Grazie Nori per avermi mostrato la Superbike :D

 

(Articolo scritto per StarBikers.it 31.01.2012)
Anno 2002, da poco raggiunta la maggiore età e in sella da quasi un anno, trascorrevo una calda domenica pomeriggio stravaccata sul letto facendo zapping cercando di non pensare a quello che ero riuscita ad ingerire a pranzo pochi minuti prima. E mentre giravo tra i canali alla ricerca di un bel polpettone che facesse sottofondo ad una pennichella intravidi delle moto e una pista. Non era la MotoGP o la 125cc, nemmeno la 250cc, non c’era il gran premio, che cavolo era? Non ero esperta di gare, agli albori della mia passione motociclistica, quelle carene senza fari quasi quasi non mi piacevano e poi, qualunque gara fosse, Valentino non correva, che sfizio c’era? Ma qualcosa mi teneva incollata al televisore, la voce di un a me sconosciuto DiPillo non mi dava tregua mentre raccontava con foga le gesta di questo pilota, non era in posizione da podio, ma sulla sua biciclindrica italiana “non Ducati” stava dando spettacolo e il caro Giovanni lo sapeva e non faceva che ripetere “Il samurai, Nitro Nori”

E fu amore.

Non amo Haga perchè seguo la Superbike, ho iniziato a seguire la Superbike perchè amo Haga! E non chiedetemi perchè, nel 2002 era già passato il suo periodo d’oro in Yamaha, e come detto, la prima gara a cui ho assistito non fece nemmeno podio, ma capì che era un folle e non potevo che rivedermici, infondo siamo entrambi nati sotto il segno dei pesci, qualcosa vorrà pur dire!!

Non mi perdevo una gara e il colpo di grazia lo ebbi a Laguna Seca, dove oltre a consacrare la mia ammirazione per Nori capì che se volevo trovare i miei sogni dovevo cercarli giù per il Cavatappi!

Nel 2003 Haga passò in Gp con Aprilia e credetemi se vi dico che quell’anno misi da parte il Dottore. Ovviamente non brillò, la RS3Cube non era proprio una signora moto e lui non era da GP.

L’anno dopo per fortuna tornò in Superbike con il team privato Renegade e una Ducati 999rs, non ne ero proprio felice, all’epoca non amavo le Ducati (come cambiano le persone eh?) soprattutto la 999, ma dovetti ricredermi quando ebbi la possibilità di ascoltarle dal vivo a Imola, dove finalmente lo incontrai. Eravamo tutti in piedi fuori il suo box ad attenderlo, ma lui non pareva avere voglia di comunicare con il prossimo, finchè il team manager aprì la porta, ci guardò per un attimo per capire più o meno quanti eravamo e poi ci disse “entrate”. Il cuore mi batteva a mille, non solo stavo entrando in un box di un team SBK, ma lì dentro ci avrei visto anche Nori. Fu sorpreso nel vederci entrare, sorpreso, non felice!! Non era di sicuro il mio tipo, ma lo avevo ammirato così tanto in sella alla sua moto che a vederlo senza casco quasi mi pareva bello. Ci fecero sedere a terra a guardare il lavoro dei meccanici e poi, uno alla volta, avemmo la nostra foto ricordo con il pilota giapponese.

Io ero soddisfatta, per me il week end poteva anche finire lì.

Tra Imola e Misano, ogni anno ho avuto la possibilità di camminare nei paddock e, ovviamente, incontrarlo. Addirittura a Vallelunga entrai nel suo motorhome. Come sempre eravamo lì fuori ad aspettare che uscisse e come sempre lui non voleva fare carte finchè ebbe la fantastica idea di dire “Ok, uno alla volta entrate nel motorhome, ma solo le ragazze!”. Guardandoci intorno io ero l’unica ragazza!

Ho gioito quando è tornato in Yamaha sfiorando il titolo e mi sono sentita realizzata quando la Ducati lo ha voluto in sella alla 1098, e non vi nascondo che la notte prima dell’ultima gara, quella nella quale si giocava il titolo con Ben Spies, ho sognato la sua caduta.

Poi il passaggio in Aprilia con il team Pata e il suo primo podio a Misano mentre lo guardavo dalla sala stampa.

Dieci anni.

Non sono pochi.

