Si chiama “non sappiamo più di cosa scrivere” ed è l’ultima mania che sta spopolando sui siti di informazione

La mania delle manie, o semplicemente il non saper più di cosa scrivere, ecco la vera moda che spopola nel web. Siti di informazione o pseudo tale che non fanno altro che effettuare ricerche sul web, scegliere una foto a cazzo e farla passare per una moda, o peggio ancora, una mania.

Ma vediamo un attimo cosa si intende per “mania”.

La definizione che ne da la Treccani è questa

Mania
Il termine mania (dalla radice greca μαν- del verbo μαίνομαι, “smaniare, essere pazzo”) era usato un tempo nel linguaggio medico per indicare vari tipi di affezioni psichiche ed è ancora diffuso nel linguaggio comune con l’accezione generica di disturbo mentale. È usato, impropriamente, anche con il significato di entusiasmo, invasamento religioso, oppure per indicare una tendenza esclusiva e smodata verso qualche cosa, un’infatuazione fanatica sia individuale sia collettiva. Propriamente, in psicopatologia, è la condizione psichica caratterizzata da eccitamento del tono dell’umore, orientato verso l’euforia o l’irritabilità, da alterata attività mentale e da attività motoria disordinata che, nei gradi estremi, può giungere a stati di grave agitazione psicomotoria.

In pratica, per gli autori di questi articoli, il web sarebbe pieno di psicopatici. Su questo non gli si può dar torto, se non fosse che sono gli stessi articoli a promuovere mode assurde spacciandole per manie.

Basta che Megan Fox si faccia una foto in cui si scaccola ed ecco la nuova mania lo “scaccoling”. Cazzo, lo hanno scritto su internet che scaccolarsi fa figo. E giù tutti a infilarsi dita nel naso.

Che sul web ci siano persone che utilizzano le nuove tecnologie per portare alla luce le loro poco sane abitudini o la loro scarsa igiene mentale (mania per l’appunto) è risaputo, ma voler far passare tali eventi per mode, manie, come se si stesse parlando della nuova collezione primavera-Estate di Zara mi pare non solo esagerato, ma anche lievemente offensivo nei confronti di chi legge e della generazione a cui tali mode vengono attribuite.

Se non avete un cazzo da scrivere, non scrivete! Se avete necessità di visite sui vostri siti almeno cercate di sfruttare il vostro potere in modo positivo. Invece di convincere le ragazzine che è moda fotografarsi la parte bassa delle tette, magari inventatevi che è moda farsi i selfie mentre si legge un libro, che uno poi non se lo legge sul serio, ma almeno prendendolo per farsi la foto inizia a vedere com’è fatto!

Cosa dite? Non interessa a nessuno?

Beh, allora è questo che ci meritiamo. Essere una vrancata di psicopatici che utilizzano 600€ di alta tecnologia per condividere una foto del nostro culo. E pace all’anima di Steve Jobs, che è vero che si voleva fare i soldi, ma forse non era questa l’idea con cui sperava di farseli.

Per farvi capire di cosa parlo ecco un po’ di titoli pubblicati da diversi siti negli ultimi quattro mesi

 

– La “finger dance” è la nuova mania del web. Ecco perché

– Yoga in spiaggia. E’ la nuova mania

– Belfie Mania: la selfie del lato B

– Dopo il selfie, arriva il dronie. Una nuova mania made in USA

– Si chiama “Sellotape”, ed è la nuova inquietante mania scoppiata sui social network ECCO DI COSA SI TRATTA

– AUTOSCATTI AL FUNERALE, LA NUOVA MANIA 2.0

– “Bikini Bridge”, la nuova mania che spopola sul web

– Whaling video: dopo selfie e twerking arriva una nuova mania, ecco i filmati più divertenti

– Cattoos: la nuova mania di tatuarsi dei gatti!

– NUOVA MANIA TRA I RAGAZZI: “BRUCIATURA CON GHIACCIO E SALE” CHE LASCIA SFIGURATI A VITA

– La nuova mania del selfie-ascensore

– Web scatenato, Rippln la nuova mania del momento

– Si chiama SexSelfie ed è la nuova mania dell’autoscatto che spopola sui social.

– La nuova mania del web? Fotografarsi con una baguette (FOTO)

– La “donna barbuta” è virale: la nuova mania è coprirsi il viso con i capelli

– La nuova mania del momento prende vita su Instagram: dopo gli autoscatti in palestra e le foto in riva al mare arrivano i selfie con il cibo spazzatura

– “Thigh Gap”, la nuova ossessione delle adolescenti

– VEDETE QUELLA COSA VERDE? E’ LA NUOVA MANIA CHE STA SPOPOLANDO SUL WEB

– Si chiama “UNDERBOOB” ed è la nuova moda che sta spopolando tra le più giovani

-Leccarsi il bulbo oculare, la nuova mania che può portare alla cecità

-Train surfing: la nuova mania dei giovani spopola su internet

– PRIMA E DURANTE IL SESSO. ECCO LA NUOVA MANIA CHE HA CONTAGIATO TUTTI

Ritocco della pelle in Photoshop a livello professionale…più o meno :D

Oggi, caro mio blog, è uno di quei giorni in cui fai i buoni propositi e il primo dei buoni propositi che fai è quello di rispettare i tuoi buoni propositi.

