciarci per professionisti, in teoria dovremmo esserlo! E se per professionista intendiamo un personaggio esperto conoscitore di tutti i trucchi del suo mestiere, beh, in questo campo ce ne sono ben pochi e di sicuro la sottoscritta non è tra questi. Ma ci sono molte differenze tra un “professionista apprendista” e “uno che si improvvisa smanettone”.
Tutto questo per introdurvi nel fantastico mondo delle cosìdette “Open source” che sfrutteremo per la creazione di un blog.
Un’open source non è altro che un sito che mette a disposizione piattaforme già belle e pronte, corredate di backend (pannello di controllo) e frontend (sito vero e proprio) che l’utente non deve far altro che installare sul proprio spazio web e “personalizzare” scegliendo uno dei temi già pronti. In breve, uno smanettone abbastanza preparato può impiegare anche solo un paio d’ore per creare un bel blog dal nulla. Ma come dicevo, noi non siamo smanettoni, ma grafici, e un grafico prende ispirazione, non copia di sana pianta.
I temi predefiniti delle open source stanno al grafico come i “Quattro salti in padella Findus” stanno a Gordon Ramsey.
Allora perchè questo sproloquio sulle open source se poi usarle va contro il nostro credo di grafici?
Perchè per l’appunto siamo grafici e non programmatori e se dobbiamo creare un blog nel quale è facile ed immediato aggiungere contenuti anche per mano di chi di web non ne capisce in fico secco, allora non possiamo far a meno di utilizzare una piattaforma già pronta sulla quale poi plasmare il nostro layout.
Non è semplice, ma nemmeno complicato. Occorre molto caffè zuccherato con un’abbondante dose di pazienza e magari macchiato con un goccio di amore incondizionato per l’html.
Dopo tutto ciò, ecco gli step che ho seguito per creare il blog di openartMagazine.

Parto da un foglio bianco sul quale segnare quella che sarà la mappa concettuale del blog, le pagine principali e relativi link.
Conoscendo il cliente (ahahah) e la sua predisposizione per i look minimal e semplici, ho buttato giù, nero su bianco, una bozza del layout di base, quindi la posizione del logo, il menù, gli articoli, i titoli, eventuale sidebar e il footer.
Dopo di ciò ho finalmente acceso il Mac, aperto Photoshop e iniziato a lavorare sulla grafica vera e propria del blog. Ho riportato il layout come fosse uno scheletro e, prendendo ispirazione dalla pagina web già esistente di Openart ho cercato di aggiungere ai caratteri minimal del blog qualche spunto che lo riconducesse al sito principale, come ad esempio, i colori e la struttura del menù.
Quando mi sono sentita soddisfatta di come il blog appariva, ho fatto una bella stampa del mio lavoro, me la sono guardata per cinque minuti, ho riconfermato la mia soddisfazione, e sono passata alla parte divertente.