Se fosse stato un bambino ora sarebbe alle medie e avrebbe già fatto la prima comunione.

Dieci anni e corre voce che sia senza una sella, senza un team. Che se va bene correrà nel campionato inglese.

Per fortuna, insieme a lui ho imparato ad amare la Superbike, ma mi fa strano, non l’ho mai guardata senza Haga, si, ok, prima o poi doveva succedere, ma non ero pronta!

Come sarà vagare per i paddock sapendo che lui non ti taglierà la strada all’improvviso rischiando di metterti sotto con il suo scooter o senza vedere i suoi marmocchietti in giro sui loro monopattini marchiati n#41?

Come sarà non gridare il suo nome alla variante bassa prima del rettilineo di Imola?

Forse, non avendo un “pilota preferito” avrò modo di godermi meglio lo spettacolo delle gare in modo più distaccato e sereno perchè non starò lì a contattare i santi ad ogni curva.

Questo è il bello di un pilota così poco costante come lui, così poco sicuro. Il brivido dell’imprevedibilità! Bayliss sapevi che stava lì, aveva l’incoscienza di superare dove le leggi della fisica lo impedivano e di farsi beffa di loro, delle leggi della fisica dico.

Haga non sapevi mai cosa aveva intenzione di fare, a volte la sua strategia sembrava “o ti passo o cadiamo insieme” e quindi stavi lì e quasi dicevi “accontentati altrimenti cadi”.

Ma forse lui preferiva non accontentarsi e rischiare tutto. E se cadeva mi arrabbiavo come una moglie il cui marito si è giocato i risparmi alla slot machine “Ma non ci pensi a me???”.

E ora mi toccherà cercare qualche sito che passa in streaming il campionato inglese e sperare che continuino ad intervistarlo in italiano, perchè a parte le derapate, a parte i suo sorpassi impossibili, la cosa che più mi fa impazzire è il suo italiano e resterà nella storia la sua risposta a quell’ignara giornalista che fece l’errore di chiedergli:

“E tu come ti alleni, vai in palestra?”

“Naaa, io solo chiavare!” 

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Questa è la Superbike.

(Articolo scritto per StarBikers.it) Superbike Monza: mi risulta difficile parlare della gara di ieri. Non sono un pilota e quindi non ho l’esperienza e la sensibilità per capire cosa sia accaduto in realtà, cosa passava per la mente dei riders, però la sensazione che ho avuto da spettatrice è che quasi si cercasse la scusa per non correre, o che almeno alcuni di loro la cercassero.
Analizzando la gara dai due punti di vista diversi, si può dire che spesso le gare si sono tenute in situazioni climatiche e quindi condizioni della pista peggiori, ben più incerte, tra l’umido e il bagnato, adattando il passo al grip che l’asfalto offriva e anche con pioggia insistente e piccoli laghi in curva, le gare sono sempre andate avanti. Dio doveva mandarla giù di santa ragione perchè un pilota alzasse il braccio e la bandiera rossa fosse esposta. E questo è un pò il succo di quello che ha detto Badovini, pilota BWM, alle telecamere di La7. Lui che a Monza ci è cresciuto, nell’attesa che la commissione di gara decidesse se dar inizio o no alla seconda manche, ha detto qualcosa del tipo “facciamo i piloti, non siam mica qui a fare la convergenza ai trolley”. Ok, non ha citato Crozza, ma il senso era quello. Quindi che un pilota come lui affermasse una cosa del genere ha messo in dubbio il fatto che da totale ignorante in materia, le mie considerazioni non contassero.
C’è anche da dire che però nessuno che non le abbia provate, può sapere che sensazioni danno le nuove gomme portate da Pirelli a Monza o quali “ordini” siano arrivati ai piloti direttamente dalle scuderia che in tempi di crisi, con una sola moto a disposizione, non se la sentivano di rischiare. Nessuno può sapere con esattezza la Parabolica allagata che confidenza può comunicare. Solo un pilota sa esattamente quando si rischia e quando no e quando vale la pena farlo.
Ad alcuni verrebbe da pensare “Sei un pilota, ti pagano fior di quattrini per farlo, non puoi fermarti davanti a due gocce di pioggia, quando io me ne vado in costiera anche sotto il diluvio, hai scelto tu di fare questo lavoro, sai a che rischi vai incontro”, altri invece potrebbero dire, anche alla luce di quanto accaduto a Lascorz e a chi prima di lui, che il gioco non vale la candela, che già si rischia in condizioni ottimali, e che non è giusto andarsela a cercare in nome dello spettacolo.
Fatto sta che, volenti o nolenti, gara2, anche se per pochi giri, si è corsa e che, nonostante le condizioni critiche del circuito e dell’umore dei piloti, ha dato spettacolo, spettacolo serio, non quello delle scivolate sull’asfalto umido (ci sono state wet race che erano praticamente gare ad eliminazione), ma sorpassi e battaglie. Sykes ha detto ciao ciao a tutti e dietro di lui Haslam, Laverty, Melandri e Biaggi hanno scatenato l’inferno le cui fiamme sono state poi domate dalla pioggia che ha concluso definitivamente la tappa di Monza. Ma dopo aver assistito alla soporifera gara di MotoGP all’Estoril, guardando quei pochi giri di gara2 mi è venuto da dire “Chiamate Stoner e compagni e ditegli di accendere la tv su La7 per godersi un pò di spettacolo”. Insomma, asfalto bagnato, piloti infelici e spettacolo garantito.
Questa è la Superbike. Non fatevi domande e non dubitate mai di lei. Lei saprà come ricambiarvi.

