Cartoomics Milano 2017

Con giusto qualche giorno (una settimana) di ritardo ecco qualche foto dal Cartoomics di quest’anno. Anche questa volta ci siamo presentate vestite da noi stesse (vergogna)…
Come ogni anno è stata una bella esperienza, e questa volta siamo riusciti a girare tutta la fiera senza perderci seguendo le indicazioni di Giulio che a differenza nostra non viene risucchiato dal vortice degli stand che vendono cose a caso, che sono quelli che di base io e Sara preferiamo.

Red Velvet Cake


10956476_10153140388348830_6682859533969152327_nLa prima cosa che dovete fare per la Red Velvet Cake è procurarvi due ruoti da 21 cm di diametro. Io ne avevo uno da 28 cm. Ho risolto con due infornate e aumentando le dosi di un terzo. Se avete due ruoti divertitevi nel prepararli, vanno prima imburrati, poi il fondo va rivestito con carta forno (usate il ruoto per disegnare la sagoma direttamente sulla carta e poi ritagliatela). A questo punto anche la carta va imburrata e per finire, infarinate.

Se dopo questa puntata di Art Attack ci siete ancora, iniziamo!
La ricetta proviene dal libro “American Bakery” di Laurel Evans, ma in quella originale c’era troppo zucchero per i miei gusti, soprattutto per la farcia. Non so voi, ma 350gr di burro e 350gr di formaggio uniti possono portarmi al diabete solo se li guardo. Così ho un po’ diminuito le dosi e vi assicuro che la torta è piaciuta alla grande.

Ingredienti per impasto:
– Farina 00, 330gr
– Zucchero, 300gr
– Bicarbonato di sodio, 1 cucchiaino
– Cacao, 2 cucchiaini
– Sale, 1 cucchiaino
– Uova, 2 a temp. ambiente
– Olio di semi, 330gr
– Latte, 120gr
– Yogurt magro, 120gr
– Limone, 1 cucchiaino
– Colorante rosso in gel, q.b.
– Aceto bianco, 1 cucchiaino

Ingredienti per il ripieno:
– Formaggio spalmabili tipo Philadelphia, 350gr
– Zucchero a velo, 100gr
– Burro ammorbidito, 300gr
– Noci pecan oppure mix di noci e nocciole tostate e tritate 150gr

In una ciotola capiente setacciate farina, zucchero, bicarbonato, cacao e sale. Apposto, levate da mezzo.
In un’altra ciotola prepariamo il latticello. Il latticello è molto usato nei dolci americani e in “lingua originale” si chiama “Buttermilk”. Lo si ottiene unendo mezza dose di latte, mezza dose di yogurt e il limone. In questo caso 120gr di latte, 120 di yogurt e un cucchiaino di limone. Una volta amalgamato bene aggiungete al latticello uova, olio, aceto e colorante. Il colorante che avevo era molto intenso e quindi ne sono bastati due cucchiaini. Unite all’impasto rosso la farina (zucchero, bicarbonato, cacao e sale) e mescolate.
Suddividente l’impasto nei due stampi. Se come me ne avete solo uno dividete l’impasto in due ciotole pesandolo e facendo attenzione che la quantità sia uguale in entrambe. Io lo peserei anche avendo due stampi.
Infornate, 25-30 minuti. Una volta pronte lasciatele raffreddare una decina di minuti prima di levarle dagli stampi.