La mia open source del cuore è WordPress, l’ho usato, mi è piaciuto e finchè non mi darà problemi continuerò ad utilizzarlo.
E’ semplice, basta andare sul sito wordpress.com e scaricare il pacchetto. Salvare il suo contenuto in una bella cartellina che in questo caso chiameremo “cms” all’interno della cartella del nostro sito, e tramite un programma di file management (io uso Dreamweaver) pubblicare la suddetta cartella sul nostro spazio web. I file non sono leggeri e ci impiega qualche minuto, ma una volta che tutto è on line, è sufficiente collegarsi al sito (seguendo il percorso della cartella es. www.miosito.it/cms) e seguire le istruzioni.
Accedendo al pannello di controllo è semplice vedere quanto sia basilare ed intuitiva la sua struttura.
Lo step seguente è quello di accedere alla sezione “aspetto” e ricercare un layout già pronto che si avvicini il più possibile a quello che abbiamo creato noi.
Una volta rintracciato quello giusto, è necessario riportarlo in remoto scaricandolo nella nostra cartella (sembra grazie a Dreamweaver) per poterlo modificare.
Io ho un layout preferito che ormai conosco a memoria e che sono in grado di modificare a mio piacimento.
Quelli su cui lavoreremo sono dei file php. Essendo la nostra homepage non statica, cioè modificabile tramite il pannello di controllo, ogni file php si riferisce non ad una pagina a se stante, come l’html ci ha abituati, ma ad una parte della homepage e dei singoli articoli. Avremmo un file per l’header, uno per il content, per il footer e per la sidebar, nonché una per gli articoli singoli.
All’interno del file php è possibile agire inserendo codice html, mentre nei file css andremo a modificare le impostazioni grafiche.
Se non si conoscono i file su cui stiamo lavorando ci vorrà un po’ di tempo e molto spesso è necessario andare a tentativi prima di ritrovare i giusti parametri, per questo preferisco lavorare sempre sullo stesso layout dove so dove mettere le mani.
Esempio: dalla pagina header.php ho eliminato il codice php che richiamava il logo e il menù modificabili on line tramite il pannello di controllo e ho inserito il mio codice html con i miei link che il cliente non potrà mai andare a sostituire. Nei fogli di stile ho trovato e sostituito parametri già esistenti e ne ho creati di nuovi per gli elementi aggiunti da me.
Nel caso di questo blog, le modifiche che ho dovuto apportare sulla struttura base sono poche, come il colore di sfondo o le misure di content e side bar, i font e la disposizione degli elementi dei titoli dei singoli articoli, le immagini nella side bar e il menù a tendina ricostruito interamente in html.
L’unica cosa che ho creato nel pannello di controllo sono state le varie categorie a cui ho connesso le voci del menù.
Una volta fatto ciò sarà anche possibile creare degli utenti dai poteri, diciamo così, limitati, che avranno la possibilità di aggiungere articoli non pesando sull’amministratore del blog.
Occorrerebbe un’intera rivista per spiegare per bene quali sono stati i passaggi. Spero però di aver dato un’idea sulla quale lavorare a chi si avvicina per la prima volta a questo mondo e di non aver detto troppe eresie agli occhi di chi invece lo bazzica già da un po’. In ogni caso, se non siete soddisfatti, da qualche parte ci sono gli indirizzi della redazione di OpenartMagazine, sono stati loro a chiedermi di scrivere questo articolo!

Disegna, crea, condividi

 

(Articolo scritto per OpenArt Magazine) Il futuro va controcorrente. E’ questo in concetto venuto fuori dall’evento romano che ha per un giorno bloccato tutti i degners e gli appassionati di nuove tecnologie portando il nome di Chris Anderson al primo posto tra i trend di Twitter. Stiamo parlando del World Wide Rome, convention dedicata a tutti i makers, gli artigiani digitali, i rappresentanti di quello che in gergo viene chiamato “l’internet delle cose”.

Massimo esponente di questa che ormai è una nuova corrente di pensiero è proprio Chris Anderson, direttore di Wired Usa. Secondo Anderson, internet ha creato un’esplosione di talenti aprendo la mente e liberando le idee, la forza della creatività non sta più nei grandi numeri e nelle produzioni in serie, ma nel singolo e nell’unicità e soprattutto nel trasformare il proprio design in realtà senza bisogno di una fabbrica o di un marchio registrato. E’ questa la filosofia dei makers, il design open source, l’innovazione condivisa e semplicità di realizzazione. Un mondo dove chi crea condivide con gli altri makers che hanno a loro volta la possibilità di prendere ispirazione delle idee già realizzate e migliorarle. Un mondo senza copyright dove per trasformare in realtà le proprie idee è sufficiente un clic…e una stampante 3D. Fantascienza? No! La stampante, che modella la materia a strati come un telaio, esiste, si chiama Maker-Bot, ed ha già creato diversi prodotti, tra cui un sensore per piante che tramite Twitter comunica di cosa la pianta ha bisogno, oppure un finestrino per auto interattivo come un iPad. Una delle sue creature è finita anche sulla prima pagina dell’Economist che con il titolo “Print me a Stradivari” ha pubblicato una foto di un violino nato da un’idea dell’italiano Sebastiano Frattini e realizzato dalla Maker-Bot.

Ma c’è tanto di italiano in questo progetto. La stampante 3D funziona infatti associata ad Arduino, un piccolo computer grande quanto una carta di credito dal prezzo irrisorio di 26 euro e creato da un team interamente italiano e che, come dice Massimo Banzi, uno dei suoi inventori, aiuta a trasformare il web in cose. Arduino viene attualmente utilizzato dal Mit di Boston, ma anche da Google, Panasonic e da Apple. Il software con il quale lavora Arduino è ovviamente un open source.