Lo sport al contrario


Articolo scritto per StarBikers il 17 marzo 2011


Da poco mi sono avvicinata al calcio, più che al calcio, da poco mi sono avvicinata al Napoli e devo dire che da quando lo seguo viaggiamo sempre nella zona alta della classifica, insomma, porto fortuna ad ogni partita (tranne il Milan, lì ci voleva San Gennaro ad arbitrare). Comunque, è davvero triste notare le similitudini, sempre maggiori, che il motociclismo sta acquistando nei confronti dello sport nazionale italiano. E’ vero, nei 150 anni dell’unità di Italia, avere il più grande pilota di tutti i tempi (italiano) sulla moto più affascinante di sempre (italiana) ci fa sentire tutti un po’ più “appassionati”, ed è naturale trovare il tizio al bar che tra un goal di Lavezzi e uno sbaglio arbitrale, ti butta in mezzo anche un pronostico sulla MotoGP, ignorando magari anche l’esistenza di altri piloti italiani nella categoria a parte il sig. Rossi.
Questo è normale. La fama dei due marchi (perché ormai il 46 è un marchio, un’azienda, una fabbrica di soldi) ha reso tutto più commerciale. Ed ecco che anche uno come Chiambretti ti mette su un’intero show con il Dottore dai contenuti discutibili. Basti pensare che il giorno dopo la notizia “scoop” che tutti hanno riportato è che la Canalis non gliel’ha data!!! Ma com’è triste aprire i vari social network e ritrovarsi di fronte a persone, appassionate, esperte e addirittura “del settore” gioire per i cattivi risultati di Valentino, invece di esultare per il proprio pilota del cuore. Morte tua, vita mia. Lo sport al contrario.
Tifare un pilota perché l’altro mi sta antipatico. Sperare che lui perda. Non m’interessa che tempi hanno fatto, sono felice che lui sia ultimo. E’ sempre stato così, ma, come per tutto il resto, con un pilota come Valentino la questione si amplifica e a me viene giù una tristezza infinita.

Io che poi per passione intendo amore, io che sono “innamorata” di un pilota che “non ha mai vinto niente”, ma che mi ha rubato il cuore per lo stile con cui domava una lenta e goffa RSV1000. Se questo è il vostro modo di essere appassionati…datevi al calcio e salvate il motociclismo!

(ricordi) Ducati, una cosa è certa….

 

 

Articolo pubblicato su StarBikers.it il 10 Settembre 2010

 

Una cosa è certa: Ducati non ha paura.

Lo ha dimostrato negli anni producendo moto tecnicamente innovative ma con il cuore “tradizionale” desmodromico, mai intimorita dalle potenti quattro cilindri giapponesi.

Lo dimostra ora dividendo gli appassionati con l’arrivo di Rossi e deludendoli con l’abbandono della Superbike.

La prima è sicuramente una mossa attesa da molto tempo, l’Italiano sull’Italiana, arrivata forse un po’ in ritardo per alcuni, soprattutto per chi, nell’era MotoGp, si definisce “ducatista”.