Oggi ho deciso che cercherò di seguire un tutorial al giorno per arricchire e approfondire la mia conoscenza di Photoshop e Illustrator.

Ho iniziato con uno semplice e divertente, semplice perché lo avevo già fatto, divertente perché è sempre bello imparare a farsi più belli.
Sto parlando della magica arte del fotoritocco.

Perché non è che per preparare una foto per Vanity Fair, i grafici usano le App dell’iPhone che ti fanno la pelle liscia liscia.
E in effetti con questo tutorial ho capito (non che non lo immaginassi) quanto fossero errati i metodi che utilizzavo in passato.
Proprio per questo ho scelto di ritoccare una foto su cui avevo già messo mano, per vederne le differenze alla fine.

Il tutorial che ho seguito è questo qui Retouch skin professionally in Photoshop , che ovviamente è in inglese.

Poiché non è un tutorial specifico, nel senso che può essere applicato a tutte le foto che desideriamo ritoccare, bisogna tenere conto che ogni immagine è diversa, luce, colore della pelle, imperfezioni, macchina fotografica e fotografo, quindi ogni ritocco avrà bisogno di essere personalizzato. Se uno sta ritoccando una foto di Vittorio Sgarbi avrà valori sicuramenti diversi si uno che ritocca una foto di Scarlett Jhoanson (si scriverà così???).

Ma iniziamo. Ecco l’immagine che ho scelto.

 

Brufoli, occhiaie e pelle di strani colori, c’è proprio tutto!! Yuhu!

Il tutorial in questione è diviso in 6 fasi.

FASE I

Apriamo la nostra bella immagine ad alta risoluzione, quell’alta risoluzione che mette in mostra quelle rughette che in realtà sono invisibili ad occhio nudo. In questa fase cercheremo di rendere più omogenea la pelle in modo veloce e indolore.
Cambiamo il metodo della foto da RGB a CMYK


Fatto? Beeeene!
Ora andate nel pannello dei canali e selezionate il canale Giallo. Fate un CMD+A per selezionare tutta la superficie e poi SHIFT+CTRL+C per copiare il canale.

Una volta copiato il canale giallo con ALT+CMD+Z tornate indietro riportando la vostra immagine a RGB. Incollate poi il canale giallo nella palette dei Livelli, in questo modo risulterà come un nuovo livello.


Con CMD+I invertite i colori del nuovo livello e impostate il metodo di fusione su LUCE SOFFUSA.

 

La pelle appare molto più omogenea, ma forse un tantino troppo (poi non lo so, a piacere vostro) quindi abbassiamo l’opacità fino a che non abbiamo un risultato che ci gusta. Fatto questo applichiamo una bella maschera al livello e assicurandoci che il colore in primo piano sia il bianco, coloriamo con un pennello morbido nelle zone del viso dove vogliamo che l’effetto sia applicato.

TADAAAAN! Fine fase I

FASE II

Vi sembra che dopo aver litigato con i canali e i livelli non sia cambiato quasi una cippa? Probabile! Il bello di questo tutorial è che i cambiamenti ad ogni step sono piccoli, a tratti impercettibili, ma alla fine il risultato è molto naturale.
Nella seconda fase mettiamo mano alle rughe e tutte quelle belle imperfezioni che nemmeno fondotinta e stucco possono apparare.

Selezionate il livello con la vostra foto originale, CDM-J per duplicarlo, selezionate lo strumento PENNELLO CORRETTIVO AL VOLO  e sbizzarritevi, io per prima cosa ho eliminato quel brufolo da in mezzo alla fronte, è stata una bella soddisfazione che neanche tre chili di Topexan possono dare.