La Farcia
Nella ricetta originale dice di frullare la Philadelphia e il burro per 5 secondi e poi aggiungere lo zucchero e frullare per altri 10 secondi. Il mio frullatore non era molto in vena, burro e formaggio non si frullavano, così ho fatto a mano con una spatola. Ci vuole un po’ perché il burro forma dei grumi difficili da sciogliere e da amalgamare, ma alla fine ce l’ho fatta. Ho aggiunto (volendo) anche gocce di cioccolato fondente.
Se la crema dovesse risultare troppo liquida (utilizzando un frullatore in vena di fare il suo dovere) lasciatela in frigo per qualche ora.
Sistemate una torta nel piatto, cospargetela di crema e, sempre se volete, di granella di noci, e piazzate l’altra sopra.
In teoria la crema doveva servire anche per ricoprire l’intera torta, ma a me è bastata solo per la farcia essendo il dolce più grande e avendo io dimenticato di adattare le dosi anche della crema.
Ho comunque cosparso il bordo del dolce con miele alla nocciola (giusto un velo) che ho utilizzato per “azzeccare” la granella di noci.

Rossa e buonissima!

Mi dispiace per le foto di scarsa qualità con tovaglioli sporchi in mostra, ma c’era il vinello…tanto vinello….
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Onda fuma e mangia cioccolata


Sono 24 ore che fumo sigarette e mangio cioccolato, e a fanculo Dukan e la sua overdose di proteine.
La realtà è che mi sento in colpa, ma qui è proprio difficile seguire la dieta. Mia madre mi mette a tavola la bresaola e poi, facendo come se niente fosse, come se la cosa non fosse voluta, piazza al centro della tavola mozzarelle e formaggi e fa fare al piatto di pasta con il pesto di mio padre il giro lungo per farlo passare sotto il mio naso.
Ma ho una scusa. Sono nervosa. Domani presento in pubblico il mio libro. Quindi, se fino ad ora potevo nascondermi dietro qualche account Facebook, ora mi toccherà proprio farmi vedere di persona. Avete capito ora perché mi sono trasferita a Milano proprio 20 giorni prima della presentazione?
E poi.
Se non dovesse venire nessuno?
Se dovesse venire troppa gente?
Se mi dovesse scappare la cacca?
Quindi continuo a fumare, anche perché la cioccolata è finita, per fortuna.
E la prossima volta che dico “Voglio organizzare un evento” fate finta di non sentirmi.
Nel frattempo, questa ormai è andata, nel senso, non posso tirarmi indietro, quindi passate a farvi un giro, anche se nonv i piace leggere o se è tardi e gli stuzzichini sono finiti, almeno ci salutiamo 😀

Presentazione “Nora”

 

Comicon Napoli 2013, day 2 & 3

Sabato è stata la volta mia e di Mary, andare al Comicon insieme, con le nostre parrucche scintillanti, leggins colorati e cappelli con le orecchie. Io volevo prendere l’autobus da casa mia alla Mostra D’Oltremare, ma lei mi ha fatto desistere. Eppure credo che avrei avuto molto più da raccontare se l’avessimo fatto.

Arrivate ovviamente non c’è fila per il biglietto, ma dentro c’è sempre il caos.

Una richiesta, con tutto il cuore, ai ragazzini d’oggi. Smettetela di andare alla convention di fumetti solo per scrivervi “free hugs” in petto. E’ triste. Sul serio. E poco originale. Ma soprattutto triste. Ho provato ad abbracciare una ragazzina che mi guardava con gli occhi da orsetto lavatore mentre Connor gli uccide la madre. E’ stato triste. Ho dovuto guardare il tipo che si era incollato uno skate alla pancia e girava per tutta la mostra steso a terra mentre gli altri lo spingevano a calci per riprendermi un po’ e pensare che forse c’era di peggio.

Sulserio, basta. Andate lì, compratevi un cappellino, una parrucca (come ho fatto io) e godetevi la giornata. Senza “free hugs” “free sex” “free kiss” “free Piaggio”.

 

Domenica, invece,ho chiesto a Giulio di poter approfittare della sua reflex e , anche se da sola, sono tornata al Comicon per fare un po’ di foto.
Ci tengo a sottolineare che Domenica è stata una di quelle giornate “un guardaroba non basta” anche detta “nemmeno un miracolo potrebbe appararmi”. Vi capita mai? NOn sono le giornate “NO”, sono quelle volte in cui magari indossate i vostri jeans preferiti, la vostra camicetta preferita e vi sembra che non ci sia nulla che vi possa stare peggio al mondo.  Mettete una cosa che avete indossato il giorno prima e vi faceva impazzire e ora vi fa cagare.
In passato la soluzione sarebbe stata una: evitare di uscire. Ma domenica ne ho approfittato, ho pensato “visto che tutto mi sembra il cesso, a questo punto mi schiatto addosso la prima cosa che capita”.