In questi anni, infatti, le vittorie alternate tra Rossi e Stoner hanno ricreato la stessa situazione di rivalità vista tra il pilota di Tavullia e un altro italiano,Max Biaggi, la cosa differente è che i tifosi di Stoner sono in realtà tifosi Ducati e vedere il grande antagonista della rossa arrivare a Borgo Panigale li infastidisce non poco, un po’ come per un napoletano vedere Quagliarellapassare alla Juventus!

Ma anche l’immagine Ducati cambierà, portando il marchio al grande pubblico, andando oltre quella poesia che di solito segue chi acquista il bicilindrico, che raramente rincorre l’idea di potenza quanto la sensazione di possedere un pezzo d’arte. Ecco che invece, i 46 fioccheranno su MonsterMultistrada1198, ma che effetto farebbe quel numeretto giallo su una classica della serie 916, simbolo di chi, nelle corse, ha realmente rappresentato Ducati comeFogarty Bayliss, due nomi legati alla storia ante-MotoGp.

Ed ecco la vera nota dolente, niente Superbike, notizia forte per una casa il cui nome è sinonimo di quella categoria, per una casa che lì ha fatto storia, notizia volutamente offuscata dall’arrivo di Valentino.

Sicuramente i “Ducatisti” hanno speso più parole per criticare la scelta del nuovo pilota piuttosto che il ritiro (del team ufficiale) dalla sottovalutata Superbike, visto come una conseguenza alla folle spesa per l’ingaggio del campione del mondo, sostenuta in realtà, interamente dalla Phillip Morris.

Ma Del Torchio, amministratore delegato Ducati, promette: è solo una pausa di riflessione per sviluppare una nuova moto, dati gli scarsi risultati ottenuti quest’anno con Haga Fabrizio a causa di un regolamento che penalizzerebbe la bicilindrica.

E’ certo che però la priorità di una casa motociclistica non è vincere gare, bensì vendere moto (vedi Kawasaki) e su questo Ducati, affidando il suo nome ad un’icona come Valentino Rossi, sta puntando, spaventando sul serio i ducatisti doc che forse non si sentiranno più parte di un elite motociclistica di una piccola casa, che per sopravvivere ha l’arduo compito di adeguarsi ad un mercato con gli occhi a mandorla mantenendo comunque il fascino dello stile italiano che la contraddistingue. Non è già strano vedere una Ducati non accompagnata dal tintinnio della frizione a secco?

Allora c’è da chiedersi: è il coraggio di chi cerca di rinnovarsi o stanno svendendo il loro nome per sopravvivere, quel 46 sarà l’orgoglio d’Italia o una Gucci made in China?

Per la MotoGp è una luce di novità in un campionato ormai monotono e povero (di piloti), per la Superbike l’opportunità di far crescere piccoli team satellite che quest’anno stanno dimostrando di avere capacità degne di un squadra ufficiale, per il mercato un nuovo accostamento di colori nella speranza che rosso e giallo siano la nuova tendenza per la primavera/estate 2011.


 

Terapia di coppia…a 3!

 

Articolo pubblicato su StarBikers.it il 24 Novembre 2010

 

 

Ci ho pensato parecchie volte, di solito quando si parla di passione si parla di amore. La moto, in particolar modo, è una passione “fisica” che appaga tutti i sensi e come dice la stessa parola, “la moto” è femmina…donna! Quindi, facendo un rapido calcolo, “passione” sta a “moto” come “amore” sta a “donna”. E allora ho capito, ho capito perché decidere di amare un motociclista è più complicato di quanto già non lo sia l’amore.

Non lotti con un ex onnipresente, non devi scoprire con quale amante ha fatto tardi, niente sbirciatine sul cellulare o pedinamenti. Sai benissimo dov’è stato e con chi: in giro con la sua moto!

Ma l’universo delle coppie motociclistiche è vario e, basandomi sulle mie misere esperienze (beh cavolo, a pensarci bene sono quasi dieci anni che rompo le scatole in questo settore!) dicevo, basandomi sulle mie esperienze, mi sono divertita a fingermi sociologa delle due ruote, terapeuta di quei triangoli amorosi composti da un uomo, una donna e una moto! Ne sono venute fuori quattro grandi categorie:

– Io, la mia moto biposto e lei

– Io, la mia moto monoposto e lei

– Io, la mia moto, lei, la sua moto

– Io, lui e la mia moto

Ma vediamole nei particolari!