Per Anderson questa è la terza rivoluzione industriale, dove l’atomo è il nuovo bit e tutti i designers possono contribuire alla realizzazione degli oggetti che utilizziamo. Per questo ritiene che l’Italia, patria del design, debba avere un ruolo importante in questa evoluzione verso il design democratico.

Do it yourself, fallo da te, questo è il motto. Disegna, crea e condividi.

Nell’anno in cui l’FBI chiude Mega-Video, dove tutto ha un prezzo e anche l’aria sembri essere un marchio registrato, dove il singolo è messo da parte e diviene solo un numero, è bello poter pensare che invece chi studia design oggi potrà conservare la sua individualità e trasformare con pochi click e, soprattutto, pochi soldi, le sue idee in qualcosa di concreto, portandole da uno schermo alla materia. E anche l’idea che ciò che mio è tuo ci aiuterà a crescere condividendo i progressi e andando sempre avanti perchè se la fantasia di un designer, di un maker, non ha limiti, è quasi impossibile immaginare quello che le menti di tanti makers possono creare unite tutte insieme.

 


 

 

Nell’arena della rete, schiavi di Facebook


Quando leggo di Facebook, o di Google, quasi dimentico che dietro questi grandi nomi ci sono degli uomini. Mi sembra invece di leggere di qualcosa in stile Matrix o Skynet, entità artificiali che a breve svilupperanno una coscienza con tanto di istinto di sopravvivenza che le porterà a sopraffare l’umanità a favore della loro esistenza.
Ma non è forse così? La tecnologia che gli studi moderni ci hanno messo a disposizione era un qualcosa che doveva rendere tutto più semplice, agevolarci nella vostra vita quotidiana, adattarsi e plasmarsi alle nostre esigenze. E invece sta accadendo il contrario, siamo noi a prendere la forma della tecnologia che ci viene proposta. Non c’è più una domanda e un’offerta, ma solo un’offerta e una ricezione che si adatta a quello che il mercato propone.
Steve Jobs diceva “La gente non sa di cosa ha bisogno finchè non glielo mostri”.
Tutto quello che  che la rete, gli smartphone e in genere le nuove tecnologie ci offrono, sono fondamentalmente superflue e non hanno migliorato la nostra vita, vivevamo benissimo già prima con il nostro 3310 che aveva segnale anche sotto i bunker, non ci sono stati miglioramenti, ma solo cambiamenti e i cambiamenti non sempre fanno rima con “evoluzione”.
I cellulari hanno migliorato la nostra vita, permettendoci di comunicare in qualsiasi punto del mondo in qualsiasi momento. Le email hanno migliorato il nostro lavoro, garantendoci una comunicazione immediata, lì dove bisognava affidarsi alle poste o al telefono. Ora non starò qui a parlarvi del romanticismo che abbiamo perso, delle storie d’amore chiuse con un sms o la nostalgia del profumo della carta da lettere, perchè i miglioramenti che questi mezzi ci hanno garantito sono stati come l’invenzione della ruota nei trasporti, ma il resto, tutto quello che ne è seguito, ci ha davvero migliorati?
Siamo schiavi della tecnologia, schiavi di servizi di cui potremmo fare tranquillamente a meno, ma che ci sono stati imposti come necessari cambiando tutte le nostre priorità. ma dato che non esiste nessuna coscienza artificiale, nessuna macchina indipendente, nessuno spirito robotico, è facile capire che chi controlla la tecnologia, gli uomini che ci sono dietro, controllano il mondo. E non solo dal punto di vista economico, loro controllano l’informazione e la comunicazione in una società nella quale la massa è sempre più amalgamata e il singolo pensatore è sempre più raro. Loro hanno i mezzi per controllare la massa e controllare non significa solo monitorare, ma anche gestire, indirizzare, influenzare.
E’ come una casa discografica che decide che uno dei suoi cantanti deve diventare famoso. La sua canzone passerà per radio ogni ora tanto che anche se non ci piace alla fine la riterremo orecchiabile, il suo viso sarà su giornali e trasmissioni televisive, inizierà collaborazioni con chi è già famoso e relazioni da gossip e anche le critiche saranno ben accette. Rifletto sempre sul come io conosca il nome e il viso di Justin Bieber, che dovrebbe essere un cantante, ma come non abbia mai sentito una sua canzone.
E’ possibile fare lo stesso con un’idea, una notizia. E’ possibile fare lo stesso con l’informazione. Non è necessario entrare nei sogni in stile Inception per rubare o impiantare idee nella mente di un essere umano. La combinazione Facebook-Google è più che sufficiente, soprattutto quando le menti a cui si punta sono deboli.
E’ sempre la stessa storia. Nell’antica Roma si organizzavano i giochi al Colosseo e si regalava il pane agli spettatori per distrarli da quella che era la loro vera condizione. Facebook da alla gente i mezzi per costruirsi una personalità virtuale laddove la realtà non offre nulla, o semplicemente sbirciare in quella degli altri, per distrarci da quello che in realtà fa: governarci.
Io uso assiduamente Facebook e spesso leggo link di denuncia del pessimo rapporto che c’è tra Facebook e la privacy, di come le nostre informazioni personali vengano violate e utilizzate per la pubblicità.
Ma ci sono due tipi di utenti a cui arrivano questi link: la maggioranza, che non se ne cura perchè il gioco vale la candela e forse non si rende nemmeno conto dell’importanza delle informazione che pubblica costantemente sul suo profilo, e la minoranza, che pure non se ne cura perchè ha una personalità “reale” forte a sufficienza per utilizzare Facebook, nel modo migliore, quello per cui probabilmente è stato creato, rimanere un semplice “utente” e non diventare una “vittima” del sistema.
E anche chi non ha un profilo Facebook, evita di registrarsi per non creare problemi con il suo partner e non per non comunicare i propri dati!
Il mondo dovrebbe diventare un’enorme centro di riabilitazione, tutti dovremmo capire di essere dei tossici, dipendenti di una droga che ci proietta in un mondo di illusioni usate per controllarci.
Non ci sono macchine che ci utilizzano come cibo, campi in cui si coltivano esseri umani, tubi e spinotti da staccare per tornare alla realtà, ma la strada verso la nostra piccola Matrix è già iniziata e le rinunce da fare per uscirne sono forse troppo grandi perchè si possa interrompere questo cammino.