Dopo questo piccola parentesi, vi lascio con alcune delle foto che ho scattato.

L’articolo è finito, andate in pace.

Comicon Napoli 2013. Primo giorno

Comicon Napoli 2012

 

“Trattato sulla tolleranza” di Voltaire

Non è un libro semplice, non per me almeno. Non per l’idea di base, ma per gli svariati cenni storici che si rincorrono nelle sue 130 pagine, rendendo alcuni capitoli praticamente inutili per mia testolina vuota,  che con nomi, luoghi e date ha sempre avuto non po’ di problemi. Ma filtrato dai vari paragrafi e capitoli storici traboccanti di nomi francesi, fatti realmente accaduti, e personaggi di cui ignoro la natura, “Trattato sulla tolleranza” e un libricino che tutti dovrebbero leggere almeno una volta, i cui concetti moderni sono espressi in modo semplice affrontando una visione della religione attuale, nonostante Voltaire non faccia altro che riprendere quelli che erano gli insegnamenti basilari tramandati da Gesù e poi reinterpretati a proprio uso e consumo dalla Chiesa nel corso dei secoli.

In una prima parte Voltaire affronta proprio la storia della tolleranza partendo dai greci, fino ai romani per poi arrivare a quella dei cristiani e delle persecuzioni subite, rileggendole da un punto di vista obbiettivo ripulendole da tutte le bugie create nella storia per vittimizzare i quelli che furono chiamati poi martiri.
Di seguito dà quella che è la sua opinione sul significato di tolleranza e sugli eventi che nel corso della storia l’hanno messa da parte in nome di Dio. Voltaire si definisce un buon cristiano, ma non per questo, dice, è costretto a condividere le azioni passate della Chiesa quando è Dio stesso a condannarle. Ci tiene a citare le parole stesse di Gesù o alcuni estratti della Bibbia per dare valore alle sue tesi secondo le quali nessun dio ha mai detto “non uccidere il prossimo tuo a meno che non la pensi in modo diverso da te”.
Sembra che il fanatismo, da un po’ di tempo irritato per i progressi della ragione, si dibatta con più rabbia sotto i colpi di questa.”

“Non cercate di turbare i cuori e tutti i cuori saranno vostri”
“Il miglior mezzo per diminuire il numero dei maniaci,se ne rimangono, è affidare questa malattia dello spirito al regime della ragione, che lentamente, ma infallibilmente illumina gli uomini”

“L’umanità lo richiede, la ragione lo consiglia e la politica non puó averne timore”

Il diritto naturale è quello che la natura indica a tutti gli uomini […] il diritto umano non può in nessun caso fondarsi che su questo diritto di natura; e il geande principio, il principio universale dell’uni e dell’altro, è su tutta la terra: non fare ciò che non vorresti sia fatto a te.
Più la religione cristiana è divina, meno si addice all’uomo di imporla; se Dio l’ha fatta, Dio la sosterrà anche senza di voi.
Egli ci insegnava che la vera forza, la vera grandezza, consistono nel sopportare dei mali sotto i quali la nostra natura soccombe. Vi è un coraggio estremo nel correre alla morte temendola.”

Tu non ci hai dato un cuore perchè ci odiassimo, nè delle mani perchè ci strozziamo
La natura dice a tutti gli uomini: vi ho fatto nascere deboli e ignoranti, affinché vegetiate alcuni minuti sulla terra e la ingrassiate con invostri cadaveri. Poiché siete deboli, aiutatevi reciprocamente, poiché siete ignoranti, reciprocamente illuimnatevi e sopportatevi.”