IO, LA MIA MOTO BIPOSTO E LEI

Ci si conosce e l’alchimia è perfetta, lei diventa la zainetta ideale e lui adatta il suo stile di guida a lei, le regala caschi e giubbini, lei contraccambia con ammortizzatore di sterzo e cambio gomme. Si seguono insieme le gare, si va insieme in pista e insieme si decide la grafica della moto nuova come fosse il nome di un futuro figlio. La vita dell’uno gira attorno alla vita dell’altra e entrambe le vite girano intorno alla moto che è la protagonista principale del trio! E’ davvero tutto perfetto, amore e passione che viaggiano mano nella mano finchè, seduti fuori un bar la domenica mattina, il motociclista monoposto, arriva e dice “che ne dite di un uscitina con il coltello tra i denti? Vai di monoposto e via le pedane, solo noi e la strada”.

Le zainette perfette si guardano interdette (che rime!) e tornati a casa nasce la discussione:

Lui: “Devi capire che un motociclista ha bisogno di andare in giro da solo ogni tanto

Lei: “Non preoccuparti, ti lascerò solo dopo che ti avrò spezzato entrambi i polsi

Di solito scatta il giro di telefonate tra tutte le zainette perfette che arrivano ad un accordo comune:

“Avete tre ore di libertà, non un minuto in più, dopodichè avrete esaurito il bonus, almeno per questo decennnio”

Lui è costretto ad accettare (il potere degli slip femminili).

Di solito il fato vuole che il giorno scelto per il giro con il coltello tra i denti sia il giorno più freddo e piovoso di tutto l’anno!!!

Abbiamo parlato del rapporto ai limiti della perfezione di due persone che, anche se in due modi diversi, amano la moto e tutto ciò che essa comporta: gli amici, le passeggiate, le abboffate ai ristoranti la domenica, le gare, la gatorade dopo un turno in pista, i viaggi, le uscite in branco e a volte, il rutto libero. Ma se invece cupido decide di scoccare le sue frecce colpendo due persone agli antipodi?

IO, LA MIA MOTO MONOPOSTO E LEI

Questo è uno dei casi più diffusi, l’invidia del “Io, la mia moto biposto e lei”. La moto è perennemente monoposto, in alcuni casi mancano anche le pedane, un giusto compromesso tra lui che ama la moto e lei che non viaggia se il mezzo su cui sta non ha almeno 4 ruote e l’aria condizionata! In questo modo lei è sicura che lui non avrà altra zainetta al di fuori di lei. Non ci credete? Ragazze, avete mai chiesto a un motociclista di farvi salire sul loro codone monoposto? Fatevi due risate e preparatevi a farvela a piedi! Rischiare di graffiare il codone di una moto supersportiva di un motociclista convinto è come … una pedata su i vostri sandali Gucci!!

Anche in questo caso può sembrare tutto rose e fiori, ma attenzione, i problemi ci sono e sono anche parecchi! Soprattutto quando lui è costretto a sopportare lei, sua mamma, suo padre, sua sorella, sua nonna e le sue tre zie che ripetono ogni giorno della sua vita che la moto è pericolosa ed è stupida. O quando lui le comunica di aver appena speso duemila euro per cambiare qualcosa di cui lei non immaginava nemmeno l’esistenza. Come avrete capito in questo caso di solito è la figura femminile a creare la maggior parte dei problemi e ricordatevi, per lei Ohlins e Akrapovic potrebbero essere anche i nomi di due formaggi svizzeri!