Google cerca un …Doodle Maker!!

 

“Senso dell’umorismo, amore per i fatti storici e capacità artistiche immaginative”: sono queste le doti richieste da Google, in un annuncio pubblicato nella sezione ‘Jobs’ di Big G, per un disegnatore di doodle full-time. Il primo logo a tema di Mountain View venne creato nel ’98 per celebrare il festival americano Burning Man, che si svolge nel deserto del Nevada. Al candidato e’ richiesta anche un’esperienza professionale di almeno 4 anni, ma non ci sono informazioni sullo stipendio.

“Ogni giorno, centinaia di milioni di utenti visitano l’homepage di Google. Certo per le loro ricerche. Ma anche per essere rallegrati, informati e sorpresi e forse anche per ridere un po’. Il doodle di Google lo rende possibile”, spiega il colosso del web. Uno dei loghi più famosi al mondo, all’inizio è stato modificato in occasione di particolari eventi come Natale e le Olimpiadi. Poi le mutazioni sono diventate sempre più frequenti, sempre più sofisticate e sempre più multimediali corredate di animazioni e video. Solo lo scorso anno Google ha prodotto 260 loghi. Da qui la necessità, evidentemente, di allargare il team di creativi.

Facebook acquista Instagram

Campagna acquisti per Facebook in attesa dello sbarco in Borsa. Il social network annuncia di aver raggiunto un accordo per acquistare Instagram, l’applicazione per la condivisione di foto, per 1 miliardo di dollari.
Un po’ app, un po’ social network, un po’ photoshop con 18 filtri che modificano gli scatti, con un occhio al formato Polaroid: queste le caratteristiche di Instagram, l’app che ha conquistato circa 30 milioni di utenti in poco piu’ di due anni. Una grande community appassionata, che ha fatto scattare la molla dell’acquisizione da parte di Facebook. Nata come app per iPhone a ottobre 2010, il 3 aprile scorso e’ sbarcata su Android, totalizzando in un solo giorno oltre 1 milione di download.