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Io e la crisi

 

Pensavo alla crisi.

Cioè, stamattina ho evitato di accendere la TV. Di solito mentre faccio colazione guardo il telegiornale, stamattina non ne avevo proprio voglia. Ieri le ultime notizie sono state cose del genere

“Vendite in calo anche nei discount”

“Disoccupazione ai massimi storici”

“Lavoratori senza stipendio da 8 mesi”

“Dal punto di vista delle legge l’Italia è terzultima su 198 paesi presi in considerazione”

“L’Italia è nella merda”

A me viene un pò di angoscia, poi ho letto che ora mi aumentano pure i biglietti dell’autobus, che devi ringraziare tutti i santi protettori dei mezzi pubblici se l’autobus passa prima di 40 minuti.

Però, ci pensavo. Nella mia famiglia la crisi non si è sentita, cioè, non abbiamo fatto cambiamenti o restrizioni, mia madre non ha iniziato a fare la spesa da Lidl e continua a dirmi di non comprare dai cinesi per risparmiare. Anzi, proprio quando la crisi è entrata nel clou io sono andata a vivere da sola. A casa mia cara crisi, non sei entrata.

Sbagliato!

A casa mia la crisi c’è sempre stata!

Da quando ero piccola! Mio padre lavorava in fabbrica e in officina, quando staccava da uno attaccava con l’altra, anche quando aveva i turni. Faceva la notte, tornava, dormiva un po’ e poi giù in officina dove, non essendoci turni, rimaneva fino a che non aveva portato a termine tutto. A casa mia il termine “cassa integrazione” è entrato che io ero piccola. Ora se ne parla tanto, va assai di moda. Arrivate tardi, io ce l’avevo già. Così quando la fabbrica chiuse, mio padre lavorava solo in officina, sempre di più, sempre con meno pause.

Mia madre invece, è sempre stata casalinga, e ha sempre portato avanti la casa.

La mia famiglia quindi, si è trovata nelle condizioni di “crisi” almeno con venti anni d’anticipo. Certo, la casa era di proprietà e non c’era il mutuo, c’era la lira e non l’euro, ma a pensarci bene oggi, i miei genitori mandavano avanti una famiglia di quattro persone con mezzo stipendio, e mio padre arrotondava in officina.

Eravamo in crisi.

Il piatto a tavola non mancava mai, ma non potevamo permetterci tante cose.

Una vacanza, per tanti anni non ci siamo andati.

Lo shopping si faceva solo due volte all’anno e spesso ci si fermava davanti ad un capo guardando il prezzo e passando avanti.

Non avevo mai le scarpe all’ultima moda.

Ma non c’erano cellulari o smartphone. Il mio cellulare l’ho avuto quando mio fratello ne ha comprato uno nuovo regalandomi il suo primo Nokia e avevo almeno 16 anni e quando il credito era finito…beh…ce ne voleva perché potessi ricaricarlo.

Non c’era Sky, non c’erano gli abbonamenti, al massimo c’era la scheda pezzotta di Tele+ e Palco.

I 18 anni li festeggiai a casa.

Non andai al viaggio con la scuola l’ultimo anno di liceo.

Quando mia madre scendeva a fare la spesa, le chiedevo di portarmi la “bella cosa”, e lei mi portava un ovetto Kinder, oppure le barrette di cioccolata. Ma i giocattoli arrivavano di solito solo per le occasioni importanti quali compleanno, onomastico, Natale, Pasqua. E quando arrivava qualcosa di extra per me era una sorpresa. Mia madre stava lì a fare calcoli, a segnare le spese, per poter scendere e comprarmi qualcosa di nuovo, un vestitino, una bambola.

Ma a volte le chiedevo qualcosa e lei mi guardava triste e mi diceva : il mese prossimo, ok?

Ed io aspettavo impaziente il mese prossimo.