Di solito in questo tipo di triangolo lui viene posto d’innanzi al bivio “O me o la moto” e di solito lui sceglie la moto! In caso contrario si passa da un “io, la mia moto mononposto e lei” a “lei, io e il mio scooter”, caso fortunatamente raro! La passione per la moto invade sempre di più il mondo femminile e una donna pilota è il sogno erotico di ogni motociclista che si rispetti! Se di solito ho definito la moto il prolungamento dell’organo genitale maschile di ogni motociclista, e se ho sempre affermato che l’abbigliamento tecnico rende tutti più affascinanti, non c’è nulla da dire, la moto si dimostra un ottimo mezzo di “rimorchio” anche per le donne! Ma Dio li fa e poi li accoppia…

IO, LA MIA MOTO, LEI, LA SUA MOTO

Lui, lei, la moto di lui e la moto di lei. In questo caso la moto è forse il collante della coppia e non crea disaccordi di nessun tipo “io ho la mia, tu hai la tua e tutti siamo felici”, almeno nel caso in cui entrambi i “partecipanti” posseggano moto simili tra loro. I problemi magari possono presentarsi laddove la moto di uno sia più comoda dell’altra. Di solito in questo caso è l’uomo a creare le prime difficoltà con frasi del tipo “amore mi presti la tua moto per andare a comprare il pane?”. La moto di lei viene trasformata in uno scooter tuttofare cittadino, riservando curve e asfalto nero alla supersportiva di lui. Questo è ok se lei è una novizia delle due ruote, mentre può riservare gravi difficoltà se è più fissata di lui, una di quelle che conosce a memoria la cartina geografica delle buche della città, una di quelle che preferisce la strada lunga ma buona a quella corta ma con l’asfalto inesistente, una di quelle che gira con il Vetril nel sottosella e via dicendo.

L’unico altro intoppo che vedo in una coppia simile è quando lei ha più manico di lui, l’orgoglio maschile potrebbe creare qualche difficoltà!

 

IO, LUI E LA MIA MOTO

A me non è mai capitato di incontrare una coppia così, ma suppongo che ne esistano…o forse non ne ho mai incontrate perché è impossibile che si creino! Posso solo immaginare il “lui non motociclista” che va a fare da ombrellino boy alla sua ragazza motociclista e allora mi spiego perché non ne ho mai incontrate!

 

(ricordi) In ritiro spirituale tra i cordoli di Misano

Per una ragazza vivere la moto è un po’ più complesso che per un uomo. Togli per gli evidenti limiti fisici che vanno raggirati con la furbizia, cercando i modi più efficaci e semplici per muovere da ferma una cosa che ha un peso ampliamente superiore ai 100 kg, ma soprattutto per la natura stessa della passione a due ruote, da sempre considerata un’attitudine prevalentemente maschile. Per una ragazza, andare in moto e vivere la moto significa avere a che fare al 90% con uomini, al 5% con ragazze e al 5% con vipere. Ma già se sei donna e guidi una moto significa che dentro hai qualcosa di diverso, una propensione alla libertà che non ti impedisce di vivere come vuoi anche un’uscita con trenta ragazzi e te sola come donna. Quando la mia propensione alla libertà ha iniziato a scalciare inducendomi a tornare single, non avendo una moto su cui poggiare il culo, o meglio, avendola senza assicurazione, pur di dare sfogo a quella strana sensazione mi sono piazzata su un treno e tutta sola sono salita fin su Misano per il campionato mondiale di Superbike. Fu una strana avventura, la prima di quel genere, una specie di ritiro spirituale e nonostante sia durata solo tre giorni è servita a riempire un pochino quella scatola vuota che era la mia anima in quel periodo. Persi il treno da Napoli per Bologna, aspettai due ore alla stazione pensando che non sapevo a cosa andavo incontro. Sarei arrivata a Misano alle undici di sera, e se non avessi trovato un taxi? Come sarei arrivata in albergo? Pensavo al fatto di essere sola, mi spaventava e allo stesso tempo mi eccitava. Il programmare le cose alla meglio era una sfida con me stessa “riuscirai a cavartela da sola a 600 km da casa?”.

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(ricordi) Un mondo superficiale (novembre 2010)