Instagram, che ha piu’ di 30 milioni di utenti registrati, in base ai termini dell’accordo restera’ indipendente da Facebook.
Attualmente ‘Instagram e’ al numero 1 dell’App Store per la prima volta in assoluto. Grazie a tutti!”: lo annuncia su Twitter l’ex startup acquistata da Facebook per un miliardo di dollari. E’ la prima volta che l’applicazione di photo-sharing e’ in cima al catalogo delle app free per iPhone, ed e’ valutata anche con un solido 5 stelle, il massimo punteggio possibile, dagli utenti che l’hanno scaricata.

La notizia dell’acquisizione da parte di Mark Zuckerberg ha evidentemente incuriosito in molti.
(fonte Ansa)

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“Flashback” per Apple, il virus

Si chiama ‘Flashback’ il primo virus ‘serio’ a colpire i personal computer della Apple, in quella che gli esperti stimano come la piu’ vasta ‘infezione’ subita dai Mac in quest’ultimo decennio. L’allarme e’ stato lanciato all’inizio della settimana dalla societa’ specializzata in antivirus, Dr. Web, e confermata oggi dalla connazionale Kapersky. Entrambe parlano di almeno 600 mila Mac colpiti che sarebbero entrati loro malgrado a far parte di una ‘botnet’, una rete di computer ‘zombie’. ‘Flashback’ e’ un ‘cavallo di Troia’, ovvero un tipo di virus informatico – piu’ propriamente un malware – che cattura password e altri tipi di dati personali e consente ai criminali informatici di prendere il controllo del computer, all’insaputa del suo proprietario, per tutta una serie di attivita’ illecite.

Secondo quanto riferiscono i siti specializzati, questo ‘trojan horse’ e’ comparso per la prima volta alla fine di settembre scorso come un falso componente ‘plug-in’ di Flash – che Apple da poco piu’ di un anno non inserisce piu’ nei suoi Mac – e poi si e’ evoluto nella forma attuale che sfrutta il codice Java nei computer, usato tra l’altro per far funzionare giochi online come Minecraft ed altri. Tra le conseguenze del ‘malware’, secondo quanto informa in una nota Microsoft, c’e’ anche il fatto che chi ha installato sul proprio Mac ‘infetto’ il pacchetto Office 2004, non riesce piu’ a usarlo.

Il problema non si presenta, pero’ con le altre versioni. Paragonati ai milioni di pc Windows catturati nelle reti ‘zombie’ (‘Mariposa’ arrivo’ a 12 milioni nel 2009), i 600 mila Mac possono sembrare poca cosa, anche perche’ corrispondono all’1 per cento dei computer della Mela venduti negli ultimi tre anni. Ma se si contano solo quelli dell’ultimo trimestre 2011, con il sistema operativo maggiormente colpito, la percentuale sale al 12%. La diffusione del malware, inoltre, avviene in modo molto diverso, per esempio, dall’attacco dell’anno scorso con il falso antivirus MacDefender.

In quel caso la frode si attivava solo se l’utente immetteva volontariamente i dati della propria carta di credito, ‘abboccando’. Flashback sfrutta invece due ‘buchi’ nel codice Java, che consentono al ‘malware’ di auto-scaricarsi e auto-installarsi quando su Internet si finisce su pagine contenenti i codici ‘malware’. Apple ha finora rilasciato ben due aggiornamenti software per eliminare la minaccia e la raccomandazione che si legge in rete e’ quella di aggiornare il proprio Mac il piu’ presto possibile.

Per coloro che sono stati colpiti al momento esiste una procedura di controllo e rimozione di F-Secure che pero’ e’ consigliata solo ai piu’ esperti e che si puo’ trovare online. Anche se in passato ci sono state varie minacce contro i computer della Mela, secondo gli esperti Flashback rappresenta una specie di punto di svolta. La crescita della fascia di mercato dei Mac di Apple continua ininterrottamente da 23 trimestri e gli utenti attuali del sistema operativo OS X sono 63 milioni. ”Con l’aumentare delle vendite dei Mac, aumentera’ anche il malware”, sostiene l’analista Charlie Miller di Accuvant Labs. E’ inevitabile.

(fonte Ansa.it)

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