Il tizio del tutorial consiglia di ridurre l’opacità dello strumento Pennello correttivo al volo, ma personalmente non l’ho fatto. Nella foto ero giovane ed è giusto che non si vedano imperfezioni e rughe. Ovviamente, se state ritoccando una foto di una persona più matura è giusto mantenere alcuni segni, magari in modo più leggero, per dare un senso di naturalezza, cosa da fare anche per le rughe d’espressione, non vanno cancellate del tutto. Con i brufoli invece non abbiate pietà e non mostrate debolezze!!
Una volta che siete soddisfatti del risultato applicate una maschera al livello, riempitela di grigio al 50% e andate a sistemarvi un po’ di particolari con il pennello (non dimenticate che il colore in prima piano dev’essere bianco). Questo proprio se siete dei pignoli 😀

Volendo (questo nel tutorial non c’è) potete iniziare a dare un po’ di luminosità agli occhi. Create un tracciato che racchiuda l’interno dell’occhio, trasformatelo in selezione e applicate il filtro MASCHERA DI CONTRASTO, che si trova nel menù filtri, sotto la voce NITIDEZZA. Ma non esagerate troppo 😀

E oraaaaaa….

 

FASE III

Selezionate i tre livelli creati fino a questo momento e trasformateli in uno bello SMART OBJECT o meglio OGGETTO AVANZATO. In questo modo diventeranno un unico livello, ma basterà cliccarci su due volte per andarlo a modificare.

Tenendo selezionate questo nuovo mistico livello, cliccate CDM+J e duplicatelo. Ah, quasi dimenticavo, cercate di dare ad ogni livello un nome inerente a quello che ci avete fatto sopra, in modo da poterli facilmente identificare. Questo nuovo livello si dovrebbe chiamare smoothness, ma tradotto in italiano (levigatezza) fa un po’ cagare quindi vedete voi.
Su questo nuovo livello andremo ad applicare un filtro, quindi andate nel menù FILTRI – SFOCATURA – SFOCATURA SUPERFICIE. Portate il valore della soglia al massimo e regolate il raggio fino a che non saranno visibili  i particolari del viso (occhi, naso etc) quindi abbassate il valore della soglia fino ad ottenere una buona sfocatura non esagerata.

Tornate sul vostro livello originale, CMD+J per duplicarlo e portate la nuova copia su tutti gli altri livelli, chiamatelo “dettagli” o “Giuseppe”, a vostra discrezione.
Anche su questo livello applicheremo un filtro. Quindi FILTRI – ALTRO – ACCENTUA PASSAGGIO.
Aggiustate i valori del filtro fino a che non siano visibili i dettagli della pelle, date l’ok e portate il metodo di fusione su LUCE INTENSA.


Selezionate i due livelli e CMD+G per raggrupparli. Date un nome decente al nuovo gruppo e poi su esso applicate una maschera, pennello, colore in primo piano bianco, opacità 50% e colorate lì dove i particolari del viso devono essere visibili. In questo modo la pelle è pulita, ma non perde la sua naturale texture. Aggiustate l’opacità del gruppo Q.B. (quanto basta 😀 ).

 

FASE IV

Con lo strumento CONTAGOCCE campionate un colore del viso che vi aggrada e partendo da questo colore create una TINTA UNITA dal menù ai piedi della palette dei livelli. Metodo di Fusione – COLOR.

Se la maschera del nuovo livello che si è creato è bianca selezionatela, CMD+I per invertirla e dopo munitevi di pennello (che colore????) (mmmh non saprei, forse bianco 😀 ) e passatelo sulle zone dove il colore della pelle non vi soddisfa

Ancora differenze minime eh? Ma avete provato a dare un’occhiata all’originale??

 

FASE V

Create un nuovo livello sopra tutti gli altri, metodo di fusione LUCE SOFFUSA. Scegliete un nome carino e andate avanti.
Riempitelo con un grigio 50% e selezionate lo strumento BRUCIA, nei setting in alto impostatelo sui toni medi e utilizzatelo nelle zone che volete scurire, utilizzate lo strumento SCHERMA (sempre sui toni medi) per le zone che volete schiarire. Io ho scurito i capelli, le sopracciglia, le ciglia, le labbra, ho schiarito gli occhi e alcune ombre.

ABBIAMO FINITO!!!! La fase VI è una fase di aggiusto. Se qualcosa non vi piace potete tranquillamente selezionare il livello in questione e modificarlo.

RISULTATO FINALE. la dovrei sistemare un pò, ma devo portare il cane a fare il pipì 😀

 

Nella foto di sotto ho messo a confronto un particolare dell’immagine originale, con la foto modificata con questo tutorial e quella modificata in moto più semplice e veloce

 

Questa invece è la prima foto su cui mi sono esercitata, in questo caso Cameron ha subito anche qualche ritocchino al naso e al contorno viso, giusto per! 😀

Come ti sputtano il web


 

Internet.

Era il mezzo della rivoluzione, conoscenza e comunicazione a portata di mano, ovunque e comunque. Dove per conoscenza si intendeva uno spazio infinito dove condividere informazioni concrete e per comunicazione la possibilità di interagire con persone dall’altro capo del mondo. Conoscersi, azzerare i limiti dello spazio. Imparare, aggiornarsi. Sapere cosa accade dall’altro capo del mondo in tempo reale. Essere parte integrante dell’immenso universo della rete. Crearla e condividerla con la possibilità di scegliere cosa e come guardare.