Il 30 Novembre di sette anni fa moriva un motociclista, un ragazzo come tanti altri, per i giornali locali che diedero la notizia. Per me era “qualcosina” di più, per me era il ragazzo con cui credevo avrei passato se non il resto della mia vita, almeno una gran parte. Quella domenica mattina aveva infilato la sua tuta pregustando l’adrenalina di un paio di “turnetti” in pista. Pista è un parolone, il piccolo Speedway di Cellole (CE), poco più di un chilometro di curve, poco sicuro anche a girarci con i kart, ma sempre meglio della strada.
Ma qui, nel mio paese, in Campania, molte cose sono rotte, marce alla base e arrivato fuori i cancelli dello Speedway trova i sigilli e la pista sotto sequestro. Forse quei sigilli l’hanno condannato, forse la sua passione l’ha condannato o forse quell’automobilista, straniero, che se avesse rispettato lo stop non l’avrebbe travolto, forse se fossi stata in sella con lui, come ogni domenica, non sarebbe successo nulla, o forse sarebbe successo peggio. Forse, forse e forse.
Peppe, questo era il suo nome, impatta con l’auto, sarebbe potuto cadere sull’asfalto, rompersi qualche osso, le ossa si aggiustano. Ma è un muro a fermare il suo volo, il suo e quello della moto che gli finisce addosso. Peppe muore sul colpo. Dopo due giorni di quel muro non c’era più traccia. Sembra un chiaro percorso del destino. Peppe è morto per metterci di fronte alle nostre superficialità. La superficialità con cui è stato costruito un circuito, visto solo come un modo per sfruttare un terreno, per fare soldi, mentre è uno sfogo per chi ha dentro una passione così forte. Dopo sette anni lo Speedway di Cellole funziona ancora a periodi alternati, quando, in qualche modo, riescono a togliere i sigilli. Attualmente è sotto sequestro, ma chi ci gira finge di non sapere.
La superficialità con cui un uomo, forse poco pratico delle strade italiane, si è messo alla guida di un auto, pensando fosse solo un mezzo di trasporto. La superficialità con cui ha affrontato quello stop, la superficialità con cui ha ucciso una persona. La superficialità con cui quel contadino ha costruito, abusivamente, un muro di pietra al lato di una strada che ormai è un cimitero. La superficialità con cui si è detto che Peppe è morto perché era un motociclista.
Non siamo kamikaze, non siamo folli, non siamo irrispettosi della vita, anzi, amiamo assaporarla attimo per attimo, sentircela scorrere addosso nel vento, forse la sentiamo più di chi trascorre tutti i suoi giorni nell’illusione di vivere. Peppe era vivo e l’ho amato perché amava vivere e nonostante tutto non ho mai smesso di andare in moto. Sarebbe stato come morire con lui, di nuovo.

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(ricordi) Evoluzione di un motociclista moderno

E’ domenica mattina e l’aria è fredda, ma che importa, c’è il sole. E’ presto e le strade sono vuote, ti godi quel silenzio che durante la settimana non hai tempo o modo di ascoltare, interrotto solo dal suono della saracinesca che sale su. Ma non è un rumore, è come l’inizio di una sinfonia, di un processo di causa/effetto, sai che quel rumore che i tuoi vicini tanto odiano, soprattutto la domenica mattina, eliminerà ogni ostacolo tra te e il vento. Tra te e la tua moto. La tiri fuori e la guardi in posa sul cavalletto come una modella. L’hai sempre sognata e ora è tua. Sta lì, nessuno te la porta via, eppure ti prepari di fretta, infilando casco e guanti e tirando su la cerniera del pesante giubbino di pelle come se lei stesse per scappare e grazie, dio dei motociclisti, che oggi hai soffiato via le nuvole. L’uscita domenicale è la cosa che ti fa andare avanti durante la settimana. Percorri tanti chilometri, vedi posti più o meno nuovi, un po’ esageri, un po’ rallenti, un po’ cerchi di vedere chi va più forte e la sera ancora ti vibrano le mani e i pensieri. Il lunedì iniziano i commenti sul forum del tuo gruppo, cerchi chi ha fatto le foto e le aspetti con ansia, un po’ per rivivere quei momenti mentre in realtà sei chiuso in un ufficio, un po’ per rivederti e sentirti bene pensando “quanto so figo sulla mia bella supersportiva!”
I tuoi amici li hai conosciuti così, su un forum, fai parte della nuova generazione, quella che vive di comunicazione, quella che un po’ ha abbassato i confini dei rapporti umani, quella che litiga e si affeziona attraverso una tastiera. Il tuo gruppo, anche se ci esci da poco, è la tua famiglia. Loro ti capiscono, sanno cosa significa essere innamorati. Ognuno ha la sua storia, la sua moto, la sua passione, ma la domenica mattina ci sono tutti. Tutti sono felici di vederti, tutti sanno cos’è meglio per te e per la tua moto. C’è il leader, quello che tutti rispettano, per il suo carattere forte e per il suo polso destro, un misto tra follia e incoscienza. C’è il tecnico che non ha bisogno dei meccanici, c’è il poeta che si incanta a guardare la sua moto vicino il mare, il novellino che rischia per stare con gli altri, lo sparacazzate la cui moto ha ormai raggiunto la potenza di una motogp. Alcuni son simpatici, altri meno, ma i tuoi fratelli mica te li puoi scegliere!