Per un genitore, credo, non c’è nulla di più straziante di non poter esaudire il desiderio di un figlio.

Si facevano delle rinunce, si dicevano parecchi “No”. Si spegnevano le luci e si raccomandava di stare poco tempo sotto la doccia. I termosifoni si accendevano solo quando faceva sul serio freddo.

Eppure a casa mia io non mi sono mai accorta della crisi. Si arrivava a fine mese contando i centesimi (che all’epoca non c’erano), ma la mia casa era sempre luminosa, sul balcone c’erano sempre i fiori, c’era sempre buona musica nel mangiacassette, e il profumo di un dolce appena sfornato. C’erano le mie amiche a casa, gli amici di mio fratello, le mie cugine, ,le zie che passavano a torvarci. C’era il caffè e i pomeriggi d’Estate c’era il succo di frutta bevuto tutti insieme. E la crisi lì che guardava, chiusa fuori la porta, che spingeva per entrare e portare ansie e angosce. Mi chiedo quale potente incantesimo abbiano fatto i miei genitori per impedirle di entrare.

Forse la crisi della mia famiglia non è paragonabile a quella delle famiglie di oggi, ma all’epoca noi, potevamo essere una famiglia disagiata, eppure credo che nessuno se ne sia mai reso conto.

Ricordo di non aver mai desiderato nulla, avevo tutto quello che volevo, ma quando succedeva, che desiderassi qualcosa, dovevo conquistarmelo, con un bel voto o aiutando mia madre. E tutto aveva un sapore diverso. Quando avevo quella Barbie tra la mani, o quel paio di scarpe. Io avevo fatto un sacrificio per avere quello che desideravo, e anche i miei genitori per farmelo avere.

Ho avuto un periodo, quando ho aperto un conto corrente a mio nome e ci buttavo su i miei mille euro al mese, in cui quanto più compravo, tanto più desideravo. Poi sono tornata sulla retta via, mi sono ricordata come ero da piccola.

Oggi mio fratello si è sposato e vive fuori, io sono indipendente e mio padre è in pensione, ma nonostante questo, continua ad aggiustare macchine. Il lavoro gli è entrato così nell’anima che non riesce a farne a meno.

Mi viene da pensare, di nuovo, che non eravamo ai livelli di tante famiglie di oggi, ma anche che molti di quelli che stavano meglio di noi, sembravano molto più disastrati.

Mi viene da pensare che tanti, oggi, potrebbero vivere tranquillamente come facevamo io e la mia famiglia, che quando venivo promossa si festeggiava con una pizza. Eppure si desidera sempre di più e allora anche la parola “povertà” ha cambiato senso.

Il povero non è più quello che non può pagare il mutuo, quello va oltre la povertà. Il povero è quello che non può permettersi un cellulare ultimo modello, o un paio di scarpe di una determinata marca. Il povero è quello che in estate va a farei bagni a Licola, sulla spiaggia pubblica ovviamente.

Mi fanno girare i coglioni quelli che si lamentano e poi ti cacciano l’iPhone dalla tasca.

Mi spostano la nervatura quelli per cui la crisi è una moda, i finti poveri, che piangono pur di sentirsi “parte della società”. Quelli per cui la crisi significa fare un week end sulla neve in meno.

Apprezzo molto di più quelli che mi dicono “Sto mese ho guadagnato di meno, ma vaffanculo me lo compro lo stesso quel paio di scarpe!”.

La mia generazione sembra davvero l’ultima a conoscere il vero senso dei soldi, del meritarsi qualcosa, della fatica. Ma anche tra noi “generazione 30” c’è già qualcuno che non ha ben chiaro il concetto di “sacrificio”.

Guardo mio padre, che con i suoi 65 anni sta ancora lì con le mani sporche di grasso e sempre più spesso mi trovo inconsciamente a ringraziarlo. Non abbiamo mai parlato, ma le sue azioni sono state la lezione di vita più grande che potesse mai darmi.

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