Questa possibilità ce l’abbiamo ancora, più o meno, ma il resto…il resto lo devi andare a scavare, non puoi più dare per scontato quello che leggi in rete, non puoi più essere sicuro di quello che ti mostrano, esattamente come anni fa si diceva con fare rassicurante “l’ho sentito in tv” e allora eri certo che fosse verità o che fosse importante.

E tutto a causa della pubblicità.

Perché se il tuo sito, la tua pagina facebook, il tuo buco del culo di internet ha un certo tot di visite, puoi venderlo o metterci su degli spot, e farci soldi.

Ed ecco la reazione a catena.

Pur di avere click al tuo indirizzo ci butti dentro tutte le merdate che trovi in giro, e se non le trovi le inventi, o raggiri le notizie pur di portare gente al tuo mulino, per creare scalpore e scandalo.
Allora prendi la foto di uno ammazzato in una faida tra cartelli messicani a cui hanno tagliato il pene e dici che era un pedofilo punito per le sue colpe.
La foto di un gatto durante un operazione e dici che è vivisezione.
O magari l’ultima che gira sulla Boldrini, “Incredibile: Negli anni 80 Laura Boldrini si guadagnava da vivere con balletti ai limiti della pornografia!” con una bella foto di un culo anni 80. Tralasciando il mio pensiero sulla notizia ho visto decine di persone condividere il link con commenti indignati senza nemmeno averlo aperto per leggere che il culo in foto non era quello della Boldrini.

Una volta che hai attirato gli stupidi e i curiosi con falsi titoli o promesse di notizie sensazionali hai i numeri giusti per guadagnare soldi con la pubblicità.

Ed ecco qui, nel mondo del web, per il quale si sono scritte pagine e pagine sulla usability, dove i programmatori e i grafici studiano per rendere i contenuti leggeri e veloci e gli utenti pagano un botto per caricare le loro pagine in un nanosecondo invece che due, perché ormai siamo abituati a non dover più aspettare, tu mi costringi a guardare uno spot da 30 secondi prima di darmi la possibilità di accedere ad una notizia (magari falsa) di 15 righe.

Oppure, mentre sono lì a leggere il titolo, mi si apre una finestra che, tra le altre cose, mi fa saltare dalla sedia, e mi metti quella “x” nascosta ed è più il tempo che impiego a cercare come chiuderla che la durata dello spot che mi hai appena propinato.

Il web ormai non è meglio della TV, dove in ogni pausa pubblicitaria c’è qualcuno che ti invita a non cambiare canale.

Da che eravamo noi i tasselli dell’informazione e della comunicazione, parte integrante della macchina internet, siamo tornati ad essere semplici numeretti affamati di pubblicità di prodotti che non compreremo mai.

Siamo di nuovo numeri, click, che producono soldi e ancora una volta non è colpa del sistema, ma nostra, perché come l’occasione rende l’uomo ladro, gli stupidi rendono il furbo ricco.

Jamba, vita morte e fregature di un’offesa all’intelligenza umana

 

Investire in un’idea non significa tanto produrla quanto promuoverla. Per alcuni prodotti l’idea più grande sta nella pubblicità e non negli articoli che questa cerca di vendere.

Alcuni marchi sono ormai talmente affermati e la loro qualità è così conosciuta che potrebbero tranquillamente far a meno della pubblicità, tipo la Nutella o la CocaCola. Altri vivono di promozione e capita che i loro spot siano più famosi di loro stessi ed è per questo che la gente li compra. Come il Mulino Bianco. Non è che le merendine del Mulino Bianco siano più buone di altre e il loro prezzo non è direttamente proporzionale alla qualità degli ingredienti utilizzati. Se un pacco di cornetti Mulino Bianco costa di più di quelli di Cicciopasticcio è perché all’interno del prezzo dei primi c’è anche il costo dell’ingaggio di Antonio Banderas. Quindi pubblicità non equivale a qualità, ma se questa è costante nel tempo è sicuramente sinonimo di un buon riscontro da parte degli acquirenti. Nessuna azienda continua a pubblicizzare un prodotto che non vende.

E’ questo il ragionamento che ha attraversato la mia mente ogni qualvolta MTV passava uno spot marchiato Jamba. E vi assicuro che su MTV Jamba scartavetra i coglioni più che il pinguino che telefona illimitatamente.

Cos’è Jamba? Jamba è quella cosa che cerca di venderti applicazioni per il cellulare tipo “Scopri se è vero amore mandando -il tuo nome- spazio – il suo nome – al 48118”. Oppure “Scopri se sei una brava baciatrice mandando -bacio- al 48118”.

 

continua su: http://www.fanpage.it/jamba-vita-morte-e-fregature-di-un-offesa-all-intelligenza-umana/#ixzz2aQjY4KDe

 

Nascita di un Blog



(Articolo scritto per Openart Magazine)
Con i mezzi che la rete ci mette a disposizione oggi anche un bambino è in grado di creare un sito web, che sia di vetrina o un blog, e spacciarlo per un lavoro di un web designer professionista. Ma noi non siamo bambini e non dobbiamo spacciarci per professionisti, in teoria dovremmo esserlo! E se per professionista intendiamo un personaggio esperto conoscitore di tutti i trucchi del suo mestiere, beh, in questo campo ce ne sono ben pochi e di sicuro la sottoscritta non è tra questi. Ma ci sono molte differenze tra un “professionista apprendista” e “uno che si improvvisa smanettone”.
Tutto questo per introdurvi nel fantastico mondo delle cosìdette “Open source” che sfrutteremo per la creazione di un blog.
Un’open source non è altro che un sito che mette a disposizione piattaforme già belle e pronte, corredate di backend (pannello di controllo) e frontend (sito vero e proprio) che l’utente non deve far altro che installare sul proprio spazio web e “personalizzare” scegliendo uno dei temi già pronti. In breve, uno smanettone abbastanza preparato può impiegare anche solo un paio d’ore per creare un bel blog dal nulla. Ma come dicevo, noi non siamo smanettoni, ma grafici, e un grafico prende ispirazione, non copia di sana pianta.
I temi predefiniti delle open source stanno al grafico come i “Quattro salti in padella Findus” stanno a Gordon Ramsey.
Allora perchè questo sproloquio sulle open source se poi usarle va contro il nostro credo di grafici?
Perchè per l’appunto siamo grafici e non programmatori e se dobbiamo creare un blog nel quale è facile ed immediato aggiungere contenuti anche per mano di chi di web non ne capisce in fico secco, allora non possiamo far a meno di utilizzare una piattaforma già pronta sulla quale poi plasmare il nostro layout.
Non è semplice, ma nemmeno complicato. Occorre molto caffè zuccherato con un’abbondante dose di pazienza e magari macchiato con un goccio di amore incondizionato per l’html.
Dopo tutto ciò, ecco gli step che ho seguito per creare il blog di openartMagazine.

Parto da un foglio bianco sul quale segnare quella che sarà la mappa concettuale del blog, le pagine principali e relativi link.
Conoscendo il cliente (ahahah) e la sua predisposizione per i look minimal e semplici, ho buttato giù, nero su bianco, una bozza del layout di base, quindi la posizione del logo, il menù, gli articoli, i titoli, eventuale sidebar e il footer.
Dopo di ciò ho finalmente acceso il Mac, aperto Photoshop e iniziato a lavorare sulla grafica vera e propria del blog. Ho riportato il layout come fosse uno scheletro e, prendendo ispirazione dalla pagina web già esistente di Openart ho cercato di aggiungere ai caratteri minimal del blog qualche spunto che lo riconducesse al sito principale, come ad esempio, i colori e la struttura del menù.
Quando mi sono sentita soddisfatta di come il blog appariva, ho fatto una bella stampa del mio lavoro, me la sono guardata per cinque minuti, ho riconfermato la mia soddisfazione, e sono passata alla parte divertente.

La mia open source del cuore è WordPress, l’ho usato, mi è piaciuto e finchè non mi darà problemi continuerò ad utilizzarlo.
E’ semplice, basta andare sul sito wordpress.com e scaricare il pacchetto. Salvare il suo contenuto in una bella cartellina che in questo caso chiameremo “cms” all’interno della cartella del nostro sito, e tramite un programma di file management (io uso Dreamweaver) pubblicare la suddetta cartella sul nostro spazio web. I file non sono leggeri e ci impiega qualche minuto, ma una volta che tutto è on line, è sufficiente collegarsi al sito (seguendo il percorso della cartella es. www.miosito.it/cms) e seguire le istruzioni.
Accedendo al pannello di controllo è semplice vedere quanto sia basilare ed intuitiva la sua struttura.
Lo step seguente è quello di accedere alla sezione “aspetto” e ricercare un layout già pronto che si avvicini il più possibile a quello che abbiamo creato noi.
Una volta rintracciato quello giusto, è necessario riportarlo in remoto scaricandolo nella nostra cartella (sembra grazie a Dreamweaver) per poterlo modificare.
Io ho un layout preferito che ormai conosco a memoria e che sono in grado di modificare a mio piacimento.
Quelli su cui lavoreremo sono dei file php. Essendo la nostra homepage non statica, cioè modificabile tramite il pannello di controllo, ogni file php si riferisce non ad una pagina a se stante, come l’html ci ha abituati, ma ad una parte della homepage e dei singoli articoli. Avremmo un file per l’header, uno per il content, per il footer e per la sidebar, nonché una per gli articoli singoli.
All’interno del file php è possibile agire inserendo codice html, mentre nei file css andremo a modificare le impostazioni grafiche.
Se non si conoscono i file su cui stiamo lavorando ci vorrà un po’ di tempo e molto spesso è necessario andare a tentativi prima di ritrovare i giusti parametri, per questo preferisco lavorare sempre sullo stesso layout dove so dove mettere le mani.
Esempio: dalla pagina header.php ho eliminato il codice php che richiamava il logo e il menù modificabili on line tramite il pannello di controllo e ho inserito il mio codice html con i miei link che il cliente non potrà mai andare a sostituire. Nei fogli di stile ho trovato e sostituito parametri già esistenti e ne ho creati di nuovi per gli elementi aggiunti da me.
Nel caso di questo blog, le modifiche che ho dovuto apportare sulla struttura base sono poche, come il colore di sfondo o le misure di content e side bar, i font e la disposizione degli elementi dei titoli dei singoli articoli, le immagini nella side bar e il menù a tendina ricostruito interamente in html.
L’unica cosa che ho creato nel pannello di controllo sono state le varie categorie a cui ho connesso le voci del menù.
Una volta fatto ciò sarà anche possibile creare degli utenti dai poteri, diciamo così, limitati, che avranno la possibilità di aggiungere articoli non pesando sull’amministratore del blog.
Occorrerebbe un’intera rivista per spiegare per bene quali sono stati i passaggi. Spero però di aver dato un’idea sulla quale lavorare a chi si avvicina per la prima volta a questo mondo e di non aver detto troppe eresie agli occhi di chi invece lo bazzica già da un po’. In ogni caso, se non siete soddisfatti, da qualche parte ci sono gli indirizzi della redazione di OpenartMagazine, sono stati loro a chiedermi di scrivere questo articolo!

Adobe CS6 secondo Ondina

Premiere

(Articolo scritto per OpenartMagazine)

E’ evidente che Adobe non crede alle profezie Maya e nel 2012 mette sul mercato la nuova attesissima versione dei suoi software. Ed ecco qui la Creative Suite CS6, mens sana in corpore sano.

Adobe non si migliora solamente nell’anima, con un nuovo motore grafico e decine di inedite funzioni per ognuno dei suoi figli, ma anche nell’aspetto. I programmi di grafica si sono rifatti la grafica. Una nuova interfaccia, ma soprattutto nuovi colori, scuri che aiutino a mettere in risalto le tonalità delle immagini su cui stiamo lavorando. Ma se non vi piace non disperate, Adobe da ai suoi utenti la possibilità di scegliere e personalizzare la propria area di lavoro.

E non è l’unica libertà che Adobe “dona” ai suoi appassionati. Sulla scia delle “I-nuvole”, con un abbonamento che può partire dai 29,00€ mensili, centesimo in più centesimo in meno, è possibile scaricare ed utilizzare i software Adobe in qualsiasi punto del mondo senza l’obbligo di acquisto.

Tale servizio, denominato Creative Cloude, include oltre all’utilizzo dei programmi in sé anche 20 gb di storage online, supporto e training e l’utilizzo della Digital Publishing Suite Single Edition che permette la pubblicazione di App per iPad direttamente sullo store Apple.

Dicevamo anche di un nuovo cuore grafico denominato Mercury che opera a 64 bit donando ai nostri cari programmi maggiore velocità di elaborazione anche su pc dai processori meno potenti.

Nelle prossime pagine esamineremo le novità di cinque dei software più utilizzati del pacchetto, l’onnipotente Photoshop, il fratello Illustrator, il supremo Dreamweaver e i cugini Indesign e Premiere.

Abbiamo volutamente scelto di non parlare di Flash, sia per l’antipatia che la sottoscritta prova nei suoi confronti, sia per il futuro incerto che lo attende. Nonostante l’impegno di Adobe per adattare Flash al mercato (e quando scrivo “mercato” leggete “Apple”), il futuro punta sulle illimitate potenzialità di HTML5 a discapito dei macchinosi seppur fruttiferi, codici di Flash. E’ per questo che nel pacchetto CS6 troviamo un programmino chiamato Edge, in grado di convertire le animazioni Flash in HTML5, Java e CSS3. Ma queste sono solo voci. Che i Maya ci abbiano preso con lui?

 

Photoshop.

Per lui nuova veste grafica e nuovo motore. Il Mercury gli permette un rendering delle immagini più veloce, soprattutto se parliamo di tridimensionalità Ed è per questo che sono state migliorate in particolar modo le proprietà 3D, ponendo i comandi a portata di mano e permettendo l’esportazione in formato Flash. Le animazioni in questo formato sono completamente modificabili già dalla timeline dalla quale possiamo avere il controllo di luci, camera e materiali.

Per quanto riguarda il ritocco fotografico, basilari sono le modifiche allo strumento Taglierina che ora è più preciso, intuitivo e maggiormente gestibile. Anche lo strumento “Sposta in base al contenuto” è molto interessante. E’ in grado infatti di spostare un elemento da un punto all’altro della foto, integrandolo automaticamente nel contesto.

La nuova opzione Galleria sfocatura, implementata dal motore Mercury, permette di realizzare effetti di sfocatura fotografica in modo rapido e semplice.

Le novità sono tantissime, dai filtri ai pennelli, grazie ai quali è possibil ora disegnare in maniera più realistica. C’è da dire che solo 64 nuove features sono state inserite di seguito a suggerimenti rilasciati dagli stessi utenti tramite Facebook o Twitter.

 

Illustrator.

Anche Illustrator diventa più veloce. L’utilizzo delle sue funzioni è ora più semplice anche tramite tastiera. E’ possibile (finalmente) poter scorrere la lista dei font e vedere immediatamente l’anteprima applicata direttamente al nostro lavoro.

L’opzione ricalco è stata migliorata, risulta così più semplice ottenere immagini vettoriali partendo da figure rasterizzate e perchè no, utilizzarle per creare dei pattern con pochi click econ la possibilità di gestirli e personalizzarli.

Anche i pennellli si sono evoluti a tratto fluido e pittorico, così come la possibilità di applicare e gestire le sfumature di colore su tutte le forme vettoriali.

Nuove opzioni anche per il salvataggio in PDF e per il web. E’ possibile modificare formato colore e tanti altri particolari in sede di salvataggio ottimizzando a nostro piacimento l’immagine per il supporto web.

 

Dreamweaver

La diffusione massiccia a livello mondiale di smartphone e tablet ha radicalmente cambiato negli ultimi due anni il modo di vivere il web e la versione CS6 del software al web dedicato si adatta e si evolve per permettere ai suoi utenti minimalismo e velocità.

Con l’introduzione del Layout a griglia fluida sviluppato su CSS3, Dreamweaver adatta automaticamente il nostro codice ai vari formati di telefoni, tablet e desktop e seguendo la filosofia del “What you see is what you get” anche la Vista dal vivo è stata aggiornata così come il pannello Anteprima che ci permette di visualizzare le tre viste pc-smartphone-tablet contemporaneamente.

Migliorate anche le prestazioni FTP, è ora più veloce caricare file anche di grandi dimensioni.

Dreamweaver CS6 è attualmente il softweare che meglio comunica con HTML5 e CSS3.

 

Indesign.

Indesgn segue la strada di Dreamweaver e la sua parola d’ordine è fluidità. Molte delle nuove funzioni sono state pensate per l’adattamento dei nostri lavori ai nuovi formati tablet che, non dimentichiamo, a loro volta necessitano di due formati semplicemente ruotando lo schermo. Indesign lo fa da solo con il Layout liquidi e i Layout alternativi.

 

Forte del nuovo motore Mercury, Premier si rinnova completamente nell’interfaccia dedicando più spazio alle clip video e aumentando i controlli tramite tastiera.

Agevolato il salvataggio dei lavori per il Web o direttamente su DVD e Blu-Ray ai quali si aggiunge il supporto per tutti i formati di ultima generazione come il Full HD o risoluzioni come 2K (2880x1680p).

E’ possibile visionare gli effetti speciali direttamente sulla clip senza bisogno del rendering e la gestione dei livelli è ora gestita come in Photoshop.

Molte novità sono comunque state pensate e applicate per gli utenti più esperti ai quali è stato presentato un PDF di 16 pagine in cui Adobe descriveva tutte le evoluzioni del software.

 

 

 

 

George Lois, damn good advertising

Questo affascinante uomo venuto fuori direttamente da un film anni ’50, non è un attore. Il suo nome è George Lois ed è, in pratica, uno dei più grandi “comunicatore” di tutti i tempi.
Ma andiamo per gradi.
George nasce nel 1931 a New York, nel Bronx. Frequenta la scuola di Arte e Musica e prosegue i suoi studi fino a quando , arruolatosi nell’esercito, non viene spedito in Corea.
Al suo rientro viene assunto presso il reparto di pubblicità e promozione della CBS, dove inizia il suo lavoro di design. Nel 1959 passa all’agenzia di pubblicità Doyle Dane Bernbach. Continua poi a cambiare agenzie fino a quando nel 1967, ne crea una tutta sua.

Lois è il creatore di quella che lui chiama “The Big Idea”.
Ha legato il suo nome al concetto e il design che troviamo alla base del “New York Magazine”. Ha lanciato MTV con la sua campagna pubblicitaria “I want my MTV”. Ha sviluppato il marketing per Jiffy Lube, lanciato il nome di un all’epoca sconosciuto Tommy Hilfiger. Tra i suoi clienti troviamo anche Xerox, Aut Jemima, USA Today, e quattro senatori americani tra cui Robert Kennedy.
Ha diretto un unico video musicale, “Jokerman” di Bob Dylan, che vinse l’MTV Video Music Award nel 1983.
Tra il 1962 e il 1972 ha curato il design di 92 copertine dell’Esquire Magazine, 38 delle quali sono attualmente esposte al MoMa in una mostra permanente.
E’ autore di diversi libri come “George, be carefull” del 1972, “The Art of advertising” del 1976, “What’s the Big Idea?” del 1991, fino ad arrivare all’ultimo “Damn Good Advice”.

Oltre ai nomi che può vantare nel suo curriculum, George deve la sua fama nel mondo dell’advertising, al modo in cui ha deciso di comunicare, mai scontato e sempre un passo avanti agli altri. E’ lui il fautore di quella che è la Creative Revolution, senza peli sulla lingua e senza paura di rischiare.
E’ lui l’esempio da seguire per chi oggi vuole entrare nel mondo dei “Mad Men”.

Disegna, crea, condividi

 

(Articolo scritto per OpenArt Magazine) Il futuro va controcorrente. E’ questo in concetto venuto fuori dall’evento romano che ha per un giorno bloccato tutti i degners e gli appassionati di nuove tecnologie portando il nome di Chris Anderson al primo posto tra i trend di Twitter. Stiamo parlando del World Wide Rome, convention dedicata a tutti i makers, gli artigiani digitali, i rappresentanti di quello che in gergo viene chiamato “l’internet delle cose”.

Massimo esponente di questa che ormai è una nuova corrente di pensiero è proprio Chris Anderson, direttore di Wired Usa. Secondo Anderson, internet ha creato un’esplosione di talenti aprendo la mente e liberando le idee, la forza della creatività non sta più nei grandi numeri e nelle produzioni in serie, ma nel singolo e nell’unicità e soprattutto nel trasformare il proprio design in realtà senza bisogno di una fabbrica o di un marchio registrato. E’ questa la filosofia dei makers, il design open source, l’innovazione condivisa e semplicità di realizzazione. Un mondo dove chi crea condivide con gli altri makers che hanno a loro volta la possibilità di prendere ispirazione delle idee già realizzate e migliorarle. Un mondo senza copyright dove per trasformare in realtà le proprie idee è sufficiente un clic…e una stampante 3D. Fantascienza? No! La stampante, che modella la materia a strati come un telaio, esiste, si chiama Maker-Bot, ed ha già creato diversi prodotti, tra cui un sensore per piante che tramite Twitter comunica di cosa la pianta ha bisogno, oppure un finestrino per auto interattivo come un iPad. Una delle sue creature è finita anche sulla prima pagina dell’Economist che con il titolo “Print me a Stradivari” ha pubblicato una foto di un violino nato da un’idea dell’italiano Sebastiano Frattini e realizzato dalla Maker-Bot.

Ma c’è tanto di italiano in questo progetto. La stampante 3D funziona infatti associata ad Arduino, un piccolo computer grande quanto una carta di credito dal prezzo irrisorio di 26 euro e creato da un team interamente italiano e che, come dice Massimo Banzi, uno dei suoi inventori, aiuta a trasformare il web in cose. Arduino viene attualmente utilizzato dal Mit di Boston, ma anche da Google, Panasonic e da Apple. Il software con il quale lavora Arduino è ovviamente un open source.

Per Anderson questa è la terza rivoluzione industriale, dove l’atomo è il nuovo bit e tutti i designers possono contribuire alla realizzazione degli oggetti che utilizziamo. Per questo ritiene che l’Italia, patria del design, debba avere un ruolo importante in questa evoluzione verso il design democratico.

Do it yourself, fallo da te, questo è il motto. Disegna, crea e condividi.

Nell’anno in cui l’FBI chiude Mega-Video, dove tutto ha un prezzo e anche l’aria sembri essere un marchio registrato, dove il singolo è messo da parte e diviene solo un numero, è bello poter pensare che invece chi studia design oggi potrà conservare la sua individualità e trasformare con pochi click e, soprattutto, pochi soldi, le sue idee in qualcosa di concreto, portandole da uno schermo alla materia. E anche l’idea che ciò che mio è tuo ci aiuterà a crescere condividendo i progressi e andando sempre avanti perchè se la fantasia di un designer, di un maker, non ha limiti, è quasi impossibile immaginare quello che le menti di tanti makers possono creare unite tutte insieme.