L’aria è fredda, non ci sono nuvole in cielo, ma il sole è tiepido, giusto una comparsa, non riesce a farsi sentire, ad asciugare l’umidità della notte. E succede. Dio, succede ogni volta. Non lo riesci a levare via dalla mente, quel suono, il fischio acuto delle gomme che frenano, le carene che impattano con l’asfalto, il clacson delle auto, le sirene dell’ambulanza. A te non è mai successo, chi ha un po’ di anni in più invece lo ha già vissuto parecchie volte e sa cosa succede, sa che si ripeteranno sempre le stesse parole, le stesse frasi, sul forum o nella sala d’attesa della rianimazione. E’ giusto? Ne vale la pena? Dalla prossima volta non correremo più! Staremo più attenti! Andremo a sfogarci in pista.

A te resta la fotografia dei suoi genitori che ti guardano entrare in ospedale con il tuo casco colorato sotto il braccio. Sono spaventati, ma ti vedono lì e anche se sei parte del danno, perché sei un motociclista, sono felici di vederti. Il sangue di quel ragazzo è il collante del gruppo, tutti sono più fratelli di prima, tutti sono più amici, ma niente cambia. La domenica dopo il dio dei motociclisti vi mette alla prova, niente nuvole in cielo e il gas di nuovo a manetta e tu con loro. Lo sai che con le parole hai imparato tanto, tutta teoria, ma niente pratica. Le lacrime in quella sala rianimazione non ti sono servite, tu sei vivo e vuoi sentire il vento. Tu sei vivo e vuoi sentirti vivo. Si va avanti e lentamente ti accorgi che le cose cambiano, cambiano quando oltre alla moto subentrano i rapporti interpersonali, quando inizi veramente a conoscere le persone con cui condividi la tua vita. Incomprensioni e litigi aumentano e si perde di vista la cosa fondamentale: la passione. Al bar si parla di quanto faccia schifo quello e quanto sia insopportabile quell’altro. E ti manca, quell’aria spensierata con cui scendevi la domenica.

Cambi gruppo, ricominci da zero. Nuovi amici, nuovi fratelli, nuovo leader, nuovi ospedali, nuove curve. La storia si ripete e dopo un paio di anni, tutto è uguale. Inizi a dare un valore all’amicizia differenziando i motociclisti, gli amici e i conoscenti. Succede che sei cresciuto, sei maturato. La tua moto magari è cambiata e sei stufo degli automobilisti. Succede che hai comprato un auto più grande e un carrello e appena il dio dei motociclisti ti da l’ok, corri in pista. Succede che impari ad ascoltare il vento anche andando piano, senza divorare l’asfalto, ma solo accarezzandolo. Succede che i valori cambiano e che a volte le strade ti sembrano tutte uguali fatte a 250km/h. Succede che rallenti perché tutte quelle ferite un po’ ti fanno zoppicare, perché magari hai visto un funerale di troppo e una mamma piangere suo figlio. Succede che l’amore cambia forma, ma non intensità. Mai nel tuo garage mancherà la moto, il solo pensiero di averla lì ti rende soddisfatto e libero. Succede che però a volte vuoi stare solo con lei e non in branco, perché in una storia d’amore si è in due…altrimenti poi diventa un orgia! Succede che sei cresciuto e la libertà non la cerchi più a 300km/h, la libertà ormai ce l’hai dentro e non scappa più via.

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Il trofeo Ultracross supera il freddo di Durazzano

Si è disputata tra la polvere del circuito di Durazzano (BN) la penultima prova del Trofeo Ultracross valido anche come campionato regionale campano. Nonostante le temperature decisamente invernali della prima mattina, il sole è poi giunto a farci compagnia riscaldando la pista e chi, come me, cercava di mantenere la propria temperatura corporea al di sopra di quella di un pinguino